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Il Futuro di Giornalismo e Giornalisti

Venerdì 16 novembre scorso, all’interno dell’inserto dedicato al mondo del lavoro di «la Repubblica», è stato pubblicato un mio articolo di sintesi e analisi dello scenario dell’informazione tra carta e Web [vedi immagine – 1 di 8 pagine – non autorizzata riproduzione].

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All’interno di questo sono state pubblicate due interviste, realizzate dal sottoscritto, sul futuro del giornalismo e dei giornalisti a Marco Bardazzi, Caporedattore Digitale del quotidiano «La Stampa», ed a Ciro Pellegrino, giornalista del quotidiano all digital Fanpage e responsabile del coordinamento Giornalisti Precari Campani.

Per ragioni di spazio una parte delle interviste è stata tagliata. Ho ottenuto il permesso alla pubblicazione integrale delle interviste e credo che, stante la possibilità, sia utile ed opportuno proporle poichè da due prospettive diverse offrono uno spaccato tanto qualificato quanto interessante, in entrambi i casi, sul futuro prossimo venturo dell’informazione nel nostro Paese.

L’intervista a Marco Bardazzi si focalizza sull’ evoluzione del giornalismo e le nuove professionalità richieste, mentre quella a Ciro Pellegrino verte principalmente su evoluzione del Giornalismo, precariato e freelance.

Buona lettura.

Intervista Marco Bardazzi

  1. Qual’è l’impatto dei media digitali sul giornalismo? 

Si abusa spesso del termine “rivoluzione”, ma in questo caso è adeguato. Non siamo di fronte a un semplice passaggio tecnologico o a un nuovo medium che va ad aggiungersi ad altri. E’ un vero cambio di paradigma. La competizione per l’attenzione del lettore è aumentata a dismisura. Tutto questo si traduce in una sfida per i giornali, ma anche in un’enorme opportunità di accedere a nuove forme di racconto. I giornali sono in crisi, inutile negarlo. Ma il giornalismo non è mai stato meglio.

  1. Come cambia il mestiere del giornalista? 

Le regole base sono sempre le stesse e vanno difese: una notizia è tale quale che sia la piattaforma su cui è distribuita. Trovarla, verificarla, metterla in un contesto richiede lo stesso metodo da testimoni esperti che i giornalisti hanno sviluppato nel tempo. Occorre però imparare a usare nuovi strumenti digitali. E bisogna essere consapevoli che è cambiato l’ecosistema. Le 5 W del giornalismo valgono sempre (Who, What, When, Where e Why), ma le prima 4 sono sempre più alla portata di tutti: il nostro valore aggiunto si concentra soprattutto sull’ultima, Why? Spiegare e approfondire.

  1. Le informazioni stanno su Twitter ed il pubblico su Facebook. Poco tempo fa “La Stampa” ha reso pubblico il decalogo interno per l’uso dei social media da parte dei propri giornalisti. L’impatto di social media e social network come sta cambiando il giornalismo ed il mestiere del giornalista? 

A La Stampa incoraggiamo i colleghi a utilizzare i social media, perché siamo consapevoli che è finito il tempo dell’informazione broadcast, a senso unico, e si entra in un’era sempre più sharing, di condivisione del racconto con le persone che sono anche i nostri lettori. Questo arricchisce il lavoro giornalistico. Ci siamo dati qualche regola interna non per fissare dei paletti burocratici, ma per aiutarci a ricordare alcune regole fisse di buon senso anche nel mondo digitale. Ma è un decalogo che evolve continuamente con il mutare della Rete.

  1. Come cambia la redazione giornalistica con il digitale? 

Nel nostro caso è cambiata e sta cambiando profondamente, fino alla disposizione delle postazioni di lavoro. Da un anno abbiamo creato un’innovativa redazione multipiattaforma con un disegno inedito, a cerchi concentrici: un “hub” centrale in cui si trovano le figure-chiave del giornale (carta e digitale insieme, integrati), con i vari desk disposti intorno. Abbiamo cambiato sistema editoriale, orari, turni. Il tutto per favorire l’integrazione e uno scambio di contenuti più semplice possibile sulle varie piattaforme, cartacee e digitali.

