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Più Comunicativa per i Simboli Elettorali

Per le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio prossimi si è avuto un vero e proprio boom di liste e simboli. Al Ministero dell’Interno sono state presentate le richieste di partecipazione di 215 concorrenti, ridotti a 169 dopo la selezione in base ai criteri di ammissione fissati dalla legge. Mentre nel 2008 le liste e i simboli erano stati 181 e gli ammessi alla competizione elettorale 153, rispettivamente 34 e 16 in meno.

Il Viminale ha respinto molte liste “tarocche” o “cloni”, predisposte per sottrarre voti ai destinatari contraffatti. La corsa di tali liste è finita con l’affissione del loro simbolo nella bacheca delle richiedenti e talvolta è proseguita con il ricorso in Cassazione.

Numerosi contrassegni sono stati rimandati ai presentatori per avere entro 48 ore le modifiche atte a evitare confusioni con altri, come disturbi agli elettori e alterazioni alla regolarità del confronto.

I partiti italiani e le leggi elettorali di sostegno chiamano “simboli” i segni grafici distintivi dell’identità, composti da forme, figure, scritte, caratteri e colori. L’elaborazione sintetica di queste parti dovrebbe dare un aspetto esteriore originale all’organizzazione politica, che la realizza come riferimento evocativo. Mira a configurare un’identità precisa per missione, valori, logiche di azione e comportamenti, tesi alla soddisfazione di interessi tipici di più o meno ampi settori della società.

Il simbolo può facilitare il riconoscimento da parte dei cittadini del posizionamento di un partito rispetto ai competitori, orientarli nelle scelte e nelle interazioni, garantirli nell’ambito di oscillazione delle tattiche di breve periodo per rapporto all’identità di lungo, espressa fin dall’elaborazione grafica. Può indicare un impegno assunto, incorporato, più forte di qualunque “contratto”, propagandato in occasione di scadenze elettorali. E’ una componente dell’immagine, che motiva la scelta e rinnova il legame dei cittadini, dà il senso delle comunicazioni e spinge alla mobilitazione. Non può limitarsi ad essere una spettacolare apparizione mediatica di una struttura a perdere.

Ogni elettore, anche con scarsa competenza politica, deve poter sentire, dagli usi evidenti che un partito fa del suo simbolo, quali sono la significanza e la prospettiva del gruppo dirigente.

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La significanza è il modo con cui l’immagine e la comunicazione di un partito si legano all’esperienza personale e sono sentite coerenti con le esigenze individuali, rilevando quelle che possono essere soddisfatte dall’offerta politica di chi, in quale misura e con che costi [Jean Marie Floch, Identités visuelles, 1995].

I segni grafici usati dai partiti italiani per evocare la loro distintività corrispondono poco alla denotazione e all’etimologia della parola “simbolo”, anche quando si tratta di prese in giro, contraffazioni, ostacoli, sulla via dell’obiettivo elettorale, raggiungibile dalle forze organizzate per la competizione politica.

Il “synballein”, il mettere assieme della derivazione greca e il raccogliere per interpretare il contenuto latente dell’immagine [Jean Laplanche et Jean-Baptiste Pontalis, 1967; Gian Luigi Beccaria, 1994], sono presenti solo in qualche contrassegno d’antan, ereditato da alcune liste attuali.

La coalizione di Centrosinistra, su sette partiti componenti, ne ha due con riferimenti simili: il Partito Socialista Italiano e la Sudtiroler Volkspartei; quella di Centro, su tre componenti, ha l’UDC, che esibisce il vecchio scudo crociato con la scritta “Libertas”; il Centrodestra, forte dei suoi nove componenti, vede la Lega Nord riproporre l’Alberto da Giussano delle origini, contornato dai nomi nuovi, evidenziati, di Maroni e Tremonti. Il nome di quest’ultimo, anzi, era stato scritto “treMonti” con la M maiuscola, forse per ridimensionare per iscritto il Presidente del Consiglio del governo tecnico, che ha avuto l’opposizione dei leghisti fin dalla costituzione, salvo poi ricredersi.

Il gruppo dei partiti Italia dei Valori + Rifondazione Comunista + Comunisti Italiani + Verdi + Movimento Arancione, riuniti sotto il nome di Rivoluzione Civile, è rappresentato da un simbolo con un profilo del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo, sovrastato dal cognome del leader, l’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Il logo è inserito in un cerchio a colori giallo arancio e rosso fragola. E’ uno dei pochi contrassegni evocativi della proposta politica portata avanti, forse anche per merito della consulenza di un professore di tecnologie applicate alla comunicazione dell’Università di Roma La Sapienza.

Chi guarda i simboli delle liste “tarocche”, “cloni”, “civette”, di “disturbo” rimane colpito da quelle esplicitamente provocatorie, come il Movimento Bunga Bunga, ispirato al Movimento 5 Stelle di Grillo, Angeli della Terra, che dall’alto del tricolore italiano proclamano: “L’Italia ai cittadini”, Civiltà Rurale Sviluppo, che si adorna della testa di un cervo e di spighe di grano, con immagini in verde su fondo giallo ed è concorrente dell’Alleanza per la Terra-Economia e Società Verdi, che disegna il mappamondo e il lettering in verde, ma fa risaltare una spiga dorata dalla striscia centrale della parola “Terra”, scritta in grande. Sempre in quest’area “ecologica” il Fronte Verde mette sul simbolo un arciere, che tira al riparo di un’onda tricolore, né manca il FDE- Federalisti Democratici Europei, che di stelle ne hanno una trentina e le coniugano con l’airone dell’IDV. Il più tarocco è un Fratelli d’Italia, con la denominazione piazzata sopra un guerriero in armatura, che cavalca un cavallo al galoppo su una bandiera italiana.

