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Inoptato In breve

La bufala sull’unico acquirente per l’inoptato di RCS Mediagroup circolata sino al tardo pomeriggio di ieri e ripresa da quasi tutte le più “autorevoli” [inevitabilmente virgolettato] testate del nostro Paese ripropone per l’ennesima volta il confine tra tempestività ed affidabilità,  qualificandosi ulteriormente per quello che è il titolo scelto da molti quotidiani online che hanno parlato di “giallo” sull’11% acquistato da un solo soggetto; non a caso in Spagna la “prensa amarilla”, la stampa gialla letteralmente, è quella scandalistica e sensazionalista.

La scelta fatta di non correggere gli errori sul presunto “giallo”, riportando ora e motivazione della rettifica, ma di produrre altri articoli che correggevano il tiro sulla questione, dimostra infine che, per dirla con le parole di Mattew Ingram, “If there’s one thing traditional media outlets still suck at, it’s making corrections”.

Non credo ci sia molto altro da aggiungere se non che, almeno, questa volta non pare sia colpa di Twitter, della Rete o, peggio, del “popolo del web”.

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Fact Checking: Il Caso Mohammed Merah

In breve, quasi fosse un flash d’agenzia, l’esperienza dell’ultima ora.

Il live blogging del Guardian sull’assedio al presunto terrorista riporta di una “tweet sospetto” da parte del Media & Information Center del Kandahar.

Mando una mail di richiesta di chiarimento alla fonte e nel frattempo a ritroso verifico, in attesa di risposta, il percorso della notizia arrivando a risalire a cosa [e chi] ha generato l’affermazione.

Nel frattempo arriva la mail di risposta puntualissima e sollecita della fonte governativa del Kandahar che conferma omonimia ma nessuna attinenza. Si chiude in questo modo il cerchio dimostrando la possibilità di fare fact checking, di non contribuire alla diffusione di notizie false o  equivoche con poco sforzo e senso di responsabilità delle persone.

Mi resta solo una domanda, un dubbio, se invece del Kandahar fosse stata l’Italia avrei avuto una risposta in meno di un’ora?

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Autodisciplinato

Poynter segnala i dati sulla velocità di diffusione di informazioni errate  attraverso Twitter presentati durante la recente conferenza proprio sulla fiducia nei media digitali.

Si tratta di elementi che forniscono un contributo importante al dibattito su fact checking ed affidabilità dell’informazione digitale, ed in particolare proprio sulle bufale che vengono diffuse attraverso Twitter. Aspetti ai quali avevo aggiunto la nozione di nowism come elemento di qualificazione, riflessione e confronto rispetto alle dinamiche di diffusione di informazioni inaccurate attraverso la piattaforma di microblogging.

Anche se nel lungo periodo vi è una sorta di annullamento, di correzione dell’effetto bufala, che è indice di una complessiva autodisciplina del sistema, il grafico di sintesi dei risultati emergenti sottoriportato evidenzia come l’informazione scorretta abbia una velocità ed una portata di diffusione in fase iniziale più che doppia rispetto a quella corretta.

Gilad Lotan, autore dell’analisi e Vice-Presidente della R&S di SocialFlow, startup dedicata allo sviluppo di technologia tesa ad ottimizzare proprio i contenuti disponibili nei social media, spiega che a suo avviso le motivazioni sono da ricercarsi, da un lato, nella tendenza a diffondere notizie ed informazioni che ci rappresentano, alle quali vogliamo credere, e dall’altro lato, a causa della bassa propensione ad autocorreggersi, a tweetare la correzione di quanto erroneamente diffuso.

Non si tratta di attivare gli sceriffi dellla Rete, già diffusi a sufficienza ahimè, come testimonia dal lungo elenco di nemici di internet stilato da RSF, ma di dare un senso a condivisione, fiducia e responsabilità  realizzando un codice di autodisciplina al quale sia possibile aderire volontariamente per assumersi la giusta responsabilità personale che la concessione di fiducia da sempre implica facilitando e guidando il processo di autodisciplina naturale che, come emerge dai dati, anche Twitter pare avere.

Al primo punto metterei: prima di cliccare, twettare o [re]tweetare, leggo e verifico l’informazione che sto segnalando, condividendo.