  1. Il “nuovo giornalismo” passa solo dai giornalisti o anche dagli editori? 

E’ un lavoro che va fatto insieme anche perché il digitale, rispetto alla carta, richiede un livello maggiore di collaborazione e coinvolgimento tra giornalisti, tecnici, sviluppatori, grafici, marketing. Occorre anche uno sforzo di abbattimento di molte barriere che esistono nei giornali. Poi bisogna innovare, e in questo gli editori sono decisivi. La nuova redazione de La Stampa, l’innovativa Fiat 500L “Web Car” che abbiamo lanciato da un mese, il laboratorio di giornalismo MediaLab e molte altre iniziative che facciamo, richiedono un editore che ci crede. Sarà interessante vedere cosa faranno in questo senso nuovi editori come Jeff Bezos, appena sbarcato al Washington Post.

  1. Il citizen journalism, il giornalismo partecipativo, è alleato o rivale dei giornalismo professionale? 

E’ una realtà di cui tenere conto e che va considerata un arricchimento per il giornalismo, non certo come un avversario. Ma senza mitizzare: sui siti delle grandi testate i lettori non vengono per cercare citizen journalism, ma giornalismo professionale arricchito dalla partecipazione di tanti altri protagonisti.

  1. La sopravvivenza dei mestieri legati alla scrittura, del giornalismo, è profondamente legata alla capacità di rinnovarsi e di adattarsi alla tecnologia e ai nuovi metodi di lavoro da essa imposti. Nascono nuove professionalità che un tempo non esistevano quali il “Social Media Editor” o il “Data Journalist” per fare due esempi. Quali le professionalità richieste, il necessario livello di specializzazione? E quale, se possibile a definirsi, tra tutte la più importante? 

Per fare i giornalisti servono i requisiti di sempre: curiosità, intuito, capacità di cogliere e raccontare i fenomeni, buona scrittura. Il tutto indubbiamente oggi va integrato, più che in passato, con una predisposizione all’uso delle tecnologie. Nelle redazioni c’è sicuramente più bisogno di professionisti flessibili che siano a loro agio con i video, le immagini, la multimedialità. E con i numeri: il data journalism sarà il grande boom dei prossimi anni.

  1. Nel rinnovamento del mestiere di giornalista quale è, e quale dovrebbe essere, il ruolo delle scuole di giornalismo? 

Io ho cominciato facendo la classica gavetta, e così buona parte della mia generazione e di quelle precedenti. Oggi è diventato quasi impossibile e le scuole sono un percorso obbligato per l’accesso alla professione. Si è perso un po’ l’apprendistato, ma complessivamente è un salto di qualità. Le scuole quindi sono decisive, ma come le redazioni anche loro devono innovare e tenere il passo.

  1. Quali sono “gli attrezzi del mestiere” per i professionisti dell’informazione, per i giornalisti? 

Non vorrei sembrare vecchio, ma il primo requisito resta quello di leggere e saper leggere i giornali e le agenzie: non si vive di solo Twitter. Quanto agli strumenti operativi, a mio avviso la maggiore innovazione degli ultimi anni per i giornalisti è stato il tablet. Può fare mille cose, per chi impara a usarlo bene.

  1. Nel suo libro “L’ultima notizia” scrive che “nelle battaglie tra i giovani leoni dell’informatica e le vecchie volpi dell’editoria, sono queste ad avere la peggio”. Però anche nel giornalismo il precariato è ormai una realtà per la maggior parte dei giovani. Quali i suoi consigli per emergere – e farsi assumere – in un grande giornale nazionale? 

Farsi assumere è diventato complesso, per una serie di motivi molti dei quali si spera siano congiunturali. Un consiglio di fondo: rendersi indispensabili. I giornali devono innovare, ma non hanno tutte le risorse professionali al loro interno per farlo. Nella caccia al posto di lavoro, è avvantaggiato chi sa offrire risposte alle nuove domande di contenuti di qualità digitali che stanno emergendo: video, data journalism, visualizzazioni, infografiche. I giornali, che hanno difficoltà ad assumere, possono però trovare forme creative per trasformarsi anche in incubatori di start-up. L’innovazione, nel nostro mondo, passerà da qui.

