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Incubatori

Il «The New York Times» ha annunciato pochi giorni fa la creazione di TimeSpace incubatore per start-up nel mondo dei media.

Chi ha un’idea o un’impresa nascente nell’ambito dei media e della multimedialità, mobile, social, video, tecnologia pubblicitaria, analisi, e-commerce o altro, avrà la possibilità di trascorrere quattro mesi negli uffici del quartier generale del quotidiano statunitense lavorando a contatto con chi si occupa di digitale all’interno del giornale, mostrando loro la demo di prodotto ed imparando da quella che la Direttrice, Jill Abramson, ha deciso debba essere la miglior redazione digitale del pianeta

Il perchè lo spiegano senza mezzi termini nello spazio dedicato al progetto: “Il New York Times, ed i media in generale, sono nel bel mezzo di cambiamenti senza precedenti. Il nostro obiettivo centrale rimane quella di migliorare la società, creando, raccogliendo e distribuendo notizie di alta qualità e di informazione. Vogliamo spingere noi stessi e spingere gli altri a trovare il modo migliore per farlo, e siamo convinti che TimeSpace può essere una parte di questo processo”.

Si tratta insomma di un’iniziativa che apporta benefici ad entrambi, con il giornale che potrà raccogliere e valutare idee fresche e innovative ed i neo imprenditori che potranno certamente avere un ritorno positivo dal contatto professionale con l’expertise di uno dei più importanti quotidiani al mondo che magari potrebbe decidere anche di partecipare finanziariamente alla loro proposta.

Una modalità attraverso la quale, finalmente, il crowdsourcing non è più un processo top down che apporta benefici a solo una delle parti, l’impresa. Un’idea che visti i tempi farebbero bene ad imitare anche i giornali italiani.

Time Space

Idea che, oltre alla modesta opinione del sottoscritto, viene sposata anche da Anthony De Rosa, Social Media Editor per Reuters, che infatti la suggerisce, in poco più di tre minuti, nella video intervista sottostante.

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Notizie Sociali

SO News è una nuova piattaforma creata recentemente di giornalismo partecipativo.

Chiunque può fornire il proprio contributo caricando il proprio articolo o segnalandolo all’account su Twitter. Gli utenti, i contributori possono vedere le notizie in  tempo reale ed aggiungere il loro contributo, integrare le informazioni per renderla maggiormente dettagliata e approfondita. La schermata sottostante illustra la newsroom, la redazione sociale con le due colonne di articoli ed i tweet ed una terza dei commenti.

Non manca il controllo di qualità delle informazioni, assolutamente indispensabile per iniziative di questo genere, e ciascuna notizia deve essere stata controllata almeno da due fonti diverse prima della pubblicazione.

Forte attenzione alla tempestività dell’informazione con un’impaginazione che privilegia la cronologia delle notizie rispetto alla gerarchizzazione delle stesse come normalmente avvviene sia sulla carta che nel layout classico dei siti web dei quotidiani e delle fonti d’informazione. In testa, nell’header vengono evidenziate le tre top “SOcial stories” che hanno attirato il maggior interesse e generato le maggiori discussioni, il numero più elevato di commenti.

Iniziativa interessante e innovativa da seguire con attenzione che, ahimè, ancora una volta nel processo di crowdsourcing tralascia la parte relativa alla co-remunerazione; aspetto che, come ho sottolineato a più riprese, non ritengo corretto poichè se l’impresa trae profitto, direttamente o indirettamente, dai contributi forniti è giusto che riconosca una parte del valore creato a chi lo ha di fatto generato.

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Il Gioco Come Catalizzatore del Cambiamento

E’ iniziata ieri la maratona digitale di 48 ore per sconfiggere la povertà nel mondo. Come si fa a parteciparvi? Semplice, si gioca.

Grazie al contributo dell’ Institute for the Future e della Rockefeller Foundation è on line, da ieri 3 aprile sino al 5  Catalysts for Change, gioco il cui obiettivo è quello di raccogliere, in una sorta di brainstorming mondiale, idee e suggerimenti per aiutare oltre il miliardo di persone che vive in condizioni di disagio e povertà estrema.

