La Svendita dei [Social] Click

Tra gli addetti ai lavori è nota la questione della vendita di followers, ovetti senza identità creati ad hoc per gonfiare l’ego di qualche responsabile marketing dalle vedute offuscate e/o di qualche sedicente agenzia di comunicazione che propone risultati garantiti ad allocchi dell’ultima ora.

L’ultima frontiera adesso diventa la vendita di social click, di tweet e like promozionali per spingere un determinato prodotto o marchio aziendale, e c’è chi parla già di “big business”, di grandi affari che ruoterebbero intorno a questa squallida compravendita.

Esiste una piattaforma di un’azienda turca, adMingle, attiva però anche in Italia che propone questo tipo di servizio e che secondo quanto dichiarato sul proprio sito web annovera marchi ed aziende “di tutto rispetto”. Il video sottostante riassume il funzionamento della proposta.

Non si tratta, ahimè, dell’unica realtà di questo tipo. Esiste infatti un’altra piattaforma spagnola, Twync, che però ancora una volta opera a livello internazionale, che propone il medesimo tipo di servizio.

In entrambi i casi la proposta per utonti [no, non è un refuso] contempla sia Twitter che Facebook e sembra che esistano servizi simili anche per Linkedin e YouTube. Ovviamente, da quanto si legge, vi è assoluta mancanza di trasparenza ed i propri followers o amici non sanno che si tratti di operazioni commerciali e pare che vi sia abbondanza di proposte di questo genere.

Inutile dire, al di là di ogni altra possibile considerazione, che la reputazione aziendale, quando prima o poi emergessero questo tipo di pratiche scorrette, sarebbe fortemente danneggiata. In caso di dubbi leggete “Don’t Buy Your Programmatic Audience, Build It”.

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9 commenti

Archiviato in Comunicazione, Passaggi & Paesaggi

9 risposte a “La Svendita dei [Social] Click

  1. Quello che mi ha sempre divertito di queste pratiche dubbie è che chi le propone e chi le mette in atto sia convinto di farla franca e di riuscire a truffare tutti quanti.
    Si dice spesso che si può essere più furbo di qualcuno, ma non più furbo di tutti e su Internet questa massima è più che mai valida.
    Capisco che, per chi parte da zero, raggiungere un certo livello di visibilità possa sembrare un’impresa titanica, ma la storia è lì a dimostrare che nel medio-lungo termine onestà e simpatia pagano più di truffa e arroganza.
    Certo che se stiamo parlando del politico che si ricorda dell’esistenza dei social solo nei 40-60 giorni prima di ogni elezione…

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  4. SavelGo e’ la risposta…parlatene perche’ presto sara’ sulla cresta dell’onda 🙂

  5. Isi Vart

    Salve,

    trovo il tuo blog molto interessante tanto da averlo messo nei preferiti. Ho una domanda: pura curiosità.

    Se a questo servizio (ho visto solo il video, quindi mi baso su quello) si appoggia l’agriturismo sotto casa, il negozio di moto di quartiere o una scuola di karate di Perugia non ha senso. Ma se lo facesse Coca Cola, Samsung, Angelin.. insomma i grandi marchi non sarebbe un normale massive marketing? Identico a quello che ci rigira la tv con la differenza che appare nella più totale inerzia (l’occhio la vede, il cervello la memorizza, noi non ci facciamo caso) creando quindi una subliminale o occulta “sicurezza” di quel logo/brand/marchio in noi?

    Fammi sapere!

  6. Lucia

    Ciao, sono capitata su quest’articolo cercando informazioni su AdMingle Italia. Mi sono registrata da poco come publisher. Lavoro come social media manager e non puoi capire, o forse sì, quanti brand pretendono supporto alla loro comunicazione in cambio di visibilità. Non so se hai visto il video uscito oggi su Wired wired.it/tv/coglioneno-la-campagna-per-la-tutela-dei-creativi-italiani …casca a pennello.

    Quando ho scoperto Admingle ho esclamato: ‘Cavoli l’hanno inventato!!’ Perché è un’idea che avevo avuto anche io e come me sono sicura molti altri. Incuriosita ho cercato i fondatori e sono riuscita a parlare con loro, persone reali, nulla di occulto. Mi hanno fatto una buona impressione, anche se vado coi piedi di piombo ovviamente. A me il sistema piace, non solo, lo trovo geniale. Finalmente i nostri contenuti possono essere retribuiti e i brand possono avvalersi di un servizio del genere, che è strutturato, invece di elemosinarci livetwitting o pubblicità in cambio di NIENTE.

    Tu pensi che il mio collega che parla del brand X lo faccia sempre spontaneamente? A volte sono marchette, a volte sono lavori retribuiti, a volte lo fanno spontaneamente, non si può mai sapere. Trovo più ‘imbroglioni’ i brand e i colleghi che fanno operazioni pubblicitarie mascherate da condivisioni spontanee rispetto ad un sistema che ti spiega per filo e per segno come funziona. Dov’è la non-trasparenza in AdMingle scusa? Non li voglio difendere, li sto studiando anche io, solo mi pare tu abbia sparato a zero. Metti sullo stesso piatto la vendita di followers e un sistema dove viene spiegato per filo e per segno che l’advertiser paga e il publisher guadagna. Tutto chiaro. Quando i brand contattano le agenzie e le agenzie contattano noi per parlare dell’ultimo spot dell’azienda X è truffa anche quella? O è marketing? Quando Nutella sfrutta Tata Lucia (che si fa sfruttare felicemente) per vendere quello schifo ai bambini come lo chiami? Non è un inganno quello?

    Al momento la mia opinione su AdMingle è positiva, sto cercando con tutta me stessa di trovare qualcosa di sbagliato (sai com’è, sono italiana, devo sempre pensare a male) ma non la trovo. E’ tutto lì in evidenza, c’è un contratto, c’è una policy. E francamente… è un servizio che se non fosse arrivato a me l’avrei inventato io, perché cavalca i tempi moderni e le nuove dinamiche del web, offrendo un’opportunità sia agli advertiser che ai publisher.

    Speravo di trovare qualche critica sensata in quest’articolo, ma l’effetto che hai ottenuto con me è il contrario, il servizio ora mi piace ancora di più.

    Parla con qualche social media manager o con qualche brand e chiedi a loro cosa ne pensano.

  7. Caro Pier Luca, nella catastrofica descrizione in cui tutto trama contro di noi che dài di AdMingle manca un punto fondamentale. Chi decide di vendere i social click, come scrivi tu, per pubblicizzare in modo non trasparente un brand e che lo fa – voglio essere trasparente – soprattutto per trarne vantaggi economici in prima persona, guadagna in base alla propria reputazione online su determinate aree di interesse. Questo significa che chi promuove brand sui social network ha tutto l’interesse a pubblicizzare solo quelli che ritiene effettivamente validi perché a essere in gioco è la propria influenza, che è ciò che gli permette di guadagnare. Da che web è web, uno della propria influenza fa ciò che gli pare, senza dimenticare che gli utenti potrebbero addirittura essere contenti di avere il parere su un prodotto da parte di qualcuno di cui evidentemente si fidano, altrimenti non lo seguirebbero (e non cliccherebbero sui link di AdMingle e il problema quindi non ci sarebbe).

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