Archivi del mese: febbraio 2013

Il Futuro Digitale e l’Italia

Sono stati diffusi da comScore al termine della scorsa settimana due report sul futuro digitale, sulle tendenze in atto negli USA ed in Gran Bretagna.

“2013 UK Digital Future in Focus”, prima di entrare nello specifico dei trend relativi al Regno Unito, offre una panoramica sull’utilizzo di Internet in Europa fornendo il dettaglio di 18 nazioni Italia compresa; anticipazione di “2013 Europe Digital Future in Focus” che verrà rilasciato a marzo.

Gli utenti attivi nel mese in Italia secondo comScore sono 28.7 milioni, un dato che sostanzialmente coincide con quello diffuso a dicembre da Audiweb  e che conferma come ancora oggi in rapporto alla popolazione la penetrazione di Internet nel nostro Paese sia decisamente inferiore rispetto alle altre nazioni, anche a quelle che tendiamo a considerare meno “evolute” quali la Polonia ad esempio.

Contro una media delle nazioni prese in considerazione di 26.9 ore spese mensilmente online mediamente dalle persone, gli italiani ne trascorrono solamente 18.5 [31% in  meno] collocandosi al fondo della graduatoria e dimostrando dunque un livello di coinvolgimento considerevolmente inferiore agli altri Paesi.

Tempo speso online

Rispetto ad una media nella EU5 [Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna] del 57% nella penetrazione degli smartphone, in Italia siamo al 53%. Un dato comunque di scarsa rilevanza rispetto all’utilizzo della Rete in mobilità. Infatti se nel Regno Unito quasi un terzo delle pagine viste  avviene attraverso smartphones e tablets in Italia si scende al 10.2% [6.7 smartphone + 3.5% tablet].

Un’arretratezza complessiva preoccupante che inizia ad interessare il dibattito pre-elettorale soltanto in questi ultimi giorni, e comunque in maniera marginale, nonostante le stime del valore dell’agenda digitale, se effettivamente implementata, parlino di un potenziale di creazione di ricchezza di 70 miliardi di euro complessivamente.

Il rapporto conferma inoltre, anche se i dati in questo caso sono relativi solo alla  Gran Bretagna, quanto era già emerso da numerose altre ricerche relativamente alla complementarietà dei diversi device, con smartphone che vengono utilizzati prevalentemente durante gli orari di trasferimento casa-lavoro ed i tablet a fare la parte del leone alla sera in casa.

Utilizzo Internet per Device

Il rapporto, infine, con i “Tweetable Highlights” a pagina 69, insegna anche che nell’epoca di social media e social network facilitare la condivisione di informazioni è un must.

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La Carta è Morta e il Digitale non si Sente Tanto Bene

Le vendite di copie digitali di mensili e settimanali sono in crescita ma il calo delle versioni cartacee è di dieci volte superiore.

I dati sulle diffusioni dei periodici in  Gran Bretagna mostrano una crescita del 16%, pari a 29mila repliche digitali delle riviste aggiuntive, che portano il totale a 224mila copie nel secondo semestre del 2012. Nello stesso periodo le edizioni tradizionali cartacee hanno avuto un calo del 3,6% pari a 314mila copie in meno vendute. Nel complesso dunque il calo è stato di 285mila copie. Un rapporto di 10 a uno tra calo della carta e crescita del digitale.

Per la stragrande maggioranza dei periodici le repliche digitali pesano meno del 3% del totale delle copie vendute come mostra l’elaborazione realizzata da The Media Briefing dei dati sopra riportati. Anche per riviste di grande prestigio quale, una per tutti, «The Economist» il peso delle versioni digitali non raggiunge il 5% del totale con 30mila copie digitali rispetto alle 640mila della carta [versione USA esclusa].

Periodici Inglesi Carta vs Digitale

Sono cifre che anche nel mercato d’oltreoceano sono estremamente simili come tendenza e rapporto tra calo della carta e crescita del digitale che negli USA pesa l’1,7% del totale delle copie.

