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Cattiva Gamification

La gamification è ormai una modalità sufficientemente nota, anche i giornali e le riviste di massa del nostro Paese iniziano ad occuparsene con articoli sul tema. L’applicazione  delle tecniche di gioco a contesti non ludici coinvolge il marketing ma anche la gestione delle risorse umane e pure la politica.

Sono sempre più i casi di ricerca di modalità di coinvolgimento nella vita politica attraverso la gamification che, sperimentate abbondantemente oltreoceano, iniziano ad approdare anche nello scenario della comunicazione politica del nostro Paese.

Dopo il tentativo ,non esattamente azzeccato, effettuato alle ultime elezioni dalla lista guidata dall’ex Presidente del Consiglio Monti, è ora la volta del Partito Radicale. Dal 5 di agosto infatti per promuovere la firma dei 12 referendum è stato lanciato “Referendario Social”, applicazione Facebook il cui obiettivo è quello di diffondere sul  social network le informazioni circa i quesiti referendari provando, il condizionale è d’obbligo, a stimolare la condivisione attraverso elementi di gamification.

Si chiede ai “referendari social” di aggiungere il badge alla propria foto profilo, condividere il link del sito, le cartoline e le notizie del blog. Il gioco prevede l’assegnazione di punti per ogni condivisione, due classifiche, una settimanale ed una globale, premi virtuali e premi reali al termine della campagna.

Referendario Social

Se l’obiettivo è, come recita il comunicato stampa dei radicali diffuso il 5 agosto scorso, “coinvolgere i volontari che già oggi contribuiscono a diffondere le notizie sulla campagna referendaria; attrarre nuovi volontari e stimolare la loro partecipazione”, siamo, mi spiace, sulla strada sbagliata.

Da un lato infatti tutto il percorso è impostato esclusivamente sulla condivisione “social” dei contenuti escludendo qualsiasi altra possibile forma di partecipazione attiva ma, soprattutto, dall’altro lato, sono evidenti la mancanza di un percorso, di game design, limitandosi fondamentalmente agli aspetti più elementari dei meccanismi di gioco applicati a contesti non ludici  ed inserendo esclusivamente quella parte che viene definita con i termini di [sigh!] badgification e pointification.

Ed il vincere badge e punti tanto per vincere stanca. Arriva un punto in cui se si continua solamente a cercare di segnare punti ci si annoia, cade la motivazione, c’è bisogno di “qualcosa d’altro”, ed è lì che fallisce “Referendario Social”. Non a caso, dopo quasi un mese dal lancio, al momento della realizzazione di questo articolo, secondo quanto viene riportato nella dashboard principale, i referendari iscritti sono in totale solo 357 ed i referendari attivi nelle ultime 48 ore sono 46 anime pie che calano a 32 considerando i referendari attivi nelle ultime 24 ore. Davvero ben poca cosa.

Come dicevo ad inizio anno, durante la mia lecture al master in giornalismo scientifico digitale della SISSA International School for Advanced Studies di Trieste, la gamification non è solo un fornire le pedine e i dadi: bisogna essere bravi a costruire il gioco dell’oca, è evidente come in questo caso l’obiettivo prevalente di comunicazione sia quello di costruire, di alimentare buzz, passaparola rispetto alle proprie proposte senza però alcun tipo, alcun criterio, di motivazione a farlo.

La badgification, pur stimolando il coinvolgimento delle persone con questo tipo di ricompense, se fine a se stessa, molto spesso rischia di creare aspettative che poi restano vuote di significato, mentre il valore aggiunto della gamification è quello di generare emozioni positive, eustress, come dice Jane McGonical in “La Realtà in Gioco”.

Proprio su le cattive applicazioni della gamification, Badgeville ha lanciato in questi giorni un “laboratorio” di monitoraggio ed analisi dei diversi casi. Io, nel mio piccolo, ne parlerò il 16 settembre prossimo venturo a Dig.it, due giornate fiorentine dedicate al giornalismo digitale, in cui terrò un mini-seminario proprio sulla gamification. Mi dicono gli organizzatori che dovrebbe esserci ancora qualche posto disponibile, se credete ci vediamo lì per approfondire.

