Archivi del mese: dicembre 2012

Online Storytelling e Long Form Journalism

Molto spesso si afferma che la lettura online è veloce e che dunque gli articoli devono necessariamente essere brevi. Affermazione che probabilmente nasce da una confusione che non è solo di linguaggio tra veloce e distratta, tra disinteressata [nel senso di non interessata, non interessante] e coinvolta.

«The New York Times» [di]mostra invece cosa è possibile fare per rendere più coinvolgente l’esperienza di lettura online.

E’ online da ieri “Snow Fall”, storia di una terribile valanga sulle Cascade Mountains vicino a Washington che a tutta pagina, con un layout essenziale e pulito graficamente, fonde testo, immagini, video, mappe interattive ed altri elementi grafici che si rinnovano mentre si procede nella lettura rendendola un’esperienza davvero coinvolgente e consentendo alle persone di approfondire, se desiderato, rispetto a quanto riportato nel testo.

Approccio replicato concettualmente, seppure con una minor pulizia grafica, nell’articolo, gran pezzo di giornalismo investigativo, su come Wall Mart abbia effettuato pratiche scorrette e corrotto per entrare con i propri punti vendita in Messico.

Articoli  che in entrambi i casi vanno ben oltre le 10mila battute la cui realizzazione, sia sotto il profilo di utilizzo delle tecnologie disponibile che per quanto riguarda la filosofia, l’approccio concettuale, vengono spiegate da Steve Duenes, Graphics Director, e Andrew Kueneman, Digital Design, che hanno lavorato ad entrambi i progetti, in una loro intervista concessa al «The Atlantic».

Snow Fall

Modalità che starebbe per approdare anche in Italia secondo quanto riporta «Italia Oggi» che racconta dell’uscita ormai prossima di Marco Alfieri, firma economia di «La Stampa» dal quotidiano piemontese che lo porterebbe a «Linkiesta» a guidare, appunto, una nuova iniziativa, che dovrebbe chiamarsi “Linkbook”, che a regime dovrebbe editare tra le 3 e le 4 inchieste settimanali con approfondimenti su temi diversi ciascuno della lunghezza di 20 – 30mila battute al cui interno saranno presenti contributi video e un percorso interattivo di informazione.

L’immagine sottostante mostra la differenza tra un articolo “normale” e quanto realizzato dal NYTimes con “Snow Fall”

Il problema non è che le persone sono distratte, il problema è che evidentemente la maggioranza dei giornali non è in grado di interessarle, di coinvolgerle.

nyt-articles-comparison

Al momento della redazione di questo articolo, se voleste approfondire ulteriormente, ne scrivono anche The Economist, Poynter, FishbowlNY e Gawker

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RCS MediaGroup: Il Piano di Sviluppo 2013 – 2015

Ieri, al termine della prevista riunione del Cda, RCS MediaGroup ha diffuso i contenuti principali del proprio piano di sviluppo per il prossimo triennio.

Sia per capire quali siano i differenziali competitivi proposti per i tre anni a venire che per comprendere rispetto agli obiettivi originariamente dichiarati quale fosse lo stato di avanzamento, ho rivisto quali erano all’epoca i piani di sviluppo proposti nel piano strategico 2011 – 2013 diffuso all’inizio dell’anno scorso.

Due sono i principali elementi di differenziazione: contenimento delle attese di ricavi che nel piano triennale precedente erano di 2.453 milioni di euro, mentre oggi si parla di ricavi stabili a circa 1.600 milioni di Euro nel 2015, e la dismissione di attività “non core”, che precedentemente non era considerata e che tante tensioni sta creando nell’ambito di RCS Periodici che dovrebbe essere la più colpita dalla razionalizzazione prevista.

RCS Struttura Gruppo

Nel comunicato stampa, diffuso nel primo pomeriggio di ieri, sui contenuti del piano 2013 – 2015 si parla di “visione strategica chiara e improntata alla discontinuità”. Discontinuità che si fonda su una forte accelerazione verso la multimedialità e l’internazionalizzazione basata sui seguenti elementi chiave e obiettivi economici:

– Focus sull’innovazione editoriale e sul rafforzamento qualitativo dei power brand, anche grazie a contenuti editoriali di qualità creati nativamente digitali.
– Sviluppo ed ampliamento digitale dell’offerta per potenziare l’esperienza editoriale del lettore.
– Focalizzazione del portafoglio verso le aree di business in cui RCS può esprimere una solida leadership.
– Forte presidio della marginalità con focus sul recupero di efficienza anche attraverso significative riduzioni di costi.
– Dismissioni di attivi “non core” [come già segnalato]

La spinta sul digitale, di cui ha parlato recentemente anche Federico Vittadello  mobile, tablet, and e-commerce managing director di RCS Mediagroup, dovrebbe portare a fine 2015 al 25% il peso di quest’area sul totale dall’attuale 14%, per un valore pari quindi a 400 milioni di euro. Si segnala che due anni fa le attese erano di un peso del 20% a fine 2013 con ricavi per 536 milioni di euro a fine 2013 nel settore dell’editoria digitale. Lascio a chi legge, ed all’apposito spazio nei commenti, ogni possibile considerazione al riguardo, ma ovviamente non a caso viene detto che “tali linee di sviluppo non possono prescindere dal costante presidio del mezzo cartaceo”.

rcs-piano

Per quanto riguarda l’area dei quotidiani italiani, tra le varie azioni che il piano si propone di implementare, viene specificatamente citato il lancio di social community, una proposta di valore che è stata richiamata a più riprese, anche recentemente, in questi spazi.