Torino Foto Luigi Sergio Tenani: PRESENTAZIONE DEL LIBRO "UN ISTANTE PRIMA" DEL MAGISTRATO STEFANO DAMBRUOSO ED IL GIORNALISTA VINCENZO R.SPAGNOLO

Intervista a Ciro Pellegrino

  1. Il livello occupazionale dei giornalisti negli ultimi anni ha avuto un forte ridimensionamento con prepensionamenti, cassa integrazione e licenziamenti. Si tratta solo del crollo dei ricavi dalle vendite di copie ed il tracollo degli investimenti pubblicitari sulla carta stampata o le vere motivazioni sono da ricercarsi altrove? 

È evidente che ci sono tantissime ragioni. L’informazione online e molteplici nuovi modelli e nuovi prodotti editoriali; i contenuti generati dagli utenti che in un clima di crescente diffidenza verso i media sono finiti per essere, in molti casi, più autorevoli del prodotto giornalistico, agli occhi dei lettori. E poi l’enorme ritardo nel rendersi conto che un cambiamento stava travolgendo un sistema. Ora che è cambiato tutto si raccolgono i cocci, ma è evidente che non possiamo confrontarci più con un modello imprenditoriale vecchio di un secolo.

  1. Secondo il rapporto “La Fabbrica dei Giornalisti” stilato da LSDI – Libertà di Stampa e d’Informazione – sono oltre 112.000 in Italia:il triplo che in Francia, il doppio che in Gran Bretagna. Ma solo il 45% sono “attivi ufficialmente’’ e solo 1 su 5 ha un contratto di lavoro dipendente. E’ necessaria una nuova regolamentazione che restringa l’accesso alla professione giornalistica o la soluzione va ricercata in altro modo? 

La tessera da giornalista in Italia è stata per anni uno status symbol piuttosto che la certificazione di una professionalità. Quanti giornalisti pubblicisti che non hanno mai pubblicato niente di niente esistono? La legge dice che dovrebbero dimostrare la loro attività. Ma come? È necessaria una legge nuova: quella che abbiamo fa acqua da tutte le parti. Anziché discutere sull’abolizione o meno dell’Ordine dei giornalisti, questione che in Italia scatena guerre civili, servirebbe una normativa moderna, capace di dichiarare giornalista una persona solo al termine di un serio percorso di studio. 

  1. E’ il giornalismo ed il mestiere di giornalista ad essere in crisi oppure è solo un problema di individuazione di nuovi modelli di business da parte degli editori? 

L’Italia è rovinata, ma non al punto da essere insensibile all’informazione. Se guardi non solo su base nazionale ma anche su quella locale c’è “fame” di notizie. Ci sono più festival del giornalismo che giornalisti, in Italia. Ci sono più dibattiti sull’informazione ogni giorno. Secondo te il problema è davvero la crisi del giornalismo? Non dovremmo forse guardare in casa degli editori italiani, delle loro proprietà, dei loro interessi? Qual è davvero il business di un editore italiano? Fare un prodotto capace di interesse e quindi spendibile sul mercato oppure rispondere ad altre logiche? 

  1. Scuole di giornalismo fabbrica di disoccupati? Quale dovrebbe essere il ruolo loro ruolo e su quali competenze dovrebbero focalizzare la loro attività per garantire un futuro lavorativo ai loro iscritti? 

Le scuole di giornalismo hanno fallito. Costano troppo; non preparano chi le frequenta alla realtà della redazione, alla ricerca sul campo. E poi, pagare per garantirsi un praticantato, diventare giornalista professionista e affrontare un universo incapace di assumere giovani mi dici a che serve? Io penso ad un percorso universitario e realmente selettivo. Sai quando mi sento veramente umiliato come giornalista italiano? Quando vado al Festival internazionale del giornalismo di Perugia e vedo miei coetanei o colleghi anche più piccoli di me in ruoli strategici di grandi testate. Umili, preparatissimi e responsabili. In Italia non accade. Alla Columbia, la più importante scuola di giornalismo del mondo, ci sono focus, seminari sui social. E qui siamo ancora a chi ha più followers su twitter o a chi li compra fasulli. Una rovina.

  1. E’ il digitale, Internet, che hanno causato la crisi di questa professione o la spiegazione è un’altra? 

Mi risulta difficile credere che allargare una strada possa essere d’intralcio a chi vuole percorrerla. Internet ha allargato la via della notizia che oggi viaggia a velocità pazzesche. Forse dobbiamo far capire alla gente che certi contenuti di qualità vanno pagati e il “tutto gratis” non è un sistema più percorribile? Sono d’accordo. Nel frattempo, però, pensiamo anche che il lavoro di chi fa informazione va pagato: in Italia questo è l’ultimo problema che ci si pone.