Referndario Social Classifica

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PoliticsTTT

Gli eventi SocialabTTT si realizzano in contemporanea in diverse città italiane e in realtime con le finalità di condividere conoscenze, di creare e diffondere una cultura digitale, costruire un linguaggio comune e far crescere la Rete.

Il SociallabTTT di oggi 23 marzo, giunto alla nona edizione, è dedicato al tema dell’evoluzione della comunicazione politica in Rete e sul ruolo dei social media al suo interno. PoliticsTTT si svolgerà in contemporanea nelle città di Milano, Roma, Lecce, Genova, Bologna e Corato a partire dalle ore 18:30 sino alle 21:00.

L’evento è aperto a tutti previa registrazione per la presenza in loco [evento è sold out, ma potete provare lo stesso] o in alternativa è possibile seguire lo streaming video in diretta e la conversazione su Twitter con l’hashtag #PoliticsTTT seguito dalla sigla della città di riferimento, d’interesse, come ad esempio #PoliticsTTT/BO.

PoliticsTTT

Tra i relatori dell’edizione bolognese è stato incautamente arruolato anche il sottoscritto inseme a Matteo Lepore, Assessore al Comune di Bologna, coordinatore di Giunta con deleghe a Relazioni Internazionali della Città, Marketing Urbano, Innovazione e Semplificazione Amministrativa, Progetto Smart City e Agenda Digitale; Emanuela Zaccone, giovane social media analyst e researcher consultant, co-fondatrice e social media strategist di TOK.tv; Giovanni Scrofani (Twitter), classe ’74, si definisce un satiro dadaista, per gli addetti ai lavori è l’ideatore del progetto Gilda35, blog ovviamente dadaista, di satira politica, televisione, social network, web, programmi tv e tendenze del web e Andrea Nelson Mauro, animatore di Spaghetti open data , una comunità di normali cittadini con il pallino degli open data, che sostengono saldamente la libera informazione ed l’accesso alle informazioni pubbliche.

Le cose da dire non mancheranno certo sul controverso ed approssimativo utilizzo del Web e dei social media da parte dei politici come testimonia, ad esempio, il silenzio pressoché assoluto del Presidente del Consiglio uscente dopo le elezioni o di Pierferdinando Casini anch’esso praticamente ammutolito dopo la tornata elettorale.

Se avete modo di venire ci vediamo lì altrimenti “chiacchieriamo” come sempre via Twitter. A stasera.

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Più Comunicativa per i Simboli Elettorali

Per le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio prossimi si è avuto un vero e proprio boom di liste e simboli. Al Ministero dell’Interno sono state presentate le richieste di partecipazione di 215 concorrenti, ridotti a 169 dopo la selezione in base ai criteri di ammissione fissati dalla legge. Mentre nel 2008 le liste e i simboli erano stati 181 e gli ammessi alla competizione elettorale 153, rispettivamente 34 e 16 in meno.

Il Viminale ha respinto molte liste “tarocche” o “cloni”, predisposte per sottrarre voti ai destinatari contraffatti. La corsa di tali liste è finita con l’affissione del loro simbolo nella bacheca delle richiedenti e talvolta è proseguita con il ricorso in Cassazione.

Numerosi contrassegni sono stati rimandati ai presentatori per avere entro 48 ore le modifiche atte a evitare confusioni con altri, come disturbi agli elettori e alterazioni alla regolarità del confronto.

I partiti italiani e le leggi elettorali di sostegno chiamano “simboli” i segni grafici distintivi dell’identità, composti da forme, figure, scritte, caratteri e colori. L’elaborazione sintetica di queste parti dovrebbe dare un aspetto esteriore originale all’organizzazione politica, che la realizza come riferimento evocativo. Mira a configurare un’identità precisa per missione, valori, logiche di azione e comportamenti, tesi alla soddisfazione di interessi tipici di più o meno ampi settori della società.

Il simbolo può facilitare il riconoscimento da parte dei cittadini del posizionamento di un partito rispetto ai competitori, orientarli nelle scelte e nelle interazioni, garantirli nell’ambito di oscillazione delle tattiche di breve periodo per rapporto all’identità di lungo, espressa fin dall’elaborazione grafica. Può indicare un impegno assunto, incorporato, più forte di qualunque “contratto”, propagandato in occasione di scadenze elettorali. E’ una componente dell’immagine, che motiva la scelta e rinnova il legame dei cittadini, dà il senso delle comunicazioni e spinge alla mobilitazione. Non può limitarsi ad essere una spettacolare apparizione mediatica di una struttura a perdere.