Come dichiara Jane McGonigal, autrice di “La realtà in gioco. Perché i giochi ci rendono migliori e come possono cambiare il mondo”, libro tradotto in italiano a metà del 2011 del quale, se posso, consiglio assolutamente lettura, “I giochi sono uno strumento straordinario per oltrepassare i limiti della nostra razionalità. Usano la competizione per creare cooperazione […] costituendo così una piattaforma eccellente per collegare idee ed intenti comuni”.

Catalysts for Change viene giocato no stop per 48 ore. Dopo essersi registrati ed aver scelto il proprio carattere, la propria identità,  il partecipante effettua delle giocate da 140 caratteri, sulla falsariga di Twitter. Il giocatore gioca le proprie carte [come mostra la figura soprariportata] divise fondamentalmente in due aree: immaginazione positiva ed immaginazione critica, ciascuna delle quali permette di esprimere un’idea, un suggerimento, interfacciandosi con gli altri partecipanti e costruendo in questo modo una mappa ed un percorso sostenibile per raggiungere l’obiettivo.

Alcune missioni, alcuni obiettivi sono pre caricati sulla fan page di Facebook, così da alimentare concretezza e  diffusione social del gioco.

Catalysts for Change non è solamente un gioco che illustra la potenza del mezzo interattivo nel diffondere un messaggio. In un senso più ampio, ed in un modo che forse nessun altro media riesce a raggiungere, dimostra che quello che i giochi riescono a realizzare sono coinvolgimento ed empatia.

Come sostenevo recentemente, l’interazione sociale attraverso il gioco è un mezzo non un fine. I giochi sono sempre più un catalizzatore di nuovi legami sociali e di interessi comuni, dunque di riflesso media per costruire ed aggregare comunità di interesse come il gioco in questione segnalato quest’oggi, se necessario, conferma.

Che si tratti di newsgames o di giochi con altre finalità narrative e di comunicazione, tralasciare questa opzione è sempre meno sensato.

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Il Punto di Arrivo o Il Punto di Partenza?

Il futuro dell’informazione è digitale. E’ questo probabilmente l’unico punto sul quale la stragrande maggioranza di giornalisti ed esperti del settore pare essere d’accordo.

Come sappiamo, non sono noti i contorni, i tempi e, soprattutto, allo stato attuale non è chiaro con quale sostenibilità economica, ma non passa giorno senza che venga sostenuta a gran voce la scomparsa, più o meno prossima, della carta ed i vantaggi, le opportunità e le prospettive del digitale.

Approccio, oserei direi quasi “ideologico”, che è spesso sintetizzato nel concetto di digital first del quale «The Guardian» è diventato quasi sinonimo e bandiera per il coraggio e la determinazione nell’affrontare tale percorso.

Certamente, come recita la frase di Clay Shirky sopra riportata [NB: cliccando sull’immagine avrete accesso alla presentazione completa della quale vi consiglio la lettura se vi fosse sfuggita in precedenza] , il modello sul quale si è basata la carta stampata negli ultimi 100 anni non funziona e non è più funzionale ad editori, investitori pubblicitari e persone, nel nuovo ecosistema dell’informazione.

Altrettanto certamente si è generalmente ampiamente travisato il significato dell’idea di digital first sia perchè è stato complessivamente, come spesso avviene, tralasciato l’impatto e le implicazioni sull’organizzazione del lavoro delle redazioni che, soprattutto, per la persistente tendenza a ragionare in termini di contrapposizione invece che di sinergia e complementarietà tra carta e digitale, tra vecchio e nuovo.

L’equivoco di fondo è però, direi, di maggior ampiezza e portata.

Si continua fondamentalmente a concentrarsi sul mezzo, sulle soluzioni, tavolta sulle “trovate”, che la tecnologia offre, dimenticando troppo spesso, ho l’impressione, che tutto quello di cui si discute, tutto quello che è è fonte di ragionamenti più o meno condivisi o condivisibili non può prescindere da un punto: le persone.

Devo ancora riflettere, approfondire, per dirmi se sia il punto di partenza o il punto di arrivo, certamente l’idea di mettere al centro i lettori, le persone, il passaggio dal digital first ad un più fondamentale audience first, o ancora meglio, appunto, people first, è imprescindibile per editori, imprese che investono in comunicazione pubblicitaria e, ovviamente, per le persone stesse.