  1. Oltre a prepensionamenti, cassa integrazione e licenziamenti, è il precariato l’altra faccia della crisi della carta stampata. Quanto è diffuso oggi il fenomeno e quali sono le implicazioni nell’esercizio della professione giornalistica? 

Otto nuovi giornalisti su dieci sono destinati a rimanere precari per anni. Lo dicono i dati che abbiamo raccolto nel corso degli ultimi tre anni. Di questi otto almeno tre lasceranno il mestiere. E dei restanti cinque una parte vivacchia tra un lavoro a nero e uno sottopagato e altri entrano in contatto con una redazione sperando l’inferno della collaborazione sottopagata con partita iva porti, alla fine, all’agognato contratto che spesso non arriva. Le aziende preferiscono prepensionare i vecchi giornalisti e farli rientrare dalla finestra come consulenti. Alla faccia del ricambio generazionale.

  1. A dicembre 2012 è stata approvata la legge per l’equo compenso per i giornalisti lavoratori autonomi ma resta ancora inapplicata perché non ne sono state emanate le norme attuative. Qual è il problema? 

Il problema è che editori, sindacato e ordine non si mettono d’accordo su come quantificare un equo compenso senza correre il rischio di stilare un tariffario, vietato dalle norme europee sulla libera concorrenza nelle professioni. Di recente ho incontrato il sottosegretario all’Editoria Giovanni Legnini: mi ha detto di avere convocato la Commissione equo compenso per il prossimo 8 ottobre e che in caso di mancato accordo tra le parti prenderà in mano la situazione e presenterà una proposta del governo. La promessa è di arrivare all’equo compenso entro la fine del 2013. Attendiamo fiduciosi, si dice così?

  1. In molte regioni è stato creato il coordinamento dei giornalisti precari. Lei che è responsabile di quelli della Campania potrebbe spiegarci qual è il ruolo e l’incisività di queste iniziative? 

I coordinamenti oltre che in Campania sono attivi in Veneto, in Toscana, a Roma, in Abruzzo. Di recente anche a Milano e in Puglia e in molte altre regioni. L’obiettivo è quello di ricordare che ci sono anche i precari del giornalismo. Sai che siamo bravissimi a raccontare i guai degli altri ma non i nostri? C’è ancora qualcuno che parla di noi come di una casta, ignorando l’enorme disparità tra il sempre più sparuto gruppo di contrattualizzati e l’enorme platea di precari, atipici e freelance.

  1. Il mito del posto fisso è un miraggio ormai anche nel mondo del giornalismo o esistono “trucchi”, piccole grandi attenzioni per riuscire ad entrare stabilmente nella redazione di un quotidiano? 

Cosa ti dovrei rispondere? Un bel trucco è la raccomandazione, come nella migliore tradizione italica. Ma nemmeno quella funziona come prima, almeno così mi dicono. A parte questo molti colleghi sono riusciti a vedere riconosciute le loro ragioni con le cause di lavoro, ma è sempre più difficile. Io non ho mai pensato che il giornalismofosse un mestiere tranquillo. Ma pensavo che avrei avuto problemi per le notizie “scomode”. E invece l’ostacolo da freelance è stato quello di farsi pagare. E quello da disoccupato è stato inseguire l’editore fallito per vie legali e vedersi riconosciuti stipendi arretrati e Tfr.

  1. Molti sostengono che il mestiere del giornalista sia sempre più per “figli dei ricchi”, per persone che possono permettersi anni di mancati, o comunque scarsi, guadagni. E’ davvero così? 

Io sono figlio di un falegname e di una casalinga e vengo da Napoli. Ricco non sono. C’è bisogno anche di incontrare le persone giuste, non è sempre facile. Penso che la situazione sia comune anche ad altre professioni. Il problema è anche un altro: noi maneggiamo l’informazione. Un compito del genere nelle mani di un professionista sotto ricatto (e chi è sottopagato lo è , sempre) non è esattamente quello che si dice “favorire la libertà di stampa”. Così si inquina il pozzo dell’informazione al quale dovrebbero invece attingere tutti senza timore. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. 