Ogni elettore, anche con scarsa competenza politica, deve poter sentire, dagli usi evidenti che un partito fa del suo simbolo, quali sono la significanza e la prospettiva del gruppo dirigente.

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La significanza è il modo con cui l’immagine e la comunicazione di un partito si legano all’esperienza personale e sono sentite coerenti con le esigenze individuali, rilevando quelle che possono essere soddisfatte dall’offerta politica di chi, in quale misura e con che costi [Jean Marie Floch, Identités visuelles, 1995].

I segni grafici usati dai partiti italiani per evocare la loro distintività corrispondono poco alla denotazione e all’etimologia della parola “simbolo”, anche quando si tratta di prese in giro, contraffazioni, ostacoli, sulla via dell’obiettivo elettorale, raggiungibile dalle forze organizzate per la competizione politica.

Il “synballein”, il mettere assieme della derivazione greca e il raccogliere per interpretare il contenuto latente dell’immagine [Jean Laplanche et Jean-Baptiste Pontalis, 1967; Gian Luigi Beccaria, 1994], sono presenti solo in qualche contrassegno d’antan, ereditato da alcune liste attuali.

La coalizione di Centrosinistra, su sette partiti componenti, ne ha due con riferimenti simili: il Partito Socialista Italiano e la Sudtiroler Volkspartei; quella di Centro, su tre componenti, ha l’UDC, che esibisce il vecchio scudo crociato con la scritta “Libertas”; il Centrodestra, forte dei suoi nove componenti, vede la Lega Nord riproporre l’Alberto da Giussano delle origini, contornato dai nomi nuovi, evidenziati, di Maroni e Tremonti. Il nome di quest’ultimo, anzi, era stato scritto “treMonti” con la M maiuscola, forse per ridimensionare per iscritto il Presidente del Consiglio del governo tecnico, che ha avuto l’opposizione dei leghisti fin dalla costituzione, salvo poi ricredersi.

Il gruppo dei partiti Italia dei Valori + Rifondazione Comunista + Comunisti Italiani + Verdi + Movimento Arancione, riuniti sotto il nome di Rivoluzione Civile, è rappresentato da un simbolo con un profilo del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo, sovrastato dal cognome del leader, l’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Il logo è inserito in un cerchio a colori giallo arancio e rosso fragola. E’ uno dei pochi contrassegni evocativi della proposta politica portata avanti, forse anche per merito della consulenza di un professore di tecnologie applicate alla comunicazione dell’Università di Roma La Sapienza.

Chi guarda i simboli delle liste “tarocche”, “cloni”, “civette”, di “disturbo” rimane colpito da quelle esplicitamente provocatorie, come il Movimento Bunga Bunga, ispirato al Movimento 5 Stelle di Grillo, Angeli della Terra, che dall’alto del tricolore italiano proclamano: “L’Italia ai cittadini”, Civiltà Rurale Sviluppo, che si adorna della testa di un cervo e di spighe di grano, con immagini in verde su fondo giallo ed è concorrente dell’Alleanza per la Terra-Economia e Società Verdi, che disegna il mappamondo e il lettering in verde, ma fa risaltare una spiga dorata dalla striscia centrale della parola “Terra”, scritta in grande. Sempre in quest’area “ecologica” il Fronte Verde mette sul simbolo un arciere, che tira al riparo di un’onda tricolore, né manca il FDE- Federalisti Democratici Europei, che di stelle ne hanno una trentina e le coniugano con l’airone dell’IDV. Il più tarocco è un Fratelli d’Italia, con la denominazione piazzata sopra un guerriero in armatura, che cavalca un cavallo al galoppo su una bandiera italiana.

Anche le Leghe non mancano. Sono Lombardo-Veneta, Padana, della Lombardia, Liga Veneta-Repubblica, per Maroni Presidente e l’Unione Padana.

Per realizzare l’unità universale dei militanti della Chiesa di Gesù Cristo si battono i cittadini romani, che affermano, rigorosamente in latino, di parteggiare per la teocrazia cristiana.

