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Giochi da Draghi

Ennesimo lunedì nero ieri per le borse europee e crescita dello spread, termine pressochè sconosciuto ai più sino a pochi mesi fa, tra i titoli di Stato di Francia, Spagna e Italia e quelli tedeschi. Una notizia che si ripete quasi quotidianamente mentre pare che la politica mondiale sia prigioniera del sistema bancario che deve salvare dando luogo alla  sindrome di Stoccolma.

Se voleste cimentarvi nel tentativo di gestire la politica monetaria e di riflesso economica del Paese  non avete che da accedere all’area didattico – informativa della Banca Centrale Europea e sperimentare le vostre opinioni e le vostre abilità con “€CONOMIA: il gioco della politica monetaria”.

Il gioco di simulazione a turni, partendo dalla gestione del tasso di interesse ufficiale, mette il giocatore nella condizione di influenzare il tasso d’inflazione, crescita del PIL, incremento della liquidità e tasso di disoccupazione. Aree d’intervento tutte di grande attualità.

Ogni manche è equivalente ad un trimestre dell’anno e dopo aver scelto il tasso d’interesse per il periodo si ricevono i feedback di un gruppo di advisor oltre ai titoli dei principali giornali che riassumono il sentiment sul proprio operato. Prima di effettuare la giocata è possibile vedere quali sono gli effetti previsti della stessa.

Il gioco da ottobre è disponibile, sempre gratuitamente, anche per iPhone & iPad con le stesse funzionalità della versione online. E’ possibile ripetere il gioco quante volte si desidera così da sperimentare strategie e risultati diversi.

Nonostante una grafica non entusiasmante ed una tendenza all’eccesso di ottimismo dell’intelligenza artificiale, soprattutto nell’area dell’occupazione,  può essere strumento di supporto per formatori e professori nonchè elemento di sperimentazione ed auto apprendimento.

Adattandone alcune caratteristiche, a cominciare dalla possibilità di salvare i progressi della partita, personalmente lo vedrei molto bene anche all’interno dell’edizione online di un quotidiano economico finanziario come strumento di trattenimento e coinvolgimento di un pubblico sicuramente interessato al tema.

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Natale 2010

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Passaggi & Paesaggi [16]

Liberiamoci dai principi metafisici o generali sui quali, in varie occasioni, si è basato il laissez-faire.

Non è vero che gli individui posseggano una «libertà naturale» nelle loro attività economiche. Non vi è alcun patto che conferisca diritti perpetui a coloro che posseggono o a coloro che acquistano. Il mondo non è governato dall’alto in modo che gli interessi privati e sociali coincidano sempre. Esso non è condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidano. Non è una deduzione corretta dai principi di economia che l’interesse egoistico illuminato operi sempre nell’interesse pubblico.

Né è vero che l’interesse egoistico sia generalmente illuminato; più spesso individui che agiscono separatamente per promuovere i propri fini sono troppo ignoranti o troppo deboli persino per raggiungere questi. L’esperienza non mostra che gli individui, quando costituiscono un’unità sociale, siano sempre di vista meno acuta di quando agiscono separatamente.

John Maynard Keynes – La Fine del Laissez-Faire

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Nuovi Modelli d’Informazione Giornalistica

Il mercato mondiale dei giornali online e offline nel 2009 ha avuto ricavi di vendite e pubblicità per 164 miliardi di dollari, secondo le stime di PwC. E’ stato un giro d’affari superiore a quelli dei libri per un terzo, dei film per il doppio, dei videogame per due terzi e delle registrazioni musicali addirittura per otto volte tanto.

Ma è un mercato in declino. Nel triennio 2007-2009 si è ridotto del 50% negli USA, del 21% nel Regno Unito, del 18% in Italia e di valori superiori al 10% in dodici dei 30 paesi OECD.

Il rapporto di ricerca dell’OECD «The evolution of news and the Internet» ha rilevato le trasformazioni dell’industria giornalistica, l’impatto di Internet sulla catena del valore, i nuovi modelli di business e di attori che vanno emergendo in questo settore.

L’editoria giornalistica non è soltanto un importante fattore di conoscenza e di democrazia, attraverso la formazione dell’opinione pubblica, è anche un importante attore economico, che fa da traino sul mercato dei consumi e produce occupazione. La chiusura di molti giornali in paesi avanzati, come quelli ricordati, ha provocato uno spostamento delle persone impiegate nelle professioni giornalistiche o amministrative verso la produzione digitale di notizie e fuori dell’informazione.

Nel 2008, secondo gli ultimi dati WAN, in 18 paesi OECD esercitavano la professione giornalistica oltre 120 mila persone e lavori collegati altre 750 mila circa.