Il problema è duplice. Da un lato risulta evidente come attualmente l’acquisto delle versioni digitali dei periodici non compensi minimamente il crollo delle vendite di quella su carta. Dall’altro lato la definizione di copia digitale adottata nelle rilevazioni è castrante poichè si limita strettamente a quelle che sono le repliche digitali, termine utilizzato sin qui non a caso, della versione cartacea frenando pesantemente in questo modo l’innovazione nel settore.

E’ un problema che si presenterà a breve anche in Italia. Da gennaio infatti ADS ha iniziato, finalmente, il calcolo delle copie digitali di quotidiani e riviste nel nostro Paese e da marzo tali dati saranno pubblicamente disponibili.

Se ci sono voluti almeno due anni perché si arrivasse finalmente a una rilevazione sulle copie digitali, le definizioni di ADS sono fortemente restrittive sia per quanto riguarda le caratteristiche che deve avere una copia digitale che ancor più per quanto riguarda i dati sulla readership ed infatti c’è chi si è immediatamente adeguato, al ribasso.

La carta è morta e il digitale non si sente tanto bene.

Do not read me

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Strutturale & Chiaro-Veggente

Nielsen, come certamente molti sapranno, ha diffuso i dati degli investimenti pubblicitari per mezzo del 2012.

Rispetto al 2011 si assiste ad un calo, ad un tracollo, a doppia cifra per tutti i mezzi televisione inclusa. Anche internet, per quanto riguarda Display, Performance e Classified/Directories, frena bruscamente e dai tassi di crescita double digits del primo semestre chiude al +5,3%  il totale anno a causa delle forti flessioni dei mesi di novembre [- 8.3%] e dicembre [- 10.3%].

ADV nielsen-tot2012

Il commento ai dati di Alberto Dal Sasso, advertising information services business director dell’istituto di ricerca e rilevazione, è stato riportato, facendo copia e incolla fondamentalmente [come d’abitudine?], da tutti i principali organi d’informazione ed ovviamente dalle testate specializzate:

In termini reali vale a dire che, al netto dell’inflazione (ISTAT), si torna addirittura a livelli del 1991; questo fa quindi pensare ad un cambio strutturale e non congiunturale nella sua composizione.

Nel commento c’è un termine che è la chiave di comprensione del problema, è la parola strutturale.

Spiega il dizionario che struttura in termini economici identifica “l’insieme dei fattori che determinano le caratteristiche di un sistema economico o di un mercato e ne caratterizzano i rapporti interni”. Aspetto che la derivazione etimologica del termine consente ulteriormente di approfondire poichè spiega che in fisiologia il significato è quello di “disposizione delle parti, dei tessuti e degli elementi organici che entrano nella composizione dei corpi viventi”.

Come sempre non ne faccio una questione semantica. Cambio strutturale significa fondamentalmente che vi è un cambiamento dal quale non si torna più indietro poichè il mutamento non è momentaneo ma, appunto, strutturale.

Scrivevo a giugno 2012, nella conclusione del commento ai dati degli investimenti pubblicitari del primo quadrimestre dell’anno, che: “Il mondo cambia”.

Aspetto che ho avuto modo di approfondire verso la fine di gennaio di quest’anno a commento dei dati delle rilevazioni degli investimenti pubblicitari in Italia suddivisi per mezzo per i primi 11 mesi del 2012 ed il relativo confronto con il pari periodo del 2011, affermando: “Vi sono elementi strutturali di cambiamento nel processo di relazione e comunicazione tra persone e brand, imprese, alle quali gli attuali format di comunicazione pubblicitaria, anche online, non sono in grado di dare una risposta utile. La pubblicità diviene sempre più, nella migliore delle ipotesi, un fastidio da sopportare per poter fruire di contenuti che interessano le persone”.

Credo sia questa l’interpretazione più corretta del commento prodotto da Nielsen ai dati diffusi. Credo altrettanto che per trovare forme e format di comunicazione d’impresa, o pubblicitaria se preferite, sia necessario disintermediare l’intermediazione attuale e creare un rapporto consulenziale, uscendo dalla attuale logica di venditori di spazio e/o di pixel, tra editori ed imprese, investitori pubblicitari, che consenta di sperimentare giochini stupidi che funzionano [et similia].