Tra voti per la Camera e per il Senato gli elettori si troveranno ad avere a che fare con più di 25 liste e simboli. Questi ultimi sono prevalentemente “nominativi”, riprendono il nome del leader o “programmatici”, indicano cioè la missione o i valori di riferimento.

In questa ampia iconografia i colori bianco, rosso e verde traboccano anche nel Centrosinistra per i simboli del PD, di SEL e dei Moderati.

Al Centro il contrassegno della lista di Fini gioca con il verde, l’azzurro e un timido tricolore, a complemento del nome, grande, del leader e di Futuro e Libertà, scritto più piccolo; Scelta Civica preferisce il bianco e l’azzurro per il simbolo, che adorna l’head line “Con Monti per l’Italia” per mezzo di una scia tricolore in stile pattuglia acrobatica dell’Aeronautica Militare.

Berlusconi Presidente fa lo stesso uso della bandiera italiana per il Popolo della Libertà, trasformandola in un quasi confine tra il nome del partito e il suo, mentre Fratelli d’Italia annoda la striscia tricolore a Centrodestra Nazionale e la Destra-Storace parte da una base uguale per protendere una fiaccola (luce o arma?).

Infine il MIR-Moderati in Rivoluzione di Giampiero Samorì, avvocato di Modena, disegna un logo che avvolge la penisola in un nastro rosso, bianco e verde per segnalare l’urgenza di realizzare un “programma capitalistico, che mette al centro dell’attenzione l’impresa, i lavoratori e i consumatori” e non distrugge le aziende private.

Per essere più comunicativi i simboli delle liste elettorali italiane devono essere non solo esteticamente piacevoli e al servizio dei leader, ma espressivi di missioni, valori di riferimento, forza organizzativa, logica di azione verso la società e d’interazione con i cittadini.

Nell’attesa…..

Mass 4 di RF

Evoluzione dal modello di opinion giving al modello di opinion sharing

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La Popolarità Mediatica dei Candidati alla Presidenza del Consiglio

Si dice spesso che i media tradizionali siano autoreferenziali, egocentrici. La dinamica pare essere molto simile anche per quanto riguarda la Rete dove è forte la concentrazione relativamente a quanto avviene al suo interno.

E’ così anche nel caso delle elezioni prossime venture con un attento monitoraggio a quanto avviene su Internet ed in particolare all’interno delle due reti sociali più note: Facebook e Twitter.

Nell’ultimo mese sono nate diverse iniziative in tal senso sia da parte di quotidiani online quali «La Stampa», che nel suo speciale elezioni ha creato uno spazio definito le voci della politica al cui interno sono mostrati le attività di politici e partiti per i due precitati social network, e diverse proposte indipendenti quali TwitAntonio, Italia2013 e PolisMeter che non monitora solo i social ma anche la Rete più in generale.

In una Paese quale l’Italia con la più bassa penetrazione di Internet sarebbe però interessante anche sapere e capire quale popolarità, quanto spazio viene dato a partiti e politici negli altri media.

Se i dati del Centro d’Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva segnalati ieri forniscono uno spaccato della share of voice all’interno dei telegiornali nazionali dei diversi partiti arriva ora, finalmente, un monitoraggio anche degli altri media.

“La popolarità corre sui media” è un’iniziativa realizzata da tre società associate tra loro che si occupano di monitoraggio e fornitura della rassegna di stampa, web e video, che, avendo sostanzialmente i dati in casa, 1000 fonti giornalistiche quotidiane più importanti del Paese, tra quotidiani nazionali e locali, settimanali e periodici, siti web, agenzie di informazione, blog e fonti istituzionali, per rilevare quante volte i candidati alle elezioni politiche 2013 vengono citati.

Nello spazio dedicato alla pregevole iniziativa un’infografica interattiva riassume le citazioni dei sei principali candidati alla Presidenza del Consiglio. Le percentuali si riferiscono alla quota di citazioni ottenute da ciascun candidato sul totale delle citazioni rilevate. Tutto si riferisce alla totalità delle 1000 fonti. Il filtro consente di approfondire la lettura per: argomenti , fonti e testate.

Popolarità Politici

In argomenti viene rilevata la compresenza nell’articolo del nome del candidato e della parola-chiave argomento; per fonti si evidenziano i risultati di gruppi omogenei di testate, come ad esempio le sole fonti web o i quotidiani locali, infine con il filtro testate si confrontano le citazioni dei candidati sulle testate che nel giorno hanno presentato in assoluto il maggior numero di citazioni.

