In God We Trust; All Others Bring Data

Qualche giorno fa il direttore del Pew Research Center ha ripreso alcuni dati di un più ampio rapporto pubblicato dall’autorevole istituto di ricerca da lui diretto. Dai dati [ri]pubblicati emerge un grido di allarme relativamente al fatto che i giovani avrebbero un minor interesse le le notizie, per i siti d’informazione, e ovviamente per la versione cartacea dei quotidiani, ai quali dedicherebbero un tempo sempre minore.

A commento dei dati, e delle evidenze emergenti, Jeff Jarvis si domanda se in realtà questo non sia invece evidenza di un consumo di informazione più efficiente e che dunque richiede meno tempo.

Personalmente, dando per scontata l’autorevolezza di Jarvis che non ha neppure bisogno di essere confermata, non credo che le motivazioni di un calo del tempo dedicato ai siti web d’informazione sia da ricercarsi in una maggior efficienza.

Da un lato sono numerose le ricerche che [di]mostrano come una quota sempre maggiore dei giovani attinga da social media e social network per avere notizie. Una dinamica che non è solo degli statunitensi ma anche degli europei e degli italiani, come provano  i risultati della terza edizione dell’indagine NEWS-ITALIA.

Dall’altro lato, a prescindere da “boxini morbosi”, ed alle relative polemiche al riguardo mai spente, in generale i siti dei quotidiani non sono fatti per i giovani ma pensati, come i giornali cartacei, per un pubblico più adulto. Non a caso i risultati della ricerca “Giovani e Informazione”, condotta dell’Osservatorio Permanente Giovani – Editori in collaborazione con GfK Eurisko. evidenziano una sonora bocciatura da parte dei nativi digitali delle edizioni online dei quotidiani.

Se dunque le opinioni sono per definizione rispettabili, in questo caso quelle espresse dal professore e direttore del  Tow-Knight Center for Entrepreneurial Journalism della City University of New York’s non paiono supportate da dati. Le cause della disattenzione sembrano davvero essere altre.

in god we trust

Inoltre, più in generale, come sottolineavo ad inizio mese, i personal media suggeriscono che dovremmo riconsiderare ogni nozione circa la tradizionale idea di pianificazione e di misurazione dei media. Le basi di portata e la frequenza devono essere completamente rivalutate. La misurazione dei media deve anche essere revisionata ed i concetti di valutazione delle prestazioni riconsiderati. Si tratta del passaggio, dell’evoluzione dall’economia dell’attenzione a quella dell’intenzione. Elemento che conferma l’inversione del processo tradizionale  dello spingere [“to push”] i contenuti verso i lettori a quello di attirare [“to pull”] i lettori verso di sè, come giustamente commentava Andrea Iannuzzi in riferimento proprio al precitato articolo di Jarvis.

Concetti che ormai dovrebbero essere sufficientemente noti e che normalmente si racchiudono nella nozione di “inbound marketing” che propone un’inversione di pensiero abbandonando modalità, mezzi e toni fortemente promozionali per lasciare spazio alla condivisione di contenuti e la costruzione di relazioni con la propria community: non più un target da aggredire ma pubblici diversi, persone da conquistare coinvolgendole; evoluzione del marketing relazionale e dell’idea di Seth Godin del “permission marketing”, che nel suo insieme l’industria dell’informazione non pare ancora aver colto, compreso ed adottato.

Torneremo a parlarne molto presto, promesso! Per il momento mi premeva chiarire su quali fatti, dati si basi la disaffezione dei giovani verso le fonti tradizionali d’informazione e ribadire, ricordare quali siano i “fundamentals”, i principi ispiratori sui quali fondare strategia ed azioni.

Buon lavoro.

understand_the_principles

Update 08:30: Sul tema della disattenzione/disaffezione dei giovani verso le fonti tradizionali d’informazione, da leggere “BuzzFeed president: ‘We feel strongly that traditional media have given up on young people'” pubblicato ieri sul «The Guardian» che ho visto solo dopo la pubblicazione di questo articolo.

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