Foto CIRO_PELLEGRINO

NB: Per eventuale riproduzione delle interviste si prega cortesemente di richiedere consenso preventivo. Grazie.

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Social Media Marketing “De Noantri”

Dopo che il mese scorso è stato pubblicato il content marketing de noartri è oggi la volta del social media marketing de noartri [chissà mai che diventi una rubrica fissa con cadenza mensile].

Lo spunto viene dalla pagina Facebook del quotidiano del Nordest «Il Gazzettino» [*]  che, come riporta anche la classifica mensile realizzata da Blogmeter, sta scalando la classifica dell’engagement in casa Zuckerberg e al momento della redazione di questo articolo ha un PTAT – persone che ne stanno parlando –  del 35.8%.

Molto bene dunque parrebbe. E invece, a mio avviso, assolutamente no.

Per fare questo “risultato” sulla pagina Facebook del quotidiano in questione da qualche mese vengono caricati contenuti che nulla hanno a che vedere con l’identità del giornale. Ad esempio uno dei post con il maggior numero di condivisioni, altro parametro di engagement, di ieri è questo sottoriportato.

Gazzettino

La pagina Facebook viene alimentata con una frequenza davvero elevata ed i contenuti quali quello sopra riportato come concreta esemplificazione si sprecano. Cosa che invece non avviene su Twitter dove invece il quotidiano mantiene maggior rigore e identità.

Si tratta della più amara delle evidenze della sopraffazione dell’informazione spettacolo sulla qualità giornalistica, dell’effetto auditel [adattato alla realtà nostrana] dettato dalla rincorsa, tanto spasmodica quanto scomposta, al recupero delle revenues inseguendo le pagine viste ad ogni costo anche a quello di snaturare l’identità, e dunque il valore del brand, della testata.

Ma funziona almeno? Dalla mia analisi parrebbe di no.

La storia che ottiene il massimo tasso di engagement nell’ultima settimana, tra quelle con elementi multimediali [foto e video], con 1565 “mi piace”, è relativa ad una storia d’amore tra due anziani di Treviso, del territorio nel quale il quotidiano è storicamente radicato.

Anche a livello di click non sembra che questo tipo di politica di informazione spettacolo su Facebook paghi come mostra il grafico degli outbound posts, confermando come i like non siano voti nè propensione all’acquisto.

Il social media marketing de noartri serve solo a svaccare, a intaccare pericolosamente la reputazione del brand della testata. Sapevatelo!

Gazzettino Outbound

[*] Il caso de «Il Gazzettino» è stato preso solo come esempio di pratiche tanto diffuse quanto inopportune.

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Pagherete Caro, Pagherete Tutto?

Lightspeed Research, per conto di Kantar Media, ad agosto di quest’anno ha indagato la propensione degli internauti britannici, delle persone a pagare per l’informazione online.

Dai risultati, pubblicati in questi giorni, emerge, o forse per meglio dire si conferma ancora una volta, come la disponibilità a pagare sia assolutamente minima. Complessivamente solo il 4% degli intervistati afferma di aver pagato per dei contenuti informativi online e l’80% afferma che smetterebbe di visitare il sito web di una testata se questa adottasse un paywall.

Il 43% dei rispondenti afferma che non ci sia motivo di pagare per avere informazione che altrove è disponibile gratuitamente ma il 21% dice che può avere senso se il contenuto è di nicchia, specializzato.

Al di là della conferma della scarsissima propensione a pagare, che emerge in tutte le ricerche sul tema, nella mia interpretazione, i dati dicono da un lato che le notizie sono perlopiù unbranded e che dunque senza brand non c’è valore aggiunto, non c’è speranza di sopravvivenza, e dall’altro lato che la specializzazione paga anche da questo punto di vista.

Non è necessario guardare esclusivamente ai successi del «Financial Times» in tal senso ma è sufficiente vedere l’andamento delle vendite di copie digitali nel nostro Paese per capirlo.

Paywall UK

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I Criteri di Valutazione degli Inserzionisti per una Media Company

Advertiser Perceptions ha pubblicato i risultati del proprio monitoraggio continuativo su quali siano i criteri di valutazione di una media company da parte degli inserzionisti: agenzie ed aziende sulla base di 15 diversi parametri.