Il rapporto di ricerca constata che nel triennio 2007-2009 non è diminuito il numero dei lettori di giornali. Anzi, si sono verificati fenomeni di sostituzione dell’acquisto: dalla free press, la nuova forma di diffusione delle notizie che adotta il più tradizionale supporto cartaceo, alle alternative dei siti online, spesso adottati dagli stessi quotidiani su carta, all’esplosione di supporti digitali, che hanno i vantaggi della velocità di circolazione e della facilità d’accesso e di costruzione partecipata della conoscenza.

Con le nuove tecnologie è aumentato a dismisura il numero dei produttori d’informazione e comunicazione in differenti formati.

Delle facilitazioni tecnologiche ha sofferto particolarmente la stampa locale, scavalcata da «buzzmagazine», più informati, primi a dare le notizie e molto più numerosi.

La pubblicità ha dirottato le sue inserzioni su altri media più penetranti e a minor costo. E’ dovuto cambiare il modo d’informare, perchè il confronto con la conoscenza partecipata e senza fronzoli, immediata, dell’offerta ondine ha influenzato la distintività, la qualità e il costo dell’offerta dei giornali su carta, che non si giustificano se non con maggiori, diverse e più accattivanti proposte, stretti come sono tra la TV, la radio e i nuovi media.

E’ cambiata la catena del valore al lettore, da quando il giornalista è venuto allo scoperto o per la competenza tecnica, inferiore alle attese o per la capacità di scrittura, che non corrisponde alla velocità di lettura di chi vuole arrivare subito al dunque ed è portato a selezionare secondo marcatori di sintesi e interpretazione dei fatti.

Il sistema giornalistico nuovo privilegia una gestione dei contenuti in produzione diretta continua.

Quando si parla di «morte del giornale» non si tiene conto però della capacità di adattamento e trasformazione che stanno avendo certi quotidiani, apparsi e sperimentati in Rete e convertiti su carta, come complemento delle notizie veloci e come ripresa dei dibattiti e delle tematizzazioni esplose online.

Il rapporto propone di dare un ruolo centrale alle notizie, che sono al centro dell’interesse pubblico, di collegarle online e offline sinergicamente e di non gestirle come entità separate, di dare spazio alla partecipazione e all’intervento del lettore, non più disposto al vecchio ruolo passivo di una volta, di riconsiderare i concetti della libertà di stampa, della qualità e della governance delle notizie, di puntare su una diversificazione e competizione dei media a beneficio della partecipazione e soddisfazione del lettore.

Se questa è raggiunta secondo le regole del marketing diretto, della proprietà intellettuale e degli standard tecnici, è facile che il giornale si avvii a cavalcare con efficacia le esigenze rivelate da Internet.

Estratto da: Iriospark

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Il Potere della Confindustria

La settimana scorsa la Confindustria ha celebrato i 100 anni, un’occasione importante per rinnovare le richieste al presidente del Consiglio, come al solito presente e partecipe, rinsaldare il consenso degli associati sulla linea d’azione, convocare la grande imprenditoria privata e pubblica, i sindacati, i più importanti rappresentanti delle istituzioni e dei partiti politici. Non è la prima volta che la massima organizzazione imprenditoriale italiana fa esibizioni simili.

E’ rituale ormai che in tali circostanze il governo rassicuri sul suo sostegno o addirittura sull’identità di vedute, che una parte dei sindacalisti si affretti a simpatizzare, che i rappresentanti delle istituzioni tacciano o si distinguano con altre dichiarazioni in sede propria. Le assemblee della Confindustria sono occasioni fatte per ascoltare e la sintonia totale o parziale delle forze di governo è data per scontata, pena il dissenso rumoroso di una platea che conosce il suo peso.

L’influenza della Confindustria e dell’imprenditoria sul governo e i partiti moderati è documentata da Filippo Astone, giornalista del settimanale economico «Il Mondo», nel libro <<Il partito dei padroni>>. Come Confidustria e la casta economica comandano in Italia», Longanesi, Milano, 2010.

L’autore ricorda l’anomalia di un’organizzazione, capace di condizionare il potere politico, ramificata sul territorio con 18 organizzazioni regionali, 21 federazioni di settore, 3 di scopo, 97 strutture di categoria, 258 organizzazioni associate, oltre alla sede centrale di Roma, guidata da un presidente con pieni poteri e da boiardi silenziosi, che riceve contributi per 506 milioni di euro e arriva a un miliardo, sommando i ricavi delle società controllate, che sono il «Sole24Ore», la LUISS di Roma e una galassia di altre aziende, editrici di giornali come l’«Arena», «Il Giornale di Bergamo», «Il Giornale di Vicenza», società di certificazione della qualità, di software, della fotografia, dell’editoria libraria.

Confindustria ha circa 4 mila dipendenti diretti, rappresenta 142 mila imprese, che danno lavoro a poco meno di 5 milioni di persone. Dispone di una ricchezza e un potere, che non ha nessun partito o sindacato in Europa, talchè il suo presidente è una delle figure di massimo rilievo e a livello locale conta più il presidente della Confindustria provinciale che il sindaco.