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Retweet

La falsa notizia della liberazione di Rossella Urru e le celebrazioni su Twitter, con momenti paradossali che ne attribuivano i meriti a Fiorello in un mix di satira e convinzione, hanno scatenato l’ennesimo dibattito su ruolo e attendibilità di Twitter come newswire dell’informazione digitale.

Alle prime considerazioni di Marco Bardazzi sulla «Stampa» è seguita la replica di Luca Sofri con relativa controreplica ed intervento anche del direttore del quotidiano torinese. Confronto che, se vi foste persi, potete ritrovare con tutti i collegamenti ipertestuali necessari ad approfondire via Wavu, aggregatore tutto italiano per, appunto, esplorare le discussioni sull’informazione di qualità e sul citizen journalism attraverso un percorso fra blog, giornali, social network.

Che i social media e Twitter abbiano un problema di credibilità ed affidabilità è opinione comune, come testimoniato da interesse e disponibilità ottenuto dalla mia proposta di stilare una sorta di codice di autodisciplina prima di restare schiacciati non solo sotto il peso dell’infobesità ma anche di quello delle bufale [*] e, soprattutto, dalla scarsa fiducia che complessivamente le persone vi ripongono come fonte d’informazione.

Non è tuttavia, anche in questo caso, dalla contrapposizione tra “noi” e “loro”, tra giornalisti e blogger, e/o tra mezzi di informazione tradizionale e social media, che ritengo possano emergere elementi utili ed interessanti sui quali ragionare.

Fact checking ed affidabilità dell’informazione [via] non sono una problematica che appartiene esclusivamente ai social media ma  rappresentano ormai caratteristica integrante di una tendenza generale più ampia classificata come nowism: il bisogno di gratificazioni ed informazioni istantanee e costanti ben sintetizzato dalla definizione che ne fornisce l’Urban Dictionary, come ho avuto modo di rispondere a chi mi chiedeva un commento a caldo sulla questione.

Il nowism rischia di uccidere l’informazione con un rumore di fondo costante  di voci ed illazioni che si ricorrono annullando di fatto  la positività di un flusso informativo condiviso e diffuso. Si tratta di una situazione che viene ben sintetizzata da Carlo Dante nel suo «Minime Pervenute»: “In principio fu il verbo, poi il discorso, poi l’affermazione, poi l’informazione, infine un chiasso infernale”.

Immagino possa essere questa la cornice di riferimento al cui interno confrontarsi, il vero tema del quale discutere.

[*] Dopo il tagliando di quasi un paio di mesi fa ho sospeso il lavoro sul tema che ora, finalmente, intendo riprendere. Le persone che avevano dato la loro disponibilità saranno contattate entro la fine di questa settimana per collavorare attivamente. Mi scuso ma le mie forze non mi hanno concesso di fare di più sin ora.

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Citofonare al Direttore

Non si placano le polemiche sull’attendibilità di Twitter come fonte d’informazione. Ieri giornata densa di avvenimenti su questo fronte.

Se il falso d’autore della moglie di Murdoch pare sia dovuto ad un banale errore umano, in base al quale Twitter addirittura non avrebbe certificato, validato, la vera Wendi Deng a favore invece del “fake”, «Associated Press» riporta di una protesta ufficiale da parte del Governo Cubano nei confronti della piattaforma di microblogging accusata di aver favorito la diffusione della, falsa, morte di Fidel Castro.

Debenedetti, giornalista freelance, già noto per azioni simili in Italia, si è sostituito a ben cinque ministri del nuovo esecutivo spagnolo guidato da Rajoy, per dimostrare, appunto, la scarsa sicurezza delle reti sociali, “perché la gente comprenda che le reti sociali favoriscono l’inganno e la comunicazione fraudolenta”.   Allo stesso tempo, EFE, agenzia stampa spagnola, vieta ai giornalisti che vi collaborano di diffondere i lanci delle notizie su Twitter.

Tesi sposata, pare da Gianni Riotta che in risposta ad una mia segnalazione di un ottimo articolo di Luca De Biase proprio sul tema in questione, risponde critico ancora una volta. Su questo fronte, anche se sono fondamentalmente suggerimenti legati al buon senso, vale la pena di leggere i 6 punti su come scoprire un falso su Twitter e le considerazioni di oggi di Augusto Valeriani.

Sempre ieri, «Giornalettismo», testata digitale d’informazione, riprende la classifica di direttori e giornalisti su Twitter realizzata da «Italia Oggi». Classifica che oltre ad essere parziale, per ammissione stessa degli autori, è talmente incompleta, inconsistente ed insignificante da avermi fatto venire voglia di approfondire. Cosa che ho fatto.