New Business Model

Sempre a proposito di cambiamenti strutturali e di chiaro-veggenza, di chiarezza di visione, dice l’amico Marco Dal Pozzo che “ci ho preso” anche per quanto riguarda il NYTimes. Tema ben analizzato da Nieman Journalism Lab.

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Quando il Prodotto Editoriale è il Giornalista

Dalle ceneri di «De Pers», free press olandese chiuso circa un anno fa, nasce all’inizio di questa settimana  DNP De Nieuwe Pers, il nuovo Pers, applicazione che offre ai lettori la possibilità di sottoscrivere un abbonamento anche ad un singolo giornalista.

DNP attualmente offre la possibilità di abbonarsi a dodici giornalisti ma ben presto l’offerta potrebbe allargarsi ad un numero superiore di giornalisti ed includere anche alcuni fotografi. Il costo dell’abbonamento è di 1.79€ al mese per singolo giornalista [16.99€ annui] o 4.49€ per il pacchetto completo dei 12 giornalisti [37.99€ annui].

Jan-Jaap Heij, responsabile dell’iniziativa, ha dichiarato: “We see ourselves as a combination of a newspaper, a news app and a publishing platform. People have asked me whether this is the answer to the crisis in journalism and I have said I don’t think it’s *the* answer, but it is one possible answer.”

Redazione

L’idea è sicuramente interessante perchè finalmente esce dalla tradizionale idea, legata alla concezione di prodotto editoriale cartaceo, di offrire al lettore, di costringere le persone ad acquistare un giornale o una rivista “completa” con contenuti che va da sè in parte sicuramente non interessano.

Dall’altro lato però trasforma il giornalista in brand. Se di fatto si tratta di una tendenza già in atto come testimonia il fatto che molti giornalisti, anche in Italia, abbiano individualmente più followers su Twitter e Facebook   che le testate per le quali lavorano, pone una ulteriore minaccia per i newsbrand.

Non è un caso infatti che in diverse testate, una per tutti «The Economist», non compaiano mai le firme, i nomi dei giornalisti che hanno redatto l’articolo poichè “la garanzia”  è data dal marchio della testata.

Quando il prodotto editoriale è il giornalista le pubblicazioni editoriali perdono immagine e  forza, appeal, anche nei confronti degli investitori pubblicitari oltre che del lettore. E’ un aspetto al quale prestare estrema attenzione.

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Suggerimenti per la Gestione della Pagina Facebook per i Quotidiani

Journalism Uk ha pubblicato i consigli di Luke Lewis, a breve editor di BuzzFeed UK, e di Richard Moynihan, social media e community manager del free press Metro per la gestione delle fan page di Facebook da parte delle fonti d’informazione.

Ne esce un elenco di 14 punti, di 14 suggerimenti che vale la pena di riprendere.