Anche se i dominatori assoluti in termini di citazioni sono Monti e Berlusconi è interessante verificare come, ad esempio, «Il Corriere della Sera» dedichi al Presidente del Consiglio uscente più del doppio di quelle di Berlusconi e oltre il triplo di quelle per Bersani, o come «la Repubblica» dedichi al Cavaliere il doppio delle citazioni rispetto a Bersani che invece domina su «Libero» anche se certamente non si tratta di menzioni positive in questo caso.

Osservando l’andamento delle intenzioni di voto dei diversi sondaggi elettorali pare che il più penalizzato dalla relativamente scarsa esposizione mediatica sia proprio Bersani la cui coalizione perde terreno mentre se ne avvantaggia in maniera significativa quella guidata da Berlusconi ed anche quella che fa riferimento a Monti seppure in maniera non proporzionale alla grande esposizione di cui gode.

La conferma, se necessario, che per una buona comunicazione elettorale non è solo la quantità a fare la differenza.

Intenzioni di Voto

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Distorsione delle Notizie per l’Inganno Politico

La campagna elettorale è entrata nella fase più accesa, del richiamo agli interessi forti, al coinvolgimento emozionale e alla coerenza sociale. Tra smentite e memento, controinformazione e rinfacci, i capi coalizione, i candidati e i sostenitori delle liste elettorali vecchie e nuove si affrontano senza esclusione di colpi nella gara per la conquista dei votanti. Un fiume in piena di notizie invade i media e tocca gli elettori.

Da vent’anni le elezioni italiane si svolgono in un clima di forte antagonismo e quanto più i richiami valoriali, alle regole della democrazia, si omologano, tanto più sono gli esponenti di spicco dei partiti di opinione a fare le differenze, sempre più enfatizzate sul processo mentale di costruzione delle “comunità immaginate”, come le definì Benedict Anderson, cioè i gruppi a cui i politici attribuiscono caratteristiche e comportamenti, risultanti dal miscuglio di un forte tribalismo e di una giungla hobbesiana, bene espresso dal proverbio “Io e mio fratello contro mio cugino. Io e mio cugino contro il mondo intero”.

Il tribalismo è l’idea che la solidarietà sia basata solo sulla prossimità delle relazioni di sangue e sia rafforzata da un atteggiamento di ostilità permanente verso il resto del mondo.

La comunicazione elettorale, basata sui media tradizionali e nuovi, fa leva sulla squalificazione reciproca dei protagonisti per i comportamenti tenuti nel passato e sulla svalutazione delle intenzioni e dei programmi futuri di governo.

Le liste elettorali in campo fanno una vera e propria “esorcizzazione dei nemici”, accusati di voler peggiorare la condizione socio-economica dei cittadini, in cambio di trovate estemporanee per l’avvenire e correzioni retrospettive della politica sbagliata, attuata nel passato.

I mass media perlopiù si prestano ad amplificare queste tenzoni, spettacolarizzarle e adornarle di informazioni distintive, raccolte da fonti, non sempre affidabili o non verificate, oppure elaborate per deduzione e verosimiglianza.

Si viene così a comporre un vero e proprio arzigogolo teatrale, da teatro comico, in cui la “personalizzazione della politica”, chiave privilegiata dell’interpretazione dei fatti, fa da guida per suggerire colpi di scena e comportamenti scontati.

La visibilità mediatica dei protagonisti di ogni ordine e grado ne guadagna naturalmente.

Se la carta stampata spinge la collaborazione del lettore alla riflessione e alla valutazione dei fatti comunicati, la televisione aggiunge alla spettacolarità la distanza fra spettatore e protagonista e la facilitazione del processo di conoscenza, diventato sempre più rapido e fruttifero per chi agisce.

“Sono i media d’attualità che creano, letteralmente, la notorietà, per la loro capacità di rendere visibili e familiari i personaggi pubblici a milioni di persone, che non li hanno mai incontrati in carne e ossa” scriveva Charles L. Ponce de Leon in “Self-Exposure: Human-Interest Journalism and the Emergence of Celebrity in America”.