Anche le Leghe non mancano. Sono Lombardo-Veneta, Padana, della Lombardia, Liga Veneta-Repubblica, per Maroni Presidente e l’Unione Padana.

Per realizzare l’unità universale dei militanti della Chiesa di Gesù Cristo si battono i cittadini romani, che affermano, rigorosamente in latino, di parteggiare per la teocrazia cristiana.

Tra voti per la Camera e per il Senato gli elettori si troveranno ad avere a che fare con più di 25 liste e simboli. Questi ultimi sono prevalentemente “nominativi”, riprendono il nome del leader o “programmatici”, indicano cioè la missione o i valori di riferimento.

In questa ampia iconografia i colori bianco, rosso e verde traboccano anche nel Centrosinistra per i simboli del PD, di SEL e dei Moderati.

Al Centro il contrassegno della lista di Fini gioca con il verde, l’azzurro e un timido tricolore, a complemento del nome, grande, del leader e di Futuro e Libertà, scritto più piccolo; Scelta Civica preferisce il bianco e l’azzurro per il simbolo, che adorna l’head line “Con Monti per l’Italia” per mezzo di una scia tricolore in stile pattuglia acrobatica dell’Aeronautica Militare.

Berlusconi Presidente fa lo stesso uso della bandiera italiana per il Popolo della Libertà, trasformandola in un quasi confine tra il nome del partito e il suo, mentre Fratelli d’Italia annoda la striscia tricolore a Centrodestra Nazionale e la Destra-Storace parte da una base uguale per protendere una fiaccola (luce o arma?).

Infine il MIR-Moderati in Rivoluzione di Giampiero Samorì, avvocato di Modena, disegna un logo che avvolge la penisola in un nastro rosso, bianco e verde per segnalare l’urgenza di realizzare un “programma capitalistico, che mette al centro dell’attenzione l’impresa, i lavoratori e i consumatori” e non distrugge le aziende private.

Per essere più comunicativi i simboli delle liste elettorali italiane devono essere non solo esteticamente piacevoli e al servizio dei leader, ma espressivi di missioni, valori di riferimento, forza organizzativa, logica di azione verso la società e d’interazione con i cittadini.

Nell’attesa…..

Mass 4 di RF

Evoluzione dal modello di opinion giving al modello di opinion sharing

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La Gamification della Politica Italiana

La politica italiana, ed i politici, cercano di recuperare la relazione e la fiducia persa sperimentando nuovi canali e nuovi mezzi di comunicazione e di relazione con le persone.

E’ così che dopo la sessione di #montilive su Twitter che tanto ha fatto discutere recentemente, è sempre il Presidente del Consiglio uscente a cercare modalità di coinvolgimento che, sperimentate abbondantemente oltreoceano, approdano anche nello scenario della comunicazione politica del nostro Paese.

Andando sul sito Agenda Monti si viene invitati a partecipare al dibattito politico, a fornire il proprio contributo sia alla diffusione del messaggio proposto da Mario Monti che ad alimentarlo con proposte proprie. Processo di diffusione e partecipazione che passa attraverso una proposta che si rifà ai principi della gamification,

Monti Gamify Users

Il percorso ideato presuppone quattro livelli che vanno da “Testimone”, ruolo che si ottiene con la semplice iscrizione, registrazione sul sito, a “Portabandiera”, che potrà presentare le sue idee in appuntamenti ufficiali, passando per “Artefice”, colui che scrive una propria proposta e/o organizza un gruppo all’interno del sito, e “Alfiere”, deputato ad organizzare incontri ed eventi “off line”, sul territorio, per promuovere la propria idea, e quelle di Monti ovviamente.

Se va comunque apprezzato il tentativo, ancor più in ragione della ristrettezza di tempi nei quali è stato realizzato, non altrettanto si può dire per l’esecuzione dove la carenza dei fundamentals della gamification sono evidenti per mancanza di un percorso, di game design, limitandosi fondamentalmente agli aspetti più elementari dei meccanismi di gioco applicati a contesti non ludici  ed inserendo esclusivamente quella parte che viene definita con il termine di [sigh!] badgification.

Se, come dicevo la settimana scorsa durante la mia lecture al master in giornalismo scientifico digitale della SISSA International School for Advanced Studies di Trieste, la gamification non è solo un fornire le pedine e i dadi: bisogna essere bravi a costruire il gioco dell’oca, è evidente come in questo caso l’obiettivo prevalente di comunicazione sia quello di costruire, di alimentare buzz, passaparola rispetto alle proprie proposte.

Di basso livello nella realizzazione concreta anche molti elementi quale, per citarne almeno uno, quello legato ad uno sano spirito di competizione che è tipico dei meccanismi di gioco e che, appunto, è completamente assente.

Insomma la politica italiana approda alla gamification con dilettantismo e superficialità così come si è troppo spesso rifatta sinora al marketing degli omogeneizzati.

“Il potere politico è un potere relazionale, che appartiene a chi lo esercita”, scriveva più di trent’anni fa il caposcuola della scienza politica italiana del dopoguerra, Giovanni Sartori, prevedendo che “anche nella società tecnologica più avanzata il governo resterà un governo dei politici…un potere senza sapere è un potere limitato e circoscritto dal proprio difetto di cognizioni”.

Non resta che augurarsi che le sperimentazioni alle quali stiamo assistendo siano un inizio di percorso.  Approfondiamo domani identificando quali siano gli aspetti e gli elementi da considerare per una comunicazione elettorale di successo. Promesso.

Monti Gamification

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