  1. Sviluppate il vostro obiettivo – “Con Facebook bisogna avere chiaro quale sia il vostro obiettivo ” dice Lewis. “Ci sono due obiettivi distinti: uno è quello di essere più visibili  per le persone alle quali già “piace” la vostra pagina, l’altro è per essere sicuri di ottenere in maniera organica molte condivisioni su Facebook.” Se state cercando di aumentare la dimensione della comunità di Facebook ed aumentare l’engagement è possibile utilizzare gli aggiornamenti di stato per raccogliere “piace”, commenti e azioni; se invece mirate ad incrementare il traffico al sito web allora bisogna lavorare affinché le persone condividano le tue storie. 
  2. Pubblicate ogni ora o due – Se volete essere la fonte di notizie di cui la gente si nutre per tutto il giorno, idealmente, non farete due aggiornamenti al giorno ma una volta ogni paio d’ore, forse un po’ più frequentemente durante la settimana.
  3. Siate coincisi – Un aggiornamento di stato breve o introduzione è anche più facile da leggere nel feed ticker sul lato destro di un news feed.
  4. Si tratta di una conversazione, non una trasmissione unidirezionale – Solo perché a qualcuno è “piaciuta” la vostra pagina non significa che sia d’accordo ad essere bombardato di messaggi al limite dello spam. Fate domande, conversate.
  5. Fate [sor]ridere la gente – Mettendo un po’ di tono umoristico o qualcosa di irriverente si ottiene sempre una risposta decisamente migliore.
  6. Pubblicate foto e aggiungete testo
  7.  Evitate espedienti – C’è un’ossessione con EdgeRank in questo momento”, dice Lewis, “Ogni editore e ogni marca in tutto il mondo stanno disperatamente cercando di ottenere “mi piace”, ed è un po ‘controproducente ed ha generato in diverse occasioni comportamenti ingannevoli”.
  8. Le storie senza tempo funzionano –  Non solo attualità ma anche argomenti che riguardano le passioni delle persone.
  9. Le persone rispondono positivamente alle notizie che le fanno sentire bene
  10. Con le storie “WTF” si ottiene partecipazione – Le storie che pongono domande in maniera dissacrante, ironica generano un elevato numero di condivisioni e vi portano davanti agli occhi degli amici dei vostri fan
  11. Le liste generano condivisioni –   Gli elenchi puntati di informazioni [come ad esempio i dieci dischi più venduti] generano un numero elevato di condivisioni
  12. Storie con un forte elemento visivo ottengono un elevato numero di condivisioni
  13. Utilizzate “segui” –  Aspetto per i giornalisti più che per le testate
  14. Permettete ai lettori di commentare “loggandosi” con Facebook – Aspetto controverso da valutare in funzione della tipologia della testata, del posizionamento e del relativo pubblico di riferimento. Sicuramente valido per un pubblico giovane

Un buon esempio recente di alcuni dei punti descritti, suggeriti, si trova nella costruzione del titolo della notizia delle dimissioni del Papa da parte del “Il Manifesto nella pagina Facebook del quotidiano in questione [qui, qui, qui, qui e qui].

Buon lavoro.

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Divieti Medievali

Come accennavo qualche giorno fa, sto lavorando, anche, alla produzione di un libercolo. Il libro, in uscita a fine marzo 2013, nasce con l’obiettivo di far conoscere la realtà di una delle reti commerciali al dettaglio di maggior capillarità nel nostro Paese descrivendo la vita di chi ci lavora, raccontando la realtà di tutti i giorni della filiera editoriale tradizionale per fare il punto della situazione su uno degli argomenti più trascurati ed aiutare il lettore a comprenderne le dinamiche.

Ne verrà ripercorsa la storia dalla nascita delle edicole ai giorni nostri, analizzando se e  come si è evoluta la filiera editoriale nel nostro Paese, quali sono state le criticità risolte e quali invece i problemi non affrontati ancora irrisolti, per tentare di immaginare le edicole del futuro ma anche il futuro delle edicole e di riflesso dell’editoria su carta stampata negli anni a venire.

All’interno del libro, a cavallo tra l’istant book ed il longform journalism, ho pensato di raccogliere le testimonianze degli addetti ai lavori del settore che infatti sto contattando in questi giorni. Qui sta il punto.

Grazie ad un’amica invio per mail lo schema d’intervista, una decina di domande, alla segretaria di un’importante dirigente di un distributore nazionale, coloro che si interfacciano e gestiscono la logistica tra editori e distributori locali che poi a loro volta consegnano alle singole rivendite, alle edicole, per chi non lo sapesse.

In meno di due ore ricevo la seguente risposta:

Buongiorno dott. Santoro.

Il dott. XXXX La ringrazia per la proposta e la considerazione dimostrata, ma purtroppo la policy aziendale non gli consente di rilasciare interviste.

Cordiali saluti

L’episodio è la più concreta testimonianza di quanto e come questo settore sia pervaso da logiche medievali che non a caso vivono ancora sulla tradizione amanuense.

Già due anni fa al Festival Internazionale del Giornalismo del 2011, in qualità di moderatore del panel “Chi vende le notizie. Distribuzione dell’informazione: visioni & modelli per la convergenza editoriale” avevo tentato di invitare a fornire un loro contributo al dibattito ed al confronto sul tema rappresentati dei distributori nazionali e locali ottenendo solamente dinieghi o addirittura nessuna risposta.