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Per le agenzie, i fattori principali considerati sono il servizio clienti [80%] e una comprensione del loro business [77%]. Molto rilevante anche, ovviamente, aggressività delle offerte [76%] ma anche la facilità di fare business [76%]  e la qualità del pubblico [76%],  alla pari con i risultati ottenuti dagli annunci.

Per il comparto marketing delle aziende, aggressività delle offerte [77%] e la facilità di fare business a pari merito si classificano come i fattori più importanti, seguiti da comprensione della loro attività [75%], i risultati degli annunci [72%] e la qualità del pubblico [69% ].

L’era della vendita di spazi, colonne o pixel che siano, è definitivamente tramontata, le media companies devono essere partner, consulenti di comunicazione dei propri clienti. Attrezzarsi o perire è l’unica opzione.

InfoGraphic-MEDIA-COMPANY

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Wired Diventa Digital First

Sono entrato in possesso della lettera alla redazione da parte di Massimo Russo,  Direttore di «Wired», che illustra i cambiamenti della rivista da dicembre sia in termini di contenuti, di pubblico di riferimento e, soprattutto, di cultura.

- word cloud lettera redazione Wired -

– word cloud lettera redazione Wired –

La pubblico integralmente poichè i contenuti sono davvero interessanti da diversi punti di vista. Come si può leggere infatti, oltre alle novità che caratterizzeranno la testata, sia nella sua edizione cartacea che digitale, è  la filosofia, l’approccio che è di valore.

Si va oltre la specializzazione per piattaforma, finalmente, per arrivare ad una connotazione della rivista per tema. Si chiarisce, opportunamente poichè forse a molti non è ancora del tutto chiaro, che una strategia digital first non significa pubblicare prima online e poi sulla carta ma avere una presenza in Rete a tutto tondo presidiando e mantenendo la relazione con le comunità di riferimento.

Dalla lettera si comprendono anche nuovi modelli di business, nuove fonti di ricavo generate attraverso estensioni fisiche e “virtuali” del brand, della testata, e una maggiore apertura nella relazione con i lettori con la possibilità di costruire pezzi/storie insieme a loro.

Più che di tecnica credo si tratti di un approccio, di attitudine mentale, insomma di cultura. Giudicate voi stessi.

ALLA REDAZIONE

Dal numero di dicembre cambieremo Wired Italia. Dopo tutte le riunioni, le discussioni, la fatica per raffinare e confutare le idee, ci siamo. Sappiamo tutti quel che c’è da fare, ma un minuto prima del “pronti, via” sento comunque il bisogno di condividere la piccola solennità del momento.

“Questo non è un giornale” è la frase che meglio rappresenta il nuovo metodo.

Al mensile, rinnovato secondo il progetto che abbiamo realizzato insieme in questi mesi, si affiancheranno in modo sempre più significativo l’organizzazione di eventi (Live) e il digitale, con il nuovo sito. Il nostro fuoco non sarà più la tecnologia ma l’innovazione, e l’intersezione tra questa e l’economia, con l’obiettivo di non raccontare solo storie ma di fornire soprattutto strumenti utili. Non più futuro remoto, ma soluzioni per il presente. Su questi temi dovremo avere la capacità di battere moneta, creando informazione, dettando opinione. La nostra comunità di riferimento saranno i millennials, i nati dopo il 1980, una generazione che non trova nulla che le parli nei media tradizionali, e i “ribelli silenziosi” tra i 35 e i 50 anni, donne e uomini che non si rassegnano alla decrescita felice e – nonostante le profezie di sventura – ogni giorno intraprendono, inventano, sbagliano, realizzano.

Siamo la testata di chi si riconosce in un Paese:

  • creativo, fantasioso, vitale, passionale;
  • che vede post–moderno e globale non come una minaccia ma come un’opportunità;
  • aperto e in grado di integrare culture diverse perché consapevole e forte della propria;
  • i cui cittadini sono individui liberi, responsabili, adulti;
  • che crede al merito e alla necessità di assicurare a tutti uguali possibilità;
  • lieve;
  • curioso di scoprire, fiducioso di intraprendere, proiettato verso l’innovazione;
  • preoccupato delle città, del paesaggio e della qualità della vita che lascerà dietro di sé. 