L’immagine televisiva configurata in questo modo e categorizzata per i fatti mostrati, si stereotipizza nel vissuto degli spettatori e diventa elemento cognitivo di riferimento abituale. Lo stesso accade per il frequentatore del social network nell’interazione con il titolare dell’account.

In Italia, come negli altri Paesi, l’ elettore s’informa sulla politica per mezzo della televisione e non c’è canale nazionale che non dia notizie, almeno settimanalmente, ai suoi spettatori sull’esito dei sondaggi affidati agli istituti di indagine.

Rilevazioni e analisi su orientamenti e tendenze dei votanti abbondano anche sulla carta stampata, sui giornali online e sui siti interessati alla politica, ma la televisione fa da padrona, forte delle caratteristiche proprie e dell’eventuale correlazione con altri media, che danno spazio ai politici. Costituisce un traino forte, di facile accesso e comprensione, imbattibile dai concorrenti.

Il successo in politica dei personaggi televisivi sta a dimostrare l’ efficacia del medium, da solo e in communication mix.

TG & Politica

L’esaltazione visiva dei protagonisti costituisce la componente principale della distorsione veridica dei fatti. Il cosiddetto “spinning”, l’espressione inglese legata al verbo omonimo, che può corrispondere al lombardo “far su”, cioè manipolare l’atteggiamento di qualcuno per ottenerne il consenso, fa leva sull’immagine e la visibilità mediatica.

Usato soprattutto nella comunicazione politica, “in generale, lo spin è la ricostruzione che dà rilievo a certi aspetti e ne trascura altri, mette in relazione certi fatti e non altri” spiega Franca D’Agostini in “Menzogna”. E’ un modo operativo del newsmaking, della pubblicità, della difesa avvocatesca, serve per stimolare la fiducia e ottenere l’adesione al messaggio rivolto al target.

Anche se siamo “naturalmente” entrati nell’epoca della diffidenza, in cui “interagiamo soprattutto con persone in cui non abbiamo fiducia [e forse verso le quali proviamo diffidenza]” scrive Russell Hardin, lo facciamo perché crediamo di poter trovare il modo per soddisfare i nostri interessi nelle azioni degli altri.

E’ la logica che in politica si chiama del “ Votare turandosi il naso” per ottenere le utilità fatte baluginare dal manipolatore.

Il politologo John J. Mearsheimer dell’University of Chicago nel libro “Why leaders lie”, pubblicato da Oxford University Press nel 2011, attribuisce ai politici americani, governi in testa, di aver fatto uso di “spinning” per raccogliere l’adesione della maggioranza dei cittadini USA fino alle decisioni di intervento armato in Afganistan e Irak, mostrando gli aspetti favorevoli e vantaggiosi per il paese, esagerando e distorcendo addirittura la verità, riducendo o ignorando gli inconvenienti della situazione, senza prevaricazioni.

Lo spinning può essere ammesso come estrema risorsa di fronte a situazioni drammatiche, in cui non si può aspettare per evitarne l’aggravamento sostiene Mearsheimer.

La tesi giustificazionista del politologo non altera la puntigliosa ricostruzione dei fatti, basata su documenti originali e l’esemplificazione delle tecniche di distorsione delle notizie in politica effettuata nel libro.

Negli uni e nelle altre sta l’utilità di “Why leaders lie. The truth about lying in International politics”. Lettura consigliata in questi 15 giorni che ci separano dalle elezioni.

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Per una Comunicazione Elettorale di Successo

Un filone consolidato della ricerca in semiotica, psicologia e sociologia della comunicazione [Umberto Eco, 1994; Dan Schiller, 2007; Manuel Castells, 2009] ha messo in evidenza che le persone comunicano se condividono il significato dell’informazione passata nel contesto delle relazioni sociali in atto.

Gli individui sono capaci di modificare il senso dei messaggi scambiati, ma la costruzione del significato è complessa. Avviene con un processo influenzato dal contenuto e dal formato dei messaggi, dalla tecnologia e dalle pratiche comunicative variegate che gli attori usano, dalle esperienze passate. Dipende dai livelli di coinvolgimento attivati in presenza delle opportunità di informazioni, idee e impressioni, raccolte con motivazioni diverse da persone diverse e dalla stessa persona in circostanze diverse.