Ora la storia si ripete. Come si suol dire, se una volta è un caso due fanno un indizio. E’ l’indicazione di una chiusura a riccio frutto di una mentalità medievale testimoniata, anche, dal fatto che nessuna delle due associazioni che riuniscono i distributori abbia un sito web. Nè l’Associazione Distributori Nazionali A.d.n. e neppure la principale, l’A.NA.DIS, l’Associazione Nazionale Distributori Stampa hanno una presenza in Rete.

Per confronto si veda cosa succede oltralpe da parte della Société Professionnelle des Papiers de Presse, l’omologo francese delle due associazioni precitate, che ha un sito web estremamente ricco di informazioni e che mostra quale sia il livello di servizio, l’informatizzazione e le logiche al di là del confine.

E’ anche paradossalmente il segnale, nel caso specifico, di aziende, attive nel mercato dell’informazione, con logiche di controllo dell’informazione bolsceviche.

Divieti medievali sintomo, evidenza di miopia grave, di un’arretratezza culturale che non lascia sperare niente di buono per il futuro dei giornali qualsiasi esso sia.

divieti

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Casi di Successo

Nella mia rubrica per l’European Journalism Observatory grazie ai dati diffusi dalla BDZV [Bundesverband Deutscher Zeitungsverleger e.V], l’Associazione Federale degli Editori di Giornali Tedeschi, si offre una panoramica del mercato dell’informazione tedesco, delle sue peculiarità e dei motivi per i quali i giornali in Germania hanno ancora motivo di sorridere. Se non lo aveste già fatto ieri quando è stato pubblicato, vi invito, se posso, a leggere l’articolo  che credo possa offrire spunti di riflessione interessanti.

Rivendita Giornali

Dall’altra parte dell’oceano, sempre ieri, The Pew Research Center’s Project for Excellence in Journalism ha pubblicato lo studio “Newspapers Turning Ideas Into Dollars: Four Revenue Success Stories”. Musica per le orecchie di questi tempi.

Lo studio è il follow-up di “The Search for a New Business Model”, pubblicato a marzo 2012 ed esamina, attraverso interviste in loco a dirigenti delle diverse testate, come quattro giornali statunitensi, il «The Deseret News», «The Naples Daily News», «The Santa Rosa Press Democrat» e «The Columbia Daily Herald», tutti con tirature modeste, abbiano sconfitto la crisi sviluppando nuovi modelli di business.

Dai risultati emergono alcuni aspetti di assoluto interesse. In particolare gli elementi di rilievo sono :