Il nuovo Wired non solo tratterà di innovazione ma la metterà in pratica. Saremo il primo magazine in Italia a integrare la redazione tra mobile, web, carta e tablet, e a realizzare il digital first. Le specializzazioni non saranno più per piattaforma ma per tema. Digital first non significa che pubblicheremo prima online e poi sulla carta, ma che il nostro lavoro partirà dalla relazione digitale con la nostra comunità di riferimento: 250mila persone che ogni giorno ci scelgono sul sito e sui social. Non si tratta di un’innovazione tecnica, ma di cultura.

Wired Italia incarna l’innovazione e le promesse che essa porta con sé. Il nostro valore più importante è relazione di fiducia con la comunità che rappresentiamo, con la quale interagiamo attraverso diversi linguaggi e strumenti:

a. il sito web

b. il web oltre il sito (Facebook, Twitter, gli altri social…)

c. la dimensione video

d. l’interactive edition su tablet

e. il mensile

f. le estensioni fisiche e virtuali del marchio (Wired Next Fest, eventi verticali, format video, long form, data journalism, e così via).

La chiave di volta del metodo è il digital first. La testata multipiattaforma non è più una novità, ma un requisito del nostro tempo per ogni marchio.

Il nuovo Wired va oltre: il sito e la rete non sono più una delle piattaforme disponibili, saranno il punto di partenza nella costruzione del numero, che una volta al mese si materializzerà nel distillato della carta e nell’interactive edition per i tablet. Il primo confronto di Wired con il tempo e la rilevanza sarà il lavoro quotidiano in rete. Non si tratta di anticipare su web i contenuti del giornale, ma di lavorare in redazione a partire da internet e dal dialogo con la comunità di Wired: come coprire le notizie, in quale forma, con quali strumenti. Significa essere disposti a condividere idee e spunti con i lettori attraverso i social e raccogliere da loro suggerimenti e commenti.

In questo senso la testata non è più solo un soggetto che produce comunicazione, ma diventa una piattaforma aperta, in grado di aggiungere ai valori tradizionali del reporting e della gerarchia, il dialogo sui temi che ogni giorno si intrecciano sul digitale. Tale valore non si paleserà solo attraverso gli articoli, ma anche attraverso nuove forme di attività giornalistica, come la cura e l’aggregazione dell’informazione prodotta da altre fonti, l’attenzione da parte di tutti noi alle statistiche di traffico del sito e alle tendenze della rete, la raccolta e la condivisione di dati, il crowdsourcing, l’individuazione sul nascere di temi che diventeranno rilevanti.

Un processo di questo genere ci porterà a innalzare l’asticella del livello di qualità minimo del giornale mensile. I nostri articoli dovranno acquisire standard più elevati, e unire al reporting pluralità di fonti, voglia di sorprendere, capacità di analisi, taglio originale, commento e punti di vista inediti. Anche per questo – come già sapete – ridurremo la periodicità del cartaceo a 10 numeri, con l’aggiunta di un paio di numeri speciali l’anno. Il numero di dicembre porterà in testata la dicitura Dicembre/Gennaio, e rimarrà in edicola fino al 24 gennaio. Ciò consentirà di rivedere l’organizzazione e i processi redazionali in ottica digital first, dedicando risorse e investimenti anche alle aree Digitale e Live.

Tutti cambieremo un po’ mestiere, secondo le linee che abbiamo già cominciato a discutere e le mansioni annunciate. Mi aspetto che una definizione di quanto muterà il nostro lavoro arrivi solo con la pratica di ogni giorno. Saremo tutti protagonisti di questa riscrittura. Anche con lo scontro, la dialettica, la critica e l’esercizio costante del dubbio. Diamo valore alla gerarchia delle idee, come se fossimo una start up. Solo i principi di delega e responsabilità dei singoli possono farci crescere. Non è uno stucchevole luogo comune: il confronto aperto produce una sintesi superiore alla somma delle parti. Sempre. È la stessa apertura che – come redazione – dovremo dimostrare nei confronti di quelli che un tempo avremmo chiamato lettori.

Wired è la testata che non solo parla di innovazione, ma è il primo magazine italiano a farlo adottando la formula del giornale piattaforma aperta, open source. L’innovazione non è solo il nostro core business, ma è anche la forma che utilizziamo per raccontarla. Molto è da inventare, ma proprio per questo ho già una certezza: ci sarà da divertirsi. E spero che questo piacere trasparirà da quel che pubblicheremo ogni giorno.

