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I Giornali Tornano agli Anni 50

Mark J. Perry, professore di economia e finanza alla School of Management dell’ University of Michigan, ha preso i dati della Newspaper Association of America degli investimenti pubblicitari sui quotidiani dal 1950 al 2011 ed i dati dei primi due trimestri di quest’anno.

La NAA dal 2003 fornisce anche il dettaglio della quota di adverting online per i giornali statunitensi. Se nel primo anno di rilevazione il peso degli investimenti pubblicitari online rispetto ai ricavi complessivi era del 2,6%, il 2011 si è chiuso con un’incidenza del 13,6%. Una tendenza che scaturisce da tassi di crescita a due cifre – ad esclusione del 2009 – per l’online ma soprattutto dal calo [- 54%] degli investimenti per la versione cartacea dei quotidiani. Trend che peggiora ulteriormente nei primi due trimestri del 2012 con l’online, che ora pesa il 14,7% del totale, che cresce solamente del 2% e la carta al – 6,5%.

Come mostra il grafico di sintesi realizzato da Perry, il livello della raccolta pubblicitaria complessivamente [carta + online] è inferiore a quanto erano i ricavi nel 1953.

Se questo avviene in un mercato dove il valore riconosciuto per CPM è di gran lunga superiore a quello nel nostro Paese e che vede la presenza di colossi dell’informazione che attirano milioni di utenti unici sui loro siti, quale uno per tutti il  «The New York Times», è evidente come, nonostante le differenze rispetto alla situazione italiana, sia assolutamente necessario ricercare nuove fonti di ricavo per l’industria dell’informazione.

Tema discusso recentemente da Clay Shirky, “guru” dei media e professore di interactive telecoms alla New York University, Andrea Stone dell’ «Huffington Post» e Paul Farhi, media reporter per «The Washington Post».

Su cause, concause e possibili soluzioni, assolutamente da leggere: “Beyond Print: From Newspapers to News Media” [H/T: Nico Biagianti] e le considerazioni di Martin Baron, «Boston Globe» editor, pubblicate da Romenesko, “Newspapers are badly bruised, but not beaten”.

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Mediactive

Dan Gillmor, imprenditore, giornalista e direttore del Knight Center for Digital Media Entrepreneurship, autore di We the Media, pietra miliare sulle evoluzioni dei media e dell’ecosistema delle notizie, ha pubblicato ora un testo straordinario incentrato sugli sviluppi e sui modelli di business possibili a partire dall’attuale scenario.

Mediactive si divide in tre parti.

Nella prima si traccia una sintesi dello stato dell’essere attuale, delle problematiche economiche, della scarsa criticità del potere e dell’eccesso di sensibilità nei confronti delle nuove proposte emergenti dal web e nel mondo digitale più in generale.

La seconda parte si concentra sui mezzi, gli strumenti ed i sistemi per produrre un giornalismo migliore. Una sezione “pratica”, dedicata a tutti coloro che vogliono comprendere come usare al meglio gli strumenti attualmente disponibili per rendere un servizio di qualità alla propria comunità di riferimento.

Nella terza vengono trattati i temi macro di sviluppo. Sono identificate le linee guida per l’insegnamento del giornalismo, la legislazione, il rapporto con l’utenza e la network neutrality.

Come recita la copertina del libro: ” We’re in an age of information overload, and too much of what we watch, hear and read is mistaken, deceitful or even dangerous. Yet you and I can take control and make media serve us –all of us–by being active consumers and participants. Here’s how“.

Il libro è arricchito ulteriormente dalla prefazione realizzata da Clay Shirky.

Sono disponibili in 3 versioni: quella tradizionale cartacea, e-book e liberamente scaricabile in pdf.

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Consumatori & Produttori di Conoscenza

A partire dalla seconda metà del 900 il numero di ore trascorse davanti al televisore dalla popolazione mondiale è aumentato ogni anno, fino a raggiungere il trilione. Nel 2009 per la prima volta la crescita si è interrotta e si è registrato un decremento per opera delle generazioni più giovani, che hanno ridotto il tempo trascorso in modo passivo a guardare quello che scorre sullo schermo e sono passate ai nuovi media interattivi.

Il cambiamento è testimoniato anche dall’aumento del 20,7% delle vendite dei pc, che nel secondo trimestre hanno toccato i quasi 83 milioni e che, complessivamente nel 2010, potranno superare il picco del 2008, con 360 milioni di nuovi acquisti.

Contemporaneamente gli abbonati al telefonino nel mondo sono diventati più di 5 miliardi, su una popolazione di 6 miliardi e 800 milioni di abitanti. Il ritmo di crescita è salito a 2 milioni di nuovi utenti al giorno.

Uno sviluppo dei media personali per la comunicazione in Rete, che è diventato vertiginoso.

Clay Shirky, che insegna nell’Interactive telecommunications program della New York University, ricorda la rapida diffusione delle tecnologie ICT e i cambiamenti indotti dalla possibilità d’interagire a distanza, senza limiti di spazio e tempo, nel suo ultimo libro, intitolato significativamente, «Cognitive Surplus. Creativity and generosity in a connected age», The Penguin Press, New York, 2010, in cui sostiene l’impiego del tempo libero per aumentare una cittadinanza della conoscenza, che faccia passare ognuno dal consumo passivo dei mass media alla produzione attiva e condivisa dei contenuti cognitivi, usando Internet e creando un mondo migliore, più democratico.

La televisione è un medium formidabile per l’intrattenimento, ma non può assorbire tutto il tempo libero di una persona, sostiene l’autore. Dopo il lavoro, per migliorare la competenza professionale e l’autoconsapevolezza ci sono però migliori opportunità di apprendimento, socializzazione e divertimento, date dai nuovi media interattivi. Chi sviluppa continuamente le proprie conoscenze, può partecipare ai progetti di cambiamento, che, con sempre maggiore frequenza, serviranno al mondo.

«Cognitive surplus» amplia le prospettive affrontate da Shirky nel libro precedente «Here comes everybody. The power of organizing without organization», in cui ha spiegato come i wiki eflashmob hanno modificato i rapporti individuo-gruppi sociali e le dinamiche della società di massa. Nel nuovo libro dimostra che il cambiamento non deve necessariamente avvenire sotto la direzione di un onnipotente e onnisciente leader, ma che ognuno con le connessioni in Rete può attivarlo e intervenirvi, dicendo la propria opinione, sui programmi di trasformazione.

Ci sono progetti, come Wikipedia, che richiedono contributi strutturati e documentati, ma difronte ai miliardi di persone connesse e raggiungibili, una reazione personale, istintiva, espressa a caldo, può avere la sua influenza e talora, addirittura, avviare un processo organizzativo.

Gli esempi che Shirky porta a sostegno di questa tesi sono numerosi e riguardano i nuovi business, l’entertainment, i diritti umani, il volontariato e la filantropia. Sono esperienze realizzate nella Corea del Sud, nel Kenya, in Cina, negli USA, nel Nord Europa. Internet diffonde le idee, buone e cattive. Serve ad al Qaeda, ai pornopedofili, alla promozione vendite, alla carità e alla politica.

Bisogna imparare ad usare la comunicazione online per non rimanere vittime dei mistificatori e degli opinionisti, esorta l’autore.

Forse nelle sue argomentazioni c’è un po’ di ottimismo di troppo, ma l’intenzione è onesta e il fine di una cittadinanza della conoscenza è necessario a una politica a scanso di cattive sorprese.

Estratto da: Iriospark

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