  • Gestire il digitale e le imprese preesistenti separatamente  – «The Deseret News». Il CEO di Deseret News Publishing Co., Clark Gilbert, ha una teoria dell’evoluzione dei media . Il patrimonio aziendale, la pubblicazione cartacea, è il coccodrillo, la creatura preistorica che si ridurrà, ma può sopravvivere. Il business digitale è il mammifero, la nuova forma di vita progettato per dominare il futuro . E hanno bisogno di essere gestiti separatamente . Così la società ha creato Deseret Digital Media per catturare la crescita futura, ridotto la redazione del Deseret News e riorientato la mission editoriale del giornale.
  • Innovare. Mantenere lo sviluppo di prodotti editoriali di nicchia  «The Columbia Daily Herald» . Negli ultimi anni, il Daily Herald ha lanciato una rivista mensile di successo sulla salute  ed una rivista di lifestyle per uomini e pianifica di introdurre un prodotto immobiliare all’inizio di questo anno, mantenendo molti dei costi in-house, all’interno. Anche se può sembrare un’impresa eccessivamente ambiziosa per una piccola realtà editoriale con risorse modeste, l’editore dice che il lancio della rivista di salute è stato “molto proficuo” ed primi risultati della nuova rivista maschile sono abbastanza positivi.
  • Decentrare il potere decisionale e Riorganizzare la forza vendita  «The Naples Daily News». Dopo  che l’editore e il suo team manageriale hanno rivisto la composizione della forza di vendita e la sua filosofia operativa, la carta ha visto una crescita complessiva delle entrate sia nel 2011 che 2012. Le protezione delle entrate dalla stampa – 44,876 copie medie giornaliere vendute – si è dimostrata essere una parte importante della storia di successo.
  • Creare un’agenzia digitale come area di business autonoma – «The Santa Rosa Press Democrat». La decisione chiave è stata quella di creare Media Lab agenzia digitale come un’entità separata con un personale separato per il suo funzionamento. Nell’ambito di un piano di rinnovamento e rilancio aziendale, il quotidiano ha sviluppato il Media Lab, agenzia digitale che offre una gamma completa di servizi di marketing online per i commercianti. Nel suo primo anno l’agenzia ha rappresentato circa il 25% delle entrate dell’area digitale del giornale e si prevede di aumentare i ricavi di circa il 60% nel 2013.
  • Ricostruisci la tua filosofia editoriale intorno a quello che sai fare meglio   Deseret News. Il giornale, che è di proprietà della chiesa mormone, ha preso la decisione cruciale per spostare la sua missione editoriale di interesse generale per la copertura di aree tematiche come la fede e la famiglia. Ovviamente non è sicuramente un’area nella quale molti giornali sarebbero o potrebbero concentrarsi, ma Gilbert, il professore della  Harvard Business che ha operato come consulente, ritiene che le risorse in diminuzione all’interno della redazione debbano essere assegnate ai punti di forza editoriali dove la testata è in grado di offrire un valore aggiunto. “Bisogna differenziarsi”, dice, continuando “Investire in ciò in cui si può essere i migliori al mondo … La mancanza di effettuare una scelta significa scegliere di essere mediocri”.
  • Non rinunciare alla carta stampata – Daily News. A Naples, dove il franchising per la stampa è relativamente sano, l’editore rilancia dicendo: “stiamo reinventando la stampa” e immagina un futuro in cui il prodotto stampato può essere personalizzato per il singolo consumatore. Per molti quotidiani, con i ricavi dalla carta stampata al tracollo, può sembrare un eccesso di ottimismo. Ma la lezione di Naples è che nelle comunità in cui le condizioni sono favorevoli, o è possibile crearle senza grandi investimenti, una scommessa sulla stampa può ancora pagare.

Si tratta di quattro casistiche molto diverse tra loro dalle quali, al di là delle specificità, emerge, si conferma, come non esista LA soluzione ma sia possibile trovare UNA soluzione specifica per ciascuna realtà.

Come sempre vi invito a leggere i risultati integralmente e ad approfondire le quattro case history nel dettaglio. Se non aveste tempo, o voglia, di farlo, l’infografica sottostante integra la mia sintesi.

Newspapers casestudies-Infographic

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Sovvertire l’Ordine [dei Giornalisti]

In occasione dei 50 anni della legge istitutiva dell’ Ordine dei Giornalisti la scorsa settimana sono stati presentati i risultati della la ricerca “I giornalisti italiani, l’etica professionale e l’informazione on line” [via].

L’indagine è stata realizzata tra il 7 e il 19 gennaio 2013 tramite 1.681 interviste on line somministrate a un campione di giornalisti italiani: per il 57,9% professionisti, per il 35,3% pubblicisti, per il 6,8% praticanti o altro.

Lo studio si divide in due parti: la prima riguardante l’etica e la deontologia professionali, la seconda focalizzata sull’informazione via Internet e sulle sue conseguenze sul mondo dei media e della professione. Sul sito dell’ODG sono liberamente scaricabili sia la sintesi dei risultati che gli oltre 130 grafici di dettaglio, come sempre, se riuscite a ritagliarvi mezz’ora di tempo consiglio di leggere i secondi che consentono di approfondire.

Per quanto riguarda l’etica e la deontologia professionale dei giornalisti dei sedici comportamenti analizzati nessuno è presente in misura rilevante secondo la maggioranza dei giornalisti: anzi, in 15 casi su 16 non si raggiunge il 29% e in 11 casi addirittura il 19%. Dunque, a parere di gran parte della categoria in Italia il lavoro giornalistico non è messo in grado di rispettare adeguati standard etico-deontologici. Lo conferma la valutazione dell’etica relativamente ai diversi media – espressa tramite voto da 1/minimo a 10/massimo – secondo la quale solo la radio ottiene un voto medio di sufficienza [6.2] mentre i periodici specializzati arrivano a 5.7, i quotidiani a 5.4, Internet a 5.3, i periodici non specializzati a 5.1, la televisione pubblica a 4.8, la televisione privata a 4.1.