In bocca al lupo a tutti noi.

Massimo Russo

Digital 1st

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Il Muro Intorno al Mondo

Da ieri il quotidiano spagnolo «El Mundo», secondo giornale per vendite dopo «El Pais», “appendice” spagnola di RCSMediagroup che proprio a quella partecipazione deve una parte consistente della propria situazione debitoria, ha rinnovato il proprio sito web e deciso di innalzare un metered paywall intorno ai propri contenuti, intorno al suo sito internet, il più visitato fra quelli di tutti i mezzi d’informazione europei in lingua spagnola.

Nei due video sottostanti i cambiamenti principali del quotidiano e la campagna di comunicazione lanciata per l’occasione.

Il metered paywall consentirà di visionare sino ad un massimo di 25 contenuti mensilmente senza dover pagare. Da qui le opzioni sono tante e tutte a pagamento: abbonamento a Orbyt, l’equivalente della futura “edicola italiana” attraverso la quale in due anni sono stati raggiungi 85mila abbonamenti a «El Mundo», a prezzi da saldo, e che da diritto all’acceso a tutte le versioni del quotidiano, la sottoscrizione all’edizione cartacea, che da accesso a tutti i contenuti del sito web. o pagare solo per una particolare applicazione.

Il prezzo richiesto [che pagheranno?] gli utenti varia da 2,95€  per le applicazioni di telefonia mobile a 4,95€ per la versione per tablet sino ai 10€ per la sottoscrizione di Oribyt che, come detto, rende accessibili tutti i contenuti e le versioni. Inoltre, chi acquista quotidianamente la versione cartacea otterrà un codice per accedere al web senza limiti per quel giorno.

Ma la domanda resta sempre quella: perchè si dovrebbe pagare, considerando anche che «El Pais» resta invece aperto. Secondo quanto dichiarato in un hangout con streaming dal vivo Pedro J. Ramírez, Direttore del giornale, si sostiene che vengono offerte informazioni di valore e che dunque si debba pagare affermando che:

Me molesta que haya quien piense que la información no tiene valor. Nuestro objetivo es devolver el valor al trabajo que hacen los profesionales, poniendo un precio para quien quiera pagar [Mi dà fastidio che alcune persone pensino che l’informazione non ha valore. Il nostro obiettivo è quello di riportare il valore al lavoro fatto da professionisti, mettendo un prezzo per chi vuole pagare].

Il ritornello di sempre insomma. Una motivazione che per quanto legittima resta vuota, priva di significato, e di speranza effettiva di ottenere dei ricavi, nello scenario attuale.

Buona fortuna!

newspaper_paywall

Per approfondire. L’editoriale di Pedro J. Ramírez “El Mundo cambia pelle, ci guadagnano tutti” e un altro articolo, pubblicato sempre sul sito web del giornale, “Non ci sarà un solo lettore che non avrà benefici da El Mundo”.

Bonus track l’infografica realizzata da Blogmeter Spagna sulle “Facebook Top Brands” della penisola iberica per settembre 2013 dalla quale emerge come «El Mundo» abbia un tasso di engagement inferiore a «El Pais» ed a molti altri quotidiani spagnoli.

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Complementare NON Alternativo

Sono stati pubblicati da theMediaBriefing i dati sull’andamento delle vendite del «The Financial Times» dall’ultimo trimestre del 2006 al terzo trimestre 2013.

Il grafico di sintesi dell’andamento mostra come dalla fine del 2010 a settembre 2013, in poco meno di tre anni, gli abbonamenti alla versione digitale del prestigioso quotidiano economico-finanziario siano raddoppiati.

Tutto questo però non avviene a discapito dell’edizione cartacea che anzi, seppur in maniera decisamente più ridotta, cresce anch’essa.

Non a caso John Ridding, CEO del FT Group, nonostante la strategia “digital first”, ha dichiarato:

The irony is the right print format has a very good future. The [digital first strategy] is absolutely not a step toward ending the print edition.

Una politica sostenibile degli abbonamenti digitali passa per la complementarietà con la versione tradizionale cartacea, non in alternativa a quest’ultima.

FT Sales

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