Totò

I “destinatari” della comunicazione politica per lo più prestano un’attenzione relativamente scarsa e trattengono solo un’esigua frazione dell’imponente flusso d’informazioni inviate dai partiti con l’ampio ventaglio dei media tradizionali e nuovi, di massa e sociali.

Per orientare il loro comportamento elettorale i “componenti delle audience” impiegano schemi interpretativi degli eventi politici che li riguardano, come delle attività di schieramenti e leader che preferiscono, traendoli dalla percezione degli interessi immediati e dal repertorio di conoscenze memorizzate.

La comunicazione avviene con il riconoscimento di un “campo comunicativo”, dove le persone possono interagire, negoziando le regole per svolgere il processo che conduce alla co-significazione, avvalendosi delle tecnologie, delle caratteristiche degli attori, dei loro codici culturali e delle procedure comportamentali. E’ un processo, che sorregge quello di scambio tra i partecipanti alla comunicazione e ne configura il campo di azione, mentre opera per elaborare la cultura della condivisione e la formazione dell’unità sociale.

“I soggetti comunicativi non sono entità isolate; interagiscono fra loro formando reti di comunicazione che producono senso condiviso. Siamo passati dalla comunicazione di massa rivolta all’audience, a un’audience attiva che ritaglia il proprio senso mettendo a confronto la propria esperienza con i flussi monodirezionali che riceve. Così osserviamo la nascita della produzione interattiva di significato. Questo è ciò che chiamo audience creativa, la fonte della cultura del remix, che caratterizza il mondo dell’autocomunicazione di massa” [Manuel Castells, 2009].

La comunicazione politica in tal modo praticata configura il sistema democratico, consente la cittadinanza attiva, serve a perseguire i fini di adattamento e mantenimento della Politica.

La leadership “carismatica” degli showmen televisivi, diretta all’integrazione passiva dei comunicanti e alla loro interpellazione nelle occasioni istituzionali, in funzione delle necessità di governo del sistema politico, è andata in crisi irreversibile. La politica spettacolo dei bagni di folla e delle acclamazioni all’unto del Signore riconosciuto adesso serve appena per le sottolineature caricaturali dei comici e dei vignettisti tradizionali.

I rottamatori, che vogliono cambiare, perché “tutto resti come prima”, non fanno più presa.

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La realtà dimostra in centinaia di occasioni che bisogna riabilitare la politica dei professionisti al servizio delle esigenze dei cittadini e non solo a quelle dell’equilibrio del bilancio pubblico, per ottenere successo.

Oggi le tecniche e i metodi della scienza politica mettono a disposizione degli attori del processo di formazione ed espressione delle preferenze individuali e collettive molte possibilità di comunicazione e co-significazione, per scegliere fra le alternative politiche sottoposte al vaglio democratico.

Non si tratta di fare del tecnicismo né del metodologismo, ma di acquisire strumenti di analisi e criteri per rilevare, selezionare, affrontare e risolvere i problemi cronici dell’ambiente politico, conoscendo nuove esperienze concrete e impadronendosi di modelli di comunicazione e sistemi di decisione, idonei a migliorare il livello, le caratteristiche e l’integrazione della comunità sociopolitica.

“Il potere politico è un potere relazionale, che appartiene a chi lo esercita”, scriveva più di trent’anni fa il caposcuola della scienza politica italiana del dopoguerra, Giovanni Sartori, prevedendo che “anche nella società tecnologica più avanzata il governo resterà un governo dei politici…Un potere senza sapere è un potere limitato e circoscritto dal proprio difetto di cognizioni”.

La previsione, formulata nel libro “La Politica. Logica e metodo in scienze sociali”, si è avverata, come mostra anche il caso del governo italiano dimissionario. Le tecniche, i sistemi e le strategie politiche oggi possono essere sostenute non più solo dai “carismi” pasticcioni e dall’uso dei poteri rivolti al “consenso”.

Think-tank di esperti di tutto il mondo hanno elaborato nella pratica pacchetti di sostegno all’azione dei politici con strategie di comunicazione integrata e azioni correlate.

