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Lo Stato della Blogosfera

Infographic Labs ha realizzato per The Blog Herald l’infografica sullo stato della blogosfera aggiornata al 2010.

Ottima sintesi di quello che è un media a tutti gli effetti come emerge anche dai dati diffusi da eMarketer sulla penetrazione, in termini di lettura, di questo [ex] new media.

Colpisce che nei primi dieci blog nella classifica di Technorati compaiano Huff Post, TechCrunch, Gizmodo, Engadget ed altri che difficilmente saremmo portati a considerare dei blog in senso classico.

Come dice Massimo Moruzzi, in cosa si differenzia, oggi, un blog quanto a contenuti, tono e originalità da una testata di ciò che una volta chiamavamo con disprezzo “mainstream media”?

Se il termine blog sia divenuto oggi un “format” potrebbe essere la domanda di fondo a cui dare una risposta al di là delle statistiche.

Ah, se sono temi che vi interessano, probabilmente non dovreste perdervi la tre giorni dedicata ai blog italiani che ha inizio oggi.

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L’Economia dei [Broken] Links

Sergio Maistrello recentemente tesse le lodi di questo spazio del quale dichiara di apprezzare contenuti ed idee. Per un modesto giornalaio di provincia ricevere riconoscimenti da giornalisti di autorevolezza riconosciuta è certamente gratificante, inutile negarlo.

Non è questo il punto però.

Come dicevo a commento dell’articolo, come “sottoprodotto” delle riflessioni di Sergio Maistrello emerge un aspetto che credo valga la pena di riprendere ed ampliare.

La mia idea di inserire una breve descrizione deriva, come dicevo, dall’aver rilevato che la grandissima maggioranza dei lettori non segue [non “clicca”] i link e poiché i collegamenti inseriti non sono solo segnalazione ma anche contestualizzazione ho ritenuto opportuno prevedere una breve sintesi che aiuti il lettore a comprenderne il senso.

Sembrerebbe che questa dinamica non sia esclusiva del “Giornalaio” essendo stata osservata e rilevata in maniera sufficientemente diffusa da spingere Giuseppe Granieri a parlare di blogosfera molle.

Le concause di questo fenomeno, apparentemente tutto italiano, sono state sintetizzate da Granieri nel suo articolo e dalle riflessioni che ha generato verso il finire dell’anno scorso. Mi pare che sia opportuno allargare la visione valutandone oltre che le [con]cause le implicazioni.

Due i punti focali di attenzione e [ri]considerazione, in sintesi:

  • Socializzazione della notizia: Se, come si è sostenuto anche in questi spazi, la costruzione della notizia è sociale in termini di partecipazione dell’utenza, tanto da parlare diffusamente di economia dei link in riferimento alla rete, il decremento in termini di valore che presuppone quella che che più che una disseminazione della stessa sembra una dispersione è elemento che richiede ripensamenti sui modelli di business del futuro dell’informazione.
  • Readership e [Dis]Attenzione: Le notizie on line, i quotidiani on line e tutti gli attori che producono informazioni, blogopalla inclusa, godono di un livello di attenzione, in termini di approfondimento, che parrebbe scarso, di basso livello. Anche questo non può non essere considerato in termine di valore.

Se i mercati sono conversazioni, quello dell’editoria on line pare di scarso valore, non tenerne conto, facendo riferimento solo alle esperienze di altre nazioni dalle caratteristiche profondamente distinte, potrebbe essere fatale.

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Considerazioni ai margini della comunicazione [politica]

Al termine della scorsa settimana, da un lato, Giovanni Boccia Artieri, dopo aver promosso su FriendFeed una interessante discussione sulla campagna elettorale del Partito Democratico, ne riassume il senso , dall’altro Michele Serra sintetizza a modo suo le candidature e le prospettive politiche per le regionali.

Artieri cita il mix fra competenze professionali, passionalità, riconoscimento e presa di distanza dei cittadini connessi per concludere che “la Rete è un contesto ricco, dove accanto alla superficialità di alcune conversazioni troviamo la possibilità di confronto competente” mentre i riferimenti continui di Serra alle candidature che sarebbero preferite da blogger e più in generale dal popolo del web, seppur con sapiente e gradevole ironia, sono in chiave più critica.

Entrambi gli articoli, seppur da prospettive e con modalità distinte, sono accomunati da citazioni e riferimenti alla rete ed alla comunicazione che vi si sviluppa, oltreché da un sentimento di evidente smarrimento rispetto al tortuoso cammino del Partito Democratico.

Non posso che suggerire in ambo i casi la lettura completa di quanto è stato scritto dagli autorevoli interpreti.

