2014: L’Anno delle Metriche

A fine dell’anno scorso avevo indicato nelle “tre C”: Convergenza, Coinvolgimento e Citizen Journalism  le priorità di intervento, i key pillars per il settore editoriale nel 2013.  Dovendo fare un bilancio il risultato, ahimè, è complessivamente negativo. Su tutti e tre gli aspetti, gli assett strategici di intervento si è visto complessivamente, soprattutto per quanto riguarda il panorama nazionale, davvero poco; al massimo qualche, goffo, tentativo, sperimentazioni una tantum abbandonate tanto frettolosamente quanto intraprese senza un a chiara visione d’assieme.

Credo che le priorità non siano cambiate e rilancio inserendo un quarto aspetto al quale nel corso dell’anno ho dedicato, o almeno o provato a dedicare, spazio tutte le volte che è stato possibile per alimentare il dibattito, il confronto professionale sul tema: le metriche.

Vi sono due aspetti di fondo. In primis le metriche sono fondamentalmente incentrate sul valore, o presunto tale, generato per l’inserzionista come [di]mostra la prevalente focalizzazione su utenti unici e pagine viste. Metriche prevalentemente quantitative che, da un lato, trascurano elementi essenziali comunque di valore per gli investitori pubblicitari e, dall’altro lato, non misurano  l’impatto giornalistico, il valore delle proposte informative della testata per la società nel suo complesso. Aspetto tutt’altro che trascurabile se si conferma che il giornalismo e l’informazione sono un pilastro fondamentale per le democrazie.

Inoltre, le metriche prevalentemente in uso non hanno possibilità di essere rese omogenee rispetto alla versione tradizionale, cartacea, dei quotidiani. In tal senso, il tempo, come vado dicendo da tempo, è, a mio avviso ma anche di molti altri, un indicatore importante del livello di coinvolgimento effettivo del lettore anche online.  In questo caso, se questo elemento di misurazione fosse applicato sia all’online/digitale che alla carta stampata, si avrebbe una metrica comune ad entrambe le versioni.

Collavorare [no, non è un refuso] sul tema è un must poichè è evidente la deriva qualitativa che gli attuali criteri generano. Il 2014 sarà, dovrà essere, l’anno in cui provi rimedio hic et nunc. 2014: l’anno delle metriche.

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2 commenti

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2 risposte a “2014: L’Anno delle Metriche

  1. Approccio complesso per un problema devastante. Ho partecipato in settimana a una riunione della mia corrente del sindacato dei giornalisti in cui abbiamo cominciato a discutere del prossimo (if any) contratto nazionale. A parte il fatto che finalmente anche nella dinosaurica categoria comincia ad affiorare l’idea che forse l’articolo uno del contratto di lavoro (che io non ho più da circa 10 anni, e sul quale ho cominciato a manifestare perplessità circa 20 anni fa rischiando, in alcuni casi, anche di farmi menare) non può più essere il pilastro su cui si basa tutta la discussione interna alla categoria e che se continuiamo a ragionare come se l’unico obiettivo possibile fosse la “stabilizzazione” (cioè l’assunzione) dei precari siamo morti che camminano, continuo a trovare difficoltà di sintonia. E’ evidente, per me, che il problema numero uno è quello della difesa della qualità e autorevolezza del prodotto. Io non so come gli editori e i media potranno farsi pagare in futuro. Ma so che se i media (spesso on line ma non solo) continuano a pubblicare tonnellate di patacche, refusi, cazzate e pezzi “eterodiretti” (propaganda) ben presto nessuno (neanch’io) sarà più disposto a pagare per quello che dicono. Col piccolo corollario che non sarà più possibile nessuna professione giornalistica, non potranno più esistere le PR (mi faccio pagare per promuovere la tua immagine dove, se i media scompaiono?) né la pubblicità, oltre alla democrazia (se nessuno mi dice più che cosa il potere combina alle mie spalle, il potere non ha più controllo: Russia docet).
    Sono stato tacciato da alcuni colleghi (fra cui dei pensionati): il contratto deve fare il contratto, parliamo di soldi e di difesa dei posti di lavoro, non di altro. Ma quali soldi e quali posti di lavoro?
    Per verità altri sembrano più interessati a ragionare. Un’idea che mi piacerebbe lanciare in sede contrattuale è quella di un gran giurì del giornalismo su modello di quello della pubblicità, non per “sanzionare” chi fa più refusi o rifila più patacche ma almeno per dare un ranking delle testate (o brand multimediali) più o meno autorevoli in cui coinvolgere giornalisti, editori, inserzionisti.
    Risposta dell’ala giurassica dei colleghi: ma per quello c’è l’ordine!
    Normalmente non bevo superalcolici, ma di fronte a una risposta simile ho provato una voglia matta di farmi un whiskino.

  2. Pingback: 7 Ragioni Per Credere Ancora nei Giornali | Il Futuro dei Periodici

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