Se, come si va ripetendo da tempo, l’ecosistema dell’informazione, e l’equilibrio di gestione delle redazioni tra costi e ricavi aggiungo io, non può prescindere dalla collaborazione con le persone. Se le persone, la loro attenzione ed il loro coinvolgimento, sono il bene che gli editori da sempre [s]vendono agli investori. Se, come credo, senza persone interessate e coinvolte, non esistono di fatto notizie.

Allora, che sia il punto di arrivo o quello di partenza diviene trascurabile, resta fondamentale [ri]mettere, anche nel caso del giornalismo, al centro le persone troppo a lungo, nella migliore delle ipotesi, trascurate.

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Apertura & Trasparenza

«The Guardian», prosegue con coerenza straordinaria, senza esitazioni, il proprio percorso di apertura e trasparenza nei confronti dei lettori.

Dopo aver scelto, ad ottobre dell’anno scorso, di rendere noto pubblicamente il piano editoriale giornaliero del quotidiano coinvolgendo i lettori sia in termini di feedback rispetto alle scelte che di suggerimenti delle tematiche da pubblicare, verificati i limiti ed i vantaggi della prima fase della sperimentazione, compie ora un ulteriore passo di avanzamento nel percorso strategico tracciato.

Da due giorni è attivo Newsdesk Live, blog che in tempo reale, in stile live blogging, informa il lettore sulle motivazioni delle scelte editoriali effettuate e lo coinvolge chiedendogli il proprio contributo al riguardo.

In un unico spazio sono ora raccolti il piano editoriale giornaliero e, con aggiornamenti in tempo reale,  le informazioni, le notizie, e la spiegazione delle scelte effettuate dalla redazione del Guardian. I lettori possono interagire attraverso Twitter, con due account appositamente dedicati, o, se preferiscono, via mail, sui temi del giorno.

Finalmente in ambito editoriale apertura, trasparenza e conversazione sono termini riempiti di significato.

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The Monkeys that Wrote Shakespeare

Almost a month ago I reported on computer generated articles who’s autors claim it will probably win a Pulitzer in the next 5 years as Nicola Bruno and Raffaele Mastrolonardo  wrote in their book “The Monkey That Won a Pulitzer”.

Jesse Anderson a week ago has announced that, through an application he has written, he successfully mimicked a million monkeys typing and it has recreated all Shakespeare’s work.

Apparently he was inspired in his work by one of his favorite Simpsons episodes as the video below shows.

With the uprising of these technologies, which are very reliable for data or, as Anderson’s work shows, re elaborating existing sources, the concerns for journalists should be focused on  fact checking and engagement of those which, otherwise, were once their audience.

Recent experiment carried out by «The Guardian» is a good example of how to do it.

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Donec ad Metam

Sono trascorsi meno di 4 mesi dall’annuncio fatto dal «The Guardian», in termini di filosofia di approccio e di organizzazione, verso una trasformazione della media company da una basata sulla carta stampata ad una la cui filosofia, e pratica, si fondi sul digital first e già si iniziano a vederne i primi risultati.

Il lancio, finalmente, dell’applicazione per iPad ne è la prima evidenza, non tanto perchè dovuto per restare al passo con i tempi quanto per l’attenzione al posizionamento sia in termini di prezzo che, soprattutto, di ruolo assegnato a ciascuna piattaforma.

Pressochè contemporaneamente, coerentemente con la filosofia progettuale open, mantenuta nonostante il calo dei ricavi, sceglie di rendere noto pubblicamente il piano editoriale giornaliero del quotidiano coinvolgendo i lettori sia in termini di feedback rispetto alle scelte che di suggerimenti delle tematiche da pubblicare.  Interazione che può essere effettuata sia via mail  [newseditor@guardian.co.uk] che attraverso Twitter utilizzando l’hashtag #opennews e dialogando con i redattori degli articoli i cui account della piattaforma di microblogging sono inseriti, laddove disponibili, a lato dell’articolo come mostra l’immagine sottostante.

“Donec ad metam” [fino alla meta] scriveva D’Annunzio nel 1918 incitando a non arrestarsi mai. Motto che sembra coniato su misura per il coraggio di sperimentare e la determinazione verso gli obiettivi del quotidiano anglosassone nel percorso evolutivo che sta affrontando con una visione d’assieme ed una coerenza rari.

Al momento della redazione di questo articolo, ne parlano anche: The New York Times, Mashable!, 10,000 Words, Rhetorica, Press Gazette, Magforum, Poynter e Jon Slattery.

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