Nell’elenco ho preso in considerazione solo i direttori di quotidiani nazionali o comunque con una diffusione rilevante. Per ciascun nominativo, in ordine alfabetico per testata, è indicato: il nome, l’account su Twitter, il nome del giornale, numero di followers e di persone seguite, il numero di tweets e la data di iscrizione alla piattaforma da 140 caratteri. Cliccando su collegamento dei dettagli per ciascuno è possibile visualizzare informazioni supplementari quali: media giornaliera di tweets, ranking complessivo ed altro ancora.

L’elenco realizzato dimostra che con un minimo di padronanza e dimestichezza con gli strumenti disponibili in Rete è possibile fare un lavoro decisamente più accurato rispetto a quanto svolto dalla testata economico-finanziaria in questione e, spiace constatarlo, da chi si è limitato a riportare tout court senza verificare o approfondire, lasciando emergere la differenza tra aggregare e curare informazione.

Direttori Quotidiani Nazionali

  • Ferruccio de Bortoli – @DeBortoliF – Corsera – 39637 vs 533 – 533 Tweets – su Twitter dal 15.07.2011 – dettagli
  • Stefano Menichini – @smenichini – Europa – 6327 vs 772 – 9659 Tweets – Su Twitter dal 14.05.2009 – dettagli
  • Mario Sechi – @masechi – Il Tempo – 4507 vs 133 – 729 Tweets – Su Twitter da 29.03.2009 – dettagli
  • Antonio Padellaro – @padellaronews – Il Fatto – 4644 vs 6 – 33 Tweets – Su Twitter dal 29.03.2011 – dettagli
  • Mario Giordano – @mariogiordano5 – Il Giornale – 1886 vs 32 [NO Belpietro No Sallusti] – Su Twitter dal 08.11.2011 – dettagli
  • Mauro Tedeschini – @MauroTedeschini – La Nazione – 82 vs 6 – 6 Tweets – Su Twitter dal 03.11.2011 – dettagli
  • Mario Calabresi – @mariocalabresi – La Stampa – 10129 vs 79 – 229 Tweets – Su Twitter dal 09.07.2009 – dettagli
  • Ezio Mauro – @eziomauro – Repubblica – 14853 vs 46 – 375 Tweets – Su Twitter dal 31.08.2011 – dettagli
  • Paolo De Paola – @DepaolaP – Tuttosport – 86 vs 18 – 9 – Su Twitter dal 25.11.2011 – dettagli

Al di là dell’intensità soggettiva di utilizzo del mezzo, pare emergere, dando per scontata la bontà di contenuti da parte di tutti coloro compresi nell’elenco, una relazione tra notorietà del quotidiano e numero di followers. La data d’iscrizione suggerisce come prevalentemente  i direttori dei giornali abbiano scoperto Twitter recentemente se non recentissimamente. Si evidenzia inoltre come queste persone siano ancora una minoranza con la maggioranza dei loro colleghi [vd sotto] che non hanno ancora deciso di mettersi a lavare i piatti.

Recente anche la presenza in Rete del celebrato Alfonso Signorini, Direttore di «Chi» & «Sorrisi e Canzoni»,  NON Mondadori/Mediaset come scritto dal “quotidiano giallo”, che, comunque, ottiene un successo [Alfonso Signorini – @alfosignorini – Chi & Sorrisi e Canzoni – 89046 vs 119 – 471 Tweets – Su Twitter dal 02.12.2011 – dettagli]  inferiore ad altre starlette del circo mediatico approdate ultimamente su Twitter.

Direttori Quotidiani All Digital

  • Luca Sofri – @lucasofri – Il Post – 21723 vs 312 – 7851 Tweets – Su Twitter dal 15.02.2009 – dettagli
  • Paolo Madron – @paolomadron – Lettera 43 – 1003 vs 17 – 1126 Tweets – Su Twitter dal 31.08.2010 – dettagli
  • Jacopo Tondelli – @jacopotondelli – L’Inkiesta – 1350 vs 114 – 513 Tweets – Su Twitter dal 14.12.2009 – dettagli

Tra i direttori dei quotidiani all digital, i cosìdetti superblog, primeggia Luca Sofri. Non bisogna dimenticare, ovviamente, che la presenza e la notorietà dell’attuale Direttore del «Post» nasce, in Rete, dal suo blog personale ancora oggi citatissimo e visitatissimo.