Colpisce la differenza, in molti casi davvero significativa, tra le persone, i lettori, ed i giornalisti relativamente a quali siano le azioni necessarie per accrescere l’etica. Come mostra la tavola di sintesi sottostante l’opinione di cosa sia necessario fare è davvero molto diversa. Un possibile indicatore della attuale distanza tra pubblico, tra “clienti” [i lettori] ed “i fornitori” [i giornalisti].

Miglioramenti Etica Giornalismo

Una distanza che si aggrava pesantemente per quanto riguarda l’importanza delle diverse caratteristiche dell’informazione, delle notizie. Da parte dei giornalisti viene attribuita una forte rilevanza alla comodità di fruizione delle notizie, con il 76,2% dei rispondenti che ritiene molto o abbastanza importante che le notizie siano facili da trovare, veloci da trovare e comode da leggere e, per contrasto, nel 51,8%   dei casi ritiene che sia poco o per niente importante che siano vere, verificate, serie ed affidabili, aspetto quest’ultimo che, giustamente, è invece rilevante per il 75,7% della popolazione.

Anche su livello di approfondimento delle notizie, sulla loro affidabilità e, significativamente, sul rispetto della dignità delle persone la divergenza di opinioni non è trascurabile come illustra una delle due tabelle di sintesi dei risultati sul tema riportata qui sotto. La tavola sinottica degli indici – slide 55 – mostra come solo per il 12,3% dei giornalisti sia molto importante l’utilità dell’informazione fornita; percentuale che scende al 10,8% per quanto riguarda l’approfondimento. Sono tutti aspetti pericolosamente preoccupanti, credo davvero, sulla deriva dei professionisti dell’informazione.

Importanza caratteristiche notizie

Sono aspetti che vengono confermati nell’analisi del profilo d’immagine dei diversi media. In particolare per quanto riguarda Internet e l’informazione online, giudicata molto o abbastanza in crescita dal 95% dei rispondenti, emerge forte concentrazione sul contenitore e sul modo di porgere e scarsa importanza del contenuto. Non sorprende che dunque, di riflesso, solo il 37,1% del campione ritenga che nei prossimi cinque anni sempre più italiani saranno disposti a pagare per avere su Internet notizie e commenti di qualità o comunque da da loro desiderati – vd slide 122 -.

Distanza che è confermata dal profilo ideale dei diversi media che era emerso dall’indagine “Ping pong tra carta e rete”, realizzata sempre da Astra Ricerche, a metà ottobre 2012.

E’ davvero necessario sovvertire, urgentemente, l’ordine [dei giornalisti].

Profilo d'Immagine Internet

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Tanto Rumore per Nulla

Come certamente molti ricordano la settimana scorsa è stato siglato l’accordo tra Google e l’Association de la presse d’information politique et générale, associazione della stampa francese nata nel maggio del 2012 proprio per rinforzare la capacità negoziale nei confronti del colosso di Mountain View.

L’accordo prevede la creazione di un fondo destinato a sostenere lo sviluppo dell’informazione online per un importo nei prossimi 3-5 anni di 60 milioni di euro e segue quello raggiunto a metà dicembre in Belgio del quale non sono però stati resi noti i termini economici rimandando ad una generica collaborazione tra i giornali in lingua francese e Google.

Ora Francisco Pinto Balsemao, Presidente dell’EPC [European Publishers Council], secondo quanto riportato da Reuters,  dice che l’offerta di Google deve essere estesa in tutta Europa. Necessità che tra gli altri anche il Presidente della FIEG, Giulio Anselmi, ha ribadito recentemente.

The Media Briefing, in un articolo sulla questione, parla giustamente di vittoria di Pirro mostrando quale sia l’incidenza dei 60 milioni di euro rispetto al fatturato del settore in Francia ma anche solo rispetto a quello del Figaro Group.