Astone ritiene che la vocazione ad essere partito la Confindustria ce l’abbia nel DNA. Cita a sostegno la decisione costitutiva, dei fondatori, Louis Bonnefon Craponne e Gino Olivetti, il primo presidente e il primo segretario, che nel 1910, a Torino e poi radunando le federazioni di Piemonte, Liguria, Milano e Monza, vagheggiarono di dar vita a un vero e proprio «partito degli industriali». Ma, nel confronto allargato, trovarono più conveniente dare il contributo di mezzi finanziari, idee e uomini ai partiti conservatori e reazionari per favorirne l’ascesa al governo.

Hanno avuto così appoggio Mussolini, Fanfani, Andreotti, Craxi e Berlusconi.

Come scrisse Ernesto Rossi nel 1955, «invece di fondare un partito nuovo, trovavano un cavallo che si prestava bene a portarli dove desideravano».
La trasformazione di «Confindustria in partito» avviene soprattutto negli anni di Tangentopoli e dello sgretolamento dei partiti tradizionali. Nel biennio 1992-94, l’organizzazione imprenditoriale diventa un soggetto politico, che contratta direttamente con i sindacati e i governi tecnici di Amato, Ciampi e Dini.

Le privatizzazioni di ENI, ENEL, Finmeccanica e Telecom portano allo scioglimento dell’Intersind, la loro organizzazione imprenditoriale e all’ingresso in Confindustria, che in tal modo accresce il suo potere già forte. Si dà vita alla concertazione e la presidenza del tempo, di Luigi Abete, sostiene l’azione di «Mani pulite», dando l’ultima spallata alla prima Repubblica.

Nel 2000 è il turno del piccolo imprenditore campano Antonio D’Amato, che stringe un patto di ferro con Berlusconi per un programma liberista sul modello tatcheriano.

Il fallimento di questa visione e dell’esclusione del maggiore sindacato italiano, complemento indispensabile di una scelta autoritaria, sono fattori di una grave crisi economica, politica e sociale. Contribuiscono a portare alla ribalta della Confindustria il presidente più «innovatore», propenso al confronto con le rappresentanze del mondo del lavoro. Luca Cordero di Montezemolo chiude la parentesi D’Amato e comincia a «giocare di sponda tra centrodestra e centrosinistra, strizzando l’occhio al secondo».

E’ l’uomo che cumula il maggior numero di ruoli imprenditoriali, mai posseduti da altri fino ad allora, un protagonista, ampiamente legittimato a negoziare e a dare indicazioni a nome del capitalismo nostrano. La sua presidenza coincide con una breve legislatura di governo del centrosinistra, caduto per l’aspra opposizione del centrodestra, che non si fa scrupolo di usare nessun mezzo e per l’insoddisfazione delle componenti interne, più orientate a soddisfare le richieste immediate di riequilibrio sociale.

La successione di Emma Marcegaglia è data quasi per scontata. E’ donna, da sempre in Confindustria, quarantenne, dotata di un temperamento, che l’ha fatta soprannominare «Black&Decker». Viene scelta per «rimettere al lavoro l’organizzazione». E’ eletta con il 99,2% dei voti, mentre si svolge la campagna per le elezioni legislative, dopo le dimissioni del governo Prodi. Decide di camminare mano nella mano con Silvio Berlusconi, uscito vincitore dalle urne a capo di una coalizione, che ritorna al governo con una legge elettorale maggioritaria, «una porcata», secondo un esponente della nuova maggioranza.

La nuova presidente è eletta mentre scoppia la più grave crisi economica da sessant’anni, che il nuovo governo trascura, mentre rimanda le costose promesse fatte per avere consenso. Per lo stretto legame governativo, Marcegaglia è accusata d’immobilismo e di sudditanza alle esigenze del presidente del Consiglio.

Il libro di Astone si conclude con un capitolo, intitolato «La casta di lorsignori», che ricorda la meritocrazia made in Italy, le scatole cinesi di controllo delle aziende, i casi più clamorosi del familismo e dell’imprenditoria in un paese, incrocio di caste.

Sappiamo che all’assemblea della settimana scorsa il presidente del Consiglio, in difficoltà con il suo partito, non si è speso più di tanto a sostenere la sua alleata, anzi ha rivelato che la sera prima la presidente Marcegaglia era andata a trovarlo per fargli leggere il discorso preparato. Un gesto che potrebbe significare la fine di un’alleanza e portare a una maggiore attenzione della presidente alle istanze della piccola e media impresa.

Il libro di Astone è ricco di informazioni e di richiami ad avvenimenti e pareri autorevoli. L’abilità giornalistica dell’autore si rivela nel continuo collegamento delle une e degli altri con un percorso avvincente, che fa riflettere il lettore sulla realtà di un ambiente instabile, delle «mille confindustrie», che sopravvive tra guerre e intrighi.

Estratto da: Iriospark

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