A titolo di curiosità, sempre tra i direttori di testate, spicca Vera Montanari [Vera Montanari – @VeraMontanari – Grazia & Flair – 111 vs 9 -1 tweet del 1 giugno – Su Twitter dal 27.03.2009 – dettagli] il cui unico tweet, come lei stessa afferma, non pare averle portato fortuna.

Siamo ancora insomma in una fase di “new shiny object”, come ricorda Vincenzo Cosenza, per quanto riguarda Twitter nel nostro Paese. Proprio per questo mi preoccupo, mi occupo prima, di attenzione e responsabilità.

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Un Mondo di Tweets

Twitter è assorto definitivamente a news network, piattaforma di diffusione partecipata dell’informazione, spesso prima dei media tradizionali. Immediatezza e velocità di diffusione delle notizie sono sicuramente i due principali punti di forza della piattaforma.

Anche «The New York Times» ha creato recentemente un nuovo feed, un nuovo account su Twitter specificatamente dedicato a fornire informazione in tempo reale su eventi di particolare rilevanza.  Le motivazioni dietro alla creazione di un ulteriore canale oltre a quello già esistente sono ben spiegate dal Nieman Journalism Lab. Si tratta della consacrazione definitiva di Twitter come canale d’informazione.

Come ho già avuto modo di segnalare, puntare tutto sulla velocità d’informazione rischia di creare un fenomeno definito “hamsterization” che, parafrasando la corsa all’interno della ruota del criceto, conferma in tutta la sua negatività i rischi  dell’effetto auditel sull’informazione online.

La tempestività dell’informazione non è sempre necessariamente un valore, ancor meno se finisce per essere elemento di disturbo alla selezione qualificata ed all’affidabilità. Tema sul quale il contributo di Luca Alagna, certamente un riferimento qualificato in quest’ambito, sulla attenzione da porre nell’utilizzare Twitter come fonte d’informazione e sulla capacità del sistema di autoregolarsi, è assolutamente da leggere.

Ieri è stata una giornata in cui vi sono stati diversi casi che forniscono ulteriori spunti di riflessione sull’argomento in questione. Oltre alla bufala della morte di Fidel Castro, che Luca Alagna utilizza come case study nel suo articolo pre citato, è emerso come l’accont della moglie di Murdoch, apparentemente sbarcata su Twitter contemporaneamente al marito, fosse un  falso d’autore.  Episodio che Mathew Ingram, dal sempre interessante Gigaom, descrive con preoccupazione rispetto alla mancanza di trasparenza che implica.

Una realizzazione, una volta tanto tutta italiana, permette di visualizzare sulla mappa del pianeta l’intesità e la localizzazione dei tweets. Oltre alla mappatura dei cinquettii sono offerte una serie di statistiche sull’utilizzo per ciascuna nazione ed il relativo ranking.  Si apprende in questo modo che l’Italia, nonostante i recente ingresso massivo di personaggi di grande notorietà,  pesa solamente l’1,19% del totale, dodicesima dietro Spagna, Olanda e Malesia.

Perchè allora tanto interesse, tanta rilevanza, anche da parte dei media tradizionali del nostro Paese, intorno a Twitter? Semplice. Perchè al suo interno si sta formando anche in Italia un’elite di opinion leaders in grado di influenzare l’agenda setting sia in termini politici che di informazione.

Proprio per questo, per la capacità di influenza che ottiene e sempre più otterrà, è necessario che ad una corretta vigilanza dei proprietari della piattaforma si abbini un atto concreto di responsabilità da parte di coloro che vi partecipano. Ci stiamo lavorando.

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Condivisione, Fiducia & Responsabilità

La proposta lanciata un paio di giorni fa in questi spazi di di stilare un decalogo, partendo dalla base offerta da Timu, una sorta di codice di autodisciplina prima di restare schiacciati non solo sotto il peso dell’infobesità ma anche di quello delle bufale, ha già raccolto un’adesione fin oltre le aspettative, segno evidente che esiste la percezione diffusa del problema.

Sino a questo momento hanno manifestato il loro interesse e disponibilità a co-elaborare Gigi Cogo, Pino Bruno, e Nicola D’Agostino.  Ulteriori dimostrazioni di interesse in Rete sono state manifestate su Facebook e da parte degli amici di LSDI ed anche di chi ne ha fatto propria la visione proposta.