Metodi di visibilità mediatica, monitoraggio del consenso, controllo delle informazioni [factchecking], public speaking, redazione e presentazione dei programmi, ascolto attivo, sviluppo della fiducia, aumento della competitività individuale nel contesto politico di riferimento sono utilizzati anche in Italia da esperti della comunicazione tecnologicamente basata, per assistere i rappresentanti eletti dal popolo e i candidati alle elezioni nello svolgimento delle campagne elettorali, nella diffusione delle notizie che li riguardano, nell’attuazione dei comportamenti atti a incrementare l’efficacia delle relazioni sociali.

La comunicazione politica, come disciplina utile per soddisfare le attese e i bisogni dei cittadini, si è rinnovata e si va riconfigurando anche a vantaggio dell’aumento di efficacia dei politici, troppo spesso ancora fermi alle tesi di chi li vuole “Marche come tutte le altre” [Marcel Botton, 2009] in un piattume indistinto e indifferente agli scopi specifici, da cui emergono solo pochi lanciatori di ukase televisivi.

Striscioni Elettorali

Se voleste approfondire, discuterne in maniera più personalizzata di quanto non sia possibile fare in questi spazi ed aveste l’insano desiderio di contattarmi in maniera più personale e riservata mandatemi una mail all’indirizzo di posta elettronica indicato nell’about.

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La Gamification della Politica Italiana

La politica italiana, ed i politici, cercano di recuperare la relazione e la fiducia persa sperimentando nuovi canali e nuovi mezzi di comunicazione e di relazione con le persone.

E’ così che dopo la sessione di #montilive su Twitter che tanto ha fatto discutere recentemente, è sempre il Presidente del Consiglio uscente a cercare modalità di coinvolgimento che, sperimentate abbondantemente oltreoceano, approdano anche nello scenario della comunicazione politica del nostro Paese.

Andando sul sito Agenda Monti si viene invitati a partecipare al dibattito politico, a fornire il proprio contributo sia alla diffusione del messaggio proposto da Mario Monti che ad alimentarlo con proposte proprie. Processo di diffusione e partecipazione che passa attraverso una proposta che si rifà ai principi della gamification,

Monti Gamify Users

Il percorso ideato presuppone quattro livelli che vanno da “Testimone”, ruolo che si ottiene con la semplice iscrizione, registrazione sul sito, a “Portabandiera”, che potrà presentare le sue idee in appuntamenti ufficiali, passando per “Artefice”, colui che scrive una propria proposta e/o organizza un gruppo all’interno del sito, e “Alfiere”, deputato ad organizzare incontri ed eventi “off line”, sul territorio, per promuovere la propria idea, e quelle di Monti ovviamente.

Se va comunque apprezzato il tentativo, ancor più in ragione della ristrettezza di tempi nei quali è stato realizzato, non altrettanto si può dire per l’esecuzione dove la carenza dei fundamentals della gamification sono evidenti per mancanza di un percorso, di game design, limitandosi fondamentalmente agli aspetti più elementari dei meccanismi di gioco applicati a contesti non ludici  ed inserendo esclusivamente quella parte che viene definita con il termine di [sigh!] badgification.

Se, come dicevo la settimana scorsa durante la mia lecture al master in giornalismo scientifico digitale della SISSA International School for Advanced Studies di Trieste, la gamification non è solo un fornire le pedine e i dadi: bisogna essere bravi a costruire il gioco dell’oca, è evidente come in questo caso l’obiettivo prevalente di comunicazione sia quello di costruire, di alimentare buzz, passaparola rispetto alle proprie proposte.

Di basso livello nella realizzazione concreta anche molti elementi quale, per citarne almeno uno, quello legato ad uno sano spirito di competizione che è tipico dei meccanismi di gioco e che, appunto, è completamente assente.

Insomma la politica italiana approda alla gamification con dilettantismo e superficialità così come si è troppo spesso rifatta sinora al marketing degli omogeneizzati.

“Il potere politico è un potere relazionale, che appartiene a chi lo esercita”, scriveva più di trent’anni fa il caposcuola della scienza politica italiana del dopoguerra, Giovanni Sartori, prevedendo che “anche nella società tecnologica più avanzata il governo resterà un governo dei politici…un potere senza sapere è un potere limitato e circoscritto dal proprio difetto di cognizioni”.

Non resta che augurarsi che le sperimentazioni alle quali stiamo assistendo siano un inizio di percorso.  Approfondiamo domani identificando quali siano gli aspetti e gli elementi da considerare per una comunicazione elettorale di successo. Promesso.

Monti Gamification

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