Come spiega Louis Dreyfus, CEO di «Le Monde»: “…questo accordo non cambia il modello economico della stampa e coloro che si basano sugli aiuti, siano essi il fondo di Google o i fondi statali, per tirare avanti sbagliano. I media possono contare solamente su se stessi e sulla capacità di rinnovare la propria offerta per uscire dalla crisi”.

Tanto rumore per nulla.

Google Contributi Francesi

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La Popolarità Mediatica dei Candidati alla Presidenza del Consiglio

Si dice spesso che i media tradizionali siano autoreferenziali, egocentrici. La dinamica pare essere molto simile anche per quanto riguarda la Rete dove è forte la concentrazione relativamente a quanto avviene al suo interno.

E’ così anche nel caso delle elezioni prossime venture con un attento monitoraggio a quanto avviene su Internet ed in particolare all’interno delle due reti sociali più note: Facebook e Twitter.

Nell’ultimo mese sono nate diverse iniziative in tal senso sia da parte di quotidiani online quali «La Stampa», che nel suo speciale elezioni ha creato uno spazio definito le voci della politica al cui interno sono mostrati le attività di politici e partiti per i due precitati social network, e diverse proposte indipendenti quali TwitAntonio, Italia2013 e PolisMeter che non monitora solo i social ma anche la Rete più in generale.

In una Paese quale l’Italia con la più bassa penetrazione di Internet sarebbe però interessante anche sapere e capire quale popolarità, quanto spazio viene dato a partiti e politici negli altri media.

Se i dati del Centro d’Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva segnalati ieri forniscono uno spaccato della share of voice all’interno dei telegiornali nazionali dei diversi partiti arriva ora, finalmente, un monitoraggio anche degli altri media.

“La popolarità corre sui media” è un’iniziativa realizzata da tre società associate tra loro che si occupano di monitoraggio e fornitura della rassegna di stampa, web e video, che, avendo sostanzialmente i dati in casa, 1000 fonti giornalistiche quotidiane più importanti del Paese, tra quotidiani nazionali e locali, settimanali e periodici, siti web, agenzie di informazione, blog e fonti istituzionali, per rilevare quante volte i candidati alle elezioni politiche 2013 vengono citati.

Nello spazio dedicato alla pregevole iniziativa un’infografica interattiva riassume le citazioni dei sei principali candidati alla Presidenza del Consiglio. Le percentuali si riferiscono alla quota di citazioni ottenute da ciascun candidato sul totale delle citazioni rilevate. Tutto si riferisce alla totalità delle 1000 fonti. Il filtro consente di approfondire la lettura per: argomenti , fonti e testate.

Popolarità Politici

In argomenti viene rilevata la compresenza nell’articolo del nome del candidato e della parola-chiave argomento; per fonti si evidenziano i risultati di gruppi omogenei di testate, come ad esempio le sole fonti web o i quotidiani locali, infine con il filtro testate si confrontano le citazioni dei candidati sulle testate che nel giorno hanno presentato in assoluto il maggior numero di citazioni.

Anche se i dominatori assoluti in termini di citazioni sono Monti e Berlusconi è interessante verificare come, ad esempio, «Il Corriere della Sera» dedichi al Presidente del Consiglio uscente più del doppio di quelle di Berlusconi e oltre il triplo di quelle per Bersani, o come «la Repubblica» dedichi al Cavaliere il doppio delle citazioni rispetto a Bersani che invece domina su «Libero» anche se certamente non si tratta di menzioni positive in questo caso.

Osservando l’andamento delle intenzioni di voto dei diversi sondaggi elettorali pare che il più penalizzato dalla relativamente scarsa esposizione mediatica sia proprio Bersani la cui coalizione perde terreno mentre se ne avvantaggia in maniera significativa quella guidata da Berlusconi ed anche quella che fa riferimento a Monti seppure in maniera non proporzionale alla grande esposizione di cui gode.

La conferma, se necessario, che per una buona comunicazione elettorale non è solo la quantità a fare la differenza.

Intenzioni di Voto

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