Come ho avuto modo di sottolineare in precedenza , l’idea di responsabilità, sorpassando il concetto di colpa – perdono che spesso innesta una spirale viziosa, implica sia la facoltà di operare che la volontà di rendersi garante dell’azione , deve essere il concetto guida per guardare con prospettiva al futuro. In tal senso, l’idea di Response Ability è idealmente superiore a quella, già importante, di responsabilità. Implica, infatti, oltre ai concetti propri della responsabilità, da un lato, l’idea di non riversare i fatti colpevolizzando qualcun’altro, e, dall’altro, l’idea di essere in prima persona proattivi, con volontà e capacità risolutiva.

Idea di responsabilità che Luca De Biase sottolinea nel rimarcare il senso dell’iniziativa di Timu che ho citato come base di partenza

Ulteriore evidenza della necessità di un codice di autodisciplina, dunque volontario, arriva da quanto riportato da Gigaom che racconta il caso di una banca svedese seriamente danneggiata da rumors, infondati, diffusi in Rete.

L’eccesso di facilità, spesso di faciloneria, con la quale vengono condivisi i contenuti online [lo dico da “link pusher” come mi ha simpaticamente definito l’amico Gianluca Diegoli] richiede corrispondenza tra generosità e responsabilità.

Nel momento in cui, anche nel nostro Paese, il Web ottiene un credito, una fiducia superiore ad altri media sottovalutare la portata e l’impatto della diffusione crescente, al pari dell’utilizzo, di “bufale”, rischia di instaurare dinamiche pericolose che certamente tutti coloro che tengono ad una informazione tanto libera quanto responsabile non devono trascurare.

Non si tratta di criminalizzare la Rete e i social network, come viene invece fatto spesso con altrettanta faciloneria, nè di escludere da questo processo i media tradizionali ovviamente, che di fatto stanno già pagando la perdita di credibilità a caro prezzo, letteralmente.

Le persone che leggono i nostri blog, le nostre segnalazioni sui diversi social network, [quasi sempre] in buona fede condividono ulteriormente quanto proposto poichè hanno fiducia in noi. E’ ora di assumersi la giusta responsabilità personale che la concessione di fiducia da sempre implica.

E’ su queste basi che vorrei collavorare al codice di autodisciplina.

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Le Notizie nel Villaggio

Ieri nel tardo pomeriggio ha iniziato a circolare sul Web la notizia della morte di Paolo Villaggio, il celebre attore genovese noto ai più per aver incarnato per circa un decennio la rappresentazione dell’impiegato frustrato e succube con il personaggio Fantozzi.

Notizia che in breve tempo si è diffusa a macchia d’olio attraverso social media e social network come ormai consuetudine anche nel nostro Paese.  Sappiamo ormai a quest’ora che si è trattato di una doppia bufala sia perchè in realtà Paolo Villaggio, fortunatamente, gode di ottima salute, che in virtù del fatto che l’ANSA, alla quale era stata originariamente attribuita la diffusione della notizia, non è assolutamente responsabile come segnala Fabio Chiusi dal suo Blog.

Come ho avuto modo di dire a commento della falsa informazione sono dinamiche che evidenziano quale sia il risultato della corsa a primeggiare sul filo dei secondi e’ la bufala di Paolo Villaggio dell’ANSA. Velocità vs Accuratezza.

Al di là del caso specifico, si tratta infatti di dinamiche che in Rete, ed in particolare su Twitter, eletto ormai come “news wire”, fonte informativa che primeggia rispetto a quelle tradizionali, si  manifestano con buona frequenza.

Interessante caso di studio è quello realizzato dal «The Guardian», pubblicato un paio di giorni fa, che ha preso in esame la diffusione di notizie false attraverso Twitter quest’estate in occasione dei disordini nei sobborghi delle principali città di tutta l’Inghilterra.

Sono state analizzate 7 notizie false ed un totale di 2,6 milioni di tweets [qui la metodologia usata] dando luogo ad una visualizzazione interattiva di straordinaria bellezza ed efficacia che dimostra come si diffondano, in particolare in momenti di crisi e/o di tensione, notizie eccessivamente amplificate se non del tutto false.