Personalmente sono portato a ritenere che il problema del PD non stia nella comunicazione [che oggettivamente è pietosa] ma nella carenza di una identità, di una proposta credibile, in cui la modalità di porgere è il contorno di una visione la cui mancanza viene resa evidente anche al più distratto dal continuo tourbillon di segretari compromessi [letteralmente e non] da qualsivoglia prospettiva li si osservi. Come diceva recentemente Tony Siino, non è che se un prodotto fa cagare gli utenti e continui a pomparlo come se nulla fosse quelli si convertiranno; scusate per il francesismo ma credo che renda l’idea in sintesi.

Mi pare che il sottoprodotto delle ironie di Serra sia l’invito condivisibile di un necessario ritorno alla realtà di circoli elitari, avanguardie che per testimoniare appieno l’avvenuto passaggio alla fase di maturità dovrebbero tenere in maggior considerazione quanto avviene offline. Il più recente dei casi, su quello che è il distacco apparente dal mondo reale, per restare nell’ambito di quelli che sono una parte importante dei miei interessi, è rappresentato dall’entusiasmo che raccolgono i quotidiani on line nella versione dedicata agli smartphones e la realtà dei numeri.

Il richiamo di Artieri mi pare possa valere insomma sia per il PD che per un’ampia fetta dei blogger.

C’è anche un’altra Italia provate [proviamo?] a tenerne conto.

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Ipotesi di scenario

Le analisi di scenario, come per molti strumenti di supporto alle prese di decisione manageriali, derivano dalla scuola di strategia militare, sono rappresentazioni della realtà attuale e modelli previsionali delle possibili evoluzioni.

Per quanto riguarda l’editoria ed i quotidiani in particolare, si passa dal peggior catastrofismo che ne prevede la morte, più o meno rapida, ad eccessi di ottimismo secondo i quali i lettori potrebbero essere disposti a sovvenzionare come filantropi gli stessi pur di mantenere in vita quel che viene presentato come il baluardo imprescindibile della democrazia.

Personalmente mi appaiono entrambe ipotesi di scarso valore, dettate forse più dall’emotività del momento contingente che non da una ragionata analisi delle tendenze in corso e delle possibili evoluzioni.

Credo che i quotidiani [di carta] non moriranno, così come, ad esempio, l’avvento del cinema non ha decretato la morte del teatro o la televisione quella del cinema.

Credo, ancora, che le generalizzazioni siano poco utili e che questo costituisca attualmente uno dei più grandi limiti all’informazione, pur preziosa ed importante, svolta dalla “blogopalla” nel suo insieme.

Visione Strategica

Parlando di editoria e delle sue possibili evoluzioni, è’ importante, direi fondamentale, scindere la realtà anglosassone da quella nostrana fosse solo, come avuto modo di ricordare recentemente, per il fatto che essendo redatti in lingua inglese si rivolgono ad un distinto bacino di utenza potenziale [ed effettivo!]. I grandi quotidiani statunitensi ed inglesi si rivolgono – su carta ed on line – ad un mercato mondiale, i nostri no.

Per quanto riguarda l’Italia, mi piace immaginare, a lungo termine [diciamo 15 -20 anni a seconda di quanto rapide saranno determinate evoluzioni culturali e tecnologiche], un futuro in cui i quotidiani di carta nel nostro paese continueranno ad esistere seppur decisamente ridimensionati in termini di numero di copie vendute, forse addirittura dimezzati.

Un futuro fatto di quotidiani di nicchia. Nicchie costituite da due grandi comparti: una specialistica [si pensi, a titolo esemplificativo, a “Il Sole24Ore” ed alla “Gazzetta dello Sport”] ed una costituita dalla somma dei quotidiani locali, ancora più specializzati e “vicini” alle comunità di riferimento. Un futuro nel quale alcuni quotidiani di seconda lettura, d’opinione [uno per tutti – “Il Manifesto”] si affiancheranno a massimo due generalisti nazionali, probabilmente “Corriere della Sera” e “Repubblica”.

E’ in questo scenario che va a collocarsi evidentemente anche il canale di distribuzione commerciale dei quotidiani, ed è perciò che oltre alla risoluzione della contingenza è necessario pensare oggi all’ edicola del futuro ed al futuro delle edicole.

Sono temi che richiedono ampiezza di spazi e di competenze che non possono esaurirsi negli angusti ambiti di un modesto giornalaio di provincia, il cui ruolo in questo momento è solo quello di facilitatore, di suggeritore, della riflessione e dell’azione che necessariamente ne deve conseguire.

Se il fare è il motore del più, credo sia imprescindibile creare un gruppo di lavoro multidisciplinare su questi temi e dar corso ad una progettualità che, superando barriere e prevenzioni reciproche, sia di supporto alle prese di decisione che riguardano l’editoria italiana. Io voglio farlo.

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