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Secondo l’analisi effettuata da Buzzdetector tra il 17 di ottobre ed il 2 di dicembre solo su Twitter 3756 persone hanno generato oltre 11mila tweet sul crowdfunding in corso a supporto dell’edizione 2014 del Festival Internazionale del giornalismo.

In questo momento sono 492 coloro che hanno dato un loro contributo effettivo per la raccolta di fondi. Mancano all’appello, almeno, 3200 persone. Se siete tra questi mettetevi una mano sulla coscienza ed una sul portafoglio.

Se ciascuno dei 3200 che hanno tweettato ma non hanno ancora contribuito versasse 14 euro [cifra ragionevolmente modesta e sensata poichè è #ijf14] si raccoglierebbero 44800 € permettendo così di arrivare a oltre 82mila euro; cifra molto vicina all’obiettivo dei 100mila.

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Crowdfunding Senza Enfasi

Il Crowdfunding, termine mutuato dal crowdsourcing,  è un processo collaborativo di un gruppo di persone finalizzato alla raccolta di fondi per supportare una determinata organizzazione o iniziativa. Il concetto viene applicato anche al giornalismo parlando specificatamente di crowdfunding journalism, ovvero della raccolta di danaro per finanziare inchieste giornalistiche che non sono direttamente supportate economicamente dalle imprese editoriali.

Sull’onda del relativo successo di Spot.us molti hanno ipotizzato che potesse essere una modalità vincente per superare la crisi del comparto per finanziare e rilanciare il giornalismo investigativo, dando luce a diverse iniziative che ne mutuavano i principi anche nel nostro paese.

Il New York Times nei giorni scorsi ha segnalato la nascita di una nuova iniziativa in quest’ambito dedicata ai reportage fotografici.

Emphas.is propone il versamento di quote individuali di 10$ per finanziare inchieste di foto-giornalismo di proprio interesse ed anche la possibilità di copertura del 50% dei costi agli editori che poi  pubblicheranno il reportage.

E’ un ipotesi di lavoro interessante che concettualmente mi affascina, che anche Kickstarter sta tentando di percorrere.

Peccato che per entrambe le iniziative, come avvenuto già per molti altri casi, sin ora i progetti effettivamente finanziati e realizzati siano un’eccezione e non la regola.

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La carica dei 101

Si parla, si è parlato anche all’interno di questi spazi, di crowdsourcing, anche in ambito editoriale e giornalistico, come un valore positivo sia in termini di accoglimento della partecipazione da parte dell’utenza che per il valore che può essere espresso e dunque raccolto.

Molto spesso però, sin ad ora, il riconoscimento del contributo o è inesistente o è talmente esiguo da farlo assomigliare comunque ad una potenziale nuova forma di sfruttamento.

A gettare le basi per porre rimedio a queste dinamiche ci pensa Suite101, comunità di incontro tra scrittori free lance di ogni livello ed i 29milioni di lettori che complessivamente seguono le diverse edizioni in inglese, francese, tedesco e spagnolo e che ogni mese pongono 101 “domande calde”che danno origine ad alcuni dei contenuti, da cui il nome.

Il modello di remunerazione non è molto differente da altri esistenti ma offre il vantaggio di ottenere dei ricavi mensili anche se non si pubblicano nuovi articoli, purché i vecchi continuino a suscitare interesse ovviamente. Pare che gli autori di maggior successo riescano a raccogliere sino a 3mila dollari mensili ed il record raggiunto è stato, secondo quanto dichiarato, di 5mila dollari.

Come illustra il grafico, sono iniziative che hanno raccolto successi dopo anni di sperimentazione e raffinamento. Nel nostro paese però le sperimentazioni, per quanto a me noto, sono meno che abbozzate. L’orientamento attuale è più verso il crowdfunding, al di là delle limitazioni oggettive rispetto ad altre nazioni, speriamo non sia il sintomo, la conferma, di individualismi e della fine del sogno.

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Rivoluzione, Evoluzione o Involuzione

Ha destato un certo interesse il reportage pubblicato dal NYT intitolato “A galla nell’Oceano, si espandono isole d’immondizia” che documenta l’invasione dei rifiuti nell’Oceano Pacifico.

Più che per il contenuto relativo all’ennesima tragedia ambientale che si va consumando, i giornali nazionali ne hanno parlato in funzione del fatto che l’articolo è stato pubblicato grazie ai finanziamenti dei lettori che, via Spot Us, hanno sovvenzionato le spese del freelance che lo ha realizzato.

Generalmente gli articoli della stampa nostrana hanno sottolineato la notizia come una rivoluzione o quantomeno una evoluzione del giornalismo d’inchiesta. Abbiamo anche un neologismo che descrive questo fenomeno: il crowdfunding jounalism o, meno sintetico, community funded reporting.

Un commento alla notizia riportata da Pratellesi, chiede testualmente: “Ma se il giornlismo di qualità deve essere pagato dalle fondazioni allora quello di scarsa qualità da chi deve essere pagato ??” Continuando: “Ma lo dobbiamo salvare per forza questo giornalismo ???”

Condivido la perplessità del lettore. Come dicevo a Riccardo Silvi a me pare più una involuzione anziché una rivoluzione. I “grandi giornali” fanno servizi fuori dal coro con soldi non loro e con professionisti che non rischiano di perdere il posto di lavoro perché non lo hanno.

Se i giornali necessitano delle sovvenzioni dei lettori per realizzare articoli interessanti, scordiamoci di parlare ancora di giornalismo del futuro.

Concentriamo la nostra attenzione sul bilanciare editori non puri, lobby e pressione degli inserzionisti, riuscirci sarebbe un obiettivo di minima che certamente favorirebbe la qualità del giornalismo e dei giornali.

Involution

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