Se da un lato il vantaggio della Rete è quello di consentire al pari di una rapida diffusione altrettanto una veloce correzione o smentita degli errori, come l’analisi svolta dal quotidiano anglosassone conferma, dall’altro lato si evidenzia la necessità di privilegiare l’accuratezza rispetto alla tempestività, la verifica al primato della diffusione in tempo reale. Necessità alla quale sono istituzionalmente deputati fonti d’informazione ufficiali e giornalisti, che nell’era del citizen’s journalism, dell’informazione diffusa, non deve mai essere dimenticata da tutti coloro, da tutti noi che diffondiamo contenuti e notizie sul Web.

Credo che sia arrivato il momento di stilare un decalogo, partendo dalla base offerta da Timu, una sorta di codice di autodisciplina, in tal senso, prima di restare schiacciati non solo sotto il peso dell’infobesità ma anche di quello delle bufale. Se siete d’accordo con me lasciate pure gentilmente un segno della vostra disponibilità nello spazio dei commenti, o se preferite su Facebook; sarà mia cura contattarvi nei prossimi giorni per collavorare [NON è un  refuso] sul tema.

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La Verifica delle Informazioni Online

Ai tempi di internet il confine tra vero e verosimile può facilmente essere sorpassato dando origine alla diffusione di informazioni errate, non veritiere.

Dal caso di Tiger Woods alla presunta morte di Owen Wilson, complice troppo spesso la priorità data alla tempestività rispetto alla qualità dell’informazione, i casi di “bufale” anche da parte di media autorevoli non sono davvero mancati.

Anche la costruzione di notizie costruite ad hoc per creare buzz intorno ad un marchio, un prodotto, sono una realtà che il caso di Klaus Davi ha evidenziato.

D’attualità ed interesse dunque la mappa realizzata da Online Journalism come strumento, guida, dei criteri da seguire per la verifica delle informazioni online.

Suddivisa in tre aree principali: contenuto, contesto e codice, suggerisce quelli che possono essere gli elementi basici da seguire per la verifica delle notizie prima della loro diffusione.

Come ricordava pochi giorni fa Arthur Sulzberger, Direttore del NYT, “Le menzogne sul web si diffondono molto più rapidamente della verita”, è indubbiamente anche questo un ulteriore criterio generale da ricordare per i giornalisti e per tutti coloro che desiderano fare informazione con serietà.

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Rumori o Tonfi?

Quattroruote, noto mensile della Domus Editoriale dedicato all’auto, nonostante un marchio forte nel proprio segmento, come la stragrande maggioranza dei periodici soffre il momento di crisi come testimoniano, da un lato, i dati sulle diffusioni che registrano quasi il – 12% sull’anno e, dall’altro lato, le trattative in corso con il sindacato dei giornalisti per gestire un numero di esuberi che ammonterebbe a circa una ventina di giornalisti.

L’ennesimo segnale, se ce ne fosse bisogno, della profondità della crisi attuale che non risparmia nemmeno testate leader.

Il rimedio? Tornare ad essere la voce del cittadino, come recita la comunicazione sottoriportata inviata in coincidenza con l’uscita di questo mese. Continuando: “ A supporto di questa uscita e di questa presa di posizione sono state pianificate delle campagne pubblicitarie: 100 spot sulle reti Mediaset, 200 spot su due network Radio, spazi su Quotidiani nazionali”.

Sono argomenti ed argomentazioni che testimoniano o l’ennesimo tentativo di prendersi gioco della distribuzione o, in alternativa, l’incapacità di fare marketing ed utilizzare in maniera appropriata la comunicazione esterna che caratterizza un’ampia fetta del comparto editoriale.

Scrivere, infatti, che il mensile torna ad essere voce del cittadino significa riconoscere non esserlo stato per tempo e dunque ammettere di essere stati o al servizio di qualcun’altro [le case automobilistiche?] o, ancor peggio, di nessuna utilità.

Ed ancora, quale efficacia pubblicitaria hanno 100 spot televisivi nel mare magnum attuale? Per non parlare dei non meglio specificati annunci Radio e sui Quotidiani [in maiuscolo eh!]. Non bisogna essere degli esperti per capire che rappresentino ben poca cosa, anzi forse addirittura un inutile sperpero di risorse, in termini di creazione di valore per la testata.

Da giornalaio si ha purtroppo buona certezza che, sulla base di questi presupposti, i rumori di Quattroruote divengano dei tonfi nelle casse per la resa.

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