Forte enfasi ed obiettivi ambiziosi per quanto riguarda la raccolta pubblicitaria in ambito digitale che il piano si attende realizzi performance superiori alle previsioni di andamento del mercato e il contributo del digitale in ambito diffusionale è previsto in forte crescita, arrivando in Italia al 36% e in Spagna al 23%.

Le stime sono di investimenti totali per circa 300 milioni di euro supporto delle strategie previste nel piano anche se si rimanda alla presentazione dei risultati del 2012 per il dettaglio delle informazioni relative alla struttura finanziaria necessaria a supporto del piano stesso.

I contenuti resi disponibili sono di carattere troppo generale per poter entrare specificatamente nel merito del valore di quanto RCS MediaGroup si propone, anche se il percorso intrapreso ieri è certamente un segnale in tal senso.

Quel che appare certo è che se il 75% dei ricavi attesi dovrebbe derivare dal cartaceo, generando immagino sconforto in quanti proclamano un giorno si e l’altro pure l’imminente fine dei giornali, preoccupa che non vi sia accenno a quali azioni e mezzi saranno implementati per il raggiungimento di quanto continua a rappresentare il core, per usare un termine utilizzato nel comunicato stampa, del business. Sarebbe spiacevole vedere buttar via il bambino con l’acqua sporca ancora una volta.

RCS MediaGroup Brands

Sul tema da leggere l’articolo pubblicato da “Il Futuro dei Periodici”, blog che chi si interessa di editoria consiglio di mettere tra i preferiti e che personalmente ho inserito nel blogroll per non dimenticarmi di andare a leggerlo quotidianamente.

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Multimediale & Crossmediale

Il 13 dicembre scorso l’Osservatorio Multicanalità 2012, condotto da Nielsen, Connexia e la School of Management del Politecnico di Milano, ha presentato i risultati della sesta edizione della ricerca annuale sul consumo multicanale in Italia, sulle politiche distributive multicanale e le strategie di comunicazione integrata fondendo i diversi canali di vendita in un’esperienza di interazione più ampia.

Osservatorio Multicanalità Multitasking

Sintesi e commento dei risultati della ricerca, e delle presentazioni effettuate dai relatori durante il convegno “Dai mass media alla multicanalità di massa?”, nella mia rubrica settimanale per  l’European Journalism Observatory.

Buona lettura.

Se non aveste chiara la differenza tra multimediale, crossmediale e multicanale, può essere d’aiuto il glossario approntato da Roberto Favini. Infine, se posso, consiglio caldamente di prendersi mezz’ora di tempo per ascoltare, nel video soprariportato, l’intervento al convegno di Giuliano Noci, garantisco che ne vale la pena.

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La Massa Intelligente Italiana

Ofcom, l’equivalente britannico della nostrana AGCOM, ha pubblicato la scorsa settimana i risultati della settima indagine comparativa sul settore delle comunicazioni a livello internazionale.

Il rapporto conclusivo fornisce i dati di 16 nazioni, Italia inclusa, oltre alla Gran Bretagna e si basa su dati in possesso di Ofcom, desk research, ricerche ad hoc e di parti terze, quale ad esempio PricewaterhouseCoopers, e da colloqui con opinion leaders del settore.

Nella lettura dei risultati è necessario tenere conto che le aree del rapporto che si basano su ricerche condotte ad hoc da Ofcom sono state ottenute attraverso un campione di 9,152 persone in nove nazioni: UK, Germania, Francia, Italia, Spagna, USA, Giapppone, Cina e Australia e che, soprattutto, essendo state condotte online l’universo di Internet è certamente sopra rappresentato rispetto alla realtà generale.

La relazione, liberamente scaricabile, si compone di ben 343 pagine e si articola in sei capitoli trasversali a tutto il mondo delle comunicazioni e dei media, dalla TV a Internet passando per un analisi comparativa dei prezzi pagati nelle diverse nazioni dalle persone per un paniere di servizi nell’ambito delle comunicazioni.  Per l’ennesima volta non posso che invitare a prendersi il tempo per leggere integralmente il rapporto che non può essere esaurito nella mia sintesi.

La prima evidenza, conferma di quanto emergeva già nelle precedenti edizioni, è che in tutte le nazioni analizzate la parte più importante della torta, la parte più importante dei ricavi è per le telecoms, per le società di telecomunicazioni. 

La spesa pubblicitaria nel suo complesso vede Internet al terzo posto dopo televisione e carta stampata.L’Italia dopo gli USA è la nazione con il maggior tempo passato davanti allo schermo televisivo [253 minuti] e al tempo stesso quella con la minor penetrazione della banda larga dopo l’India.

Ofcom ADV per Media

Forte invece la penetrazione delle connessioni ad internet in mobilità che in Italia è superiore a quella di molti altri Paesi, probabilmente a causa dei milioni di internet key in circolazione. Tra le più elevate sulle 8 nazioni considerate la penetrazione di smartphones e tablet nel nostro Paese; aspetto che verrà approfondito di seguito.

La comunicazione de visu resta la forma ampiamente preferita per relazionarsi con amici e familiari seguita da chiamate voce da fisso e/o mobile; i social network, nonostante ampissimo utilizzo e diffusione sono al fondo delle preferenze in quest’ambito stabilendo così la netta differenza tra amici e contatti. La posta elettronica resta invece il mezzo preferito per comunicare in ambito lavorativo, negli affari.

Il rapporto dedica una parte specifica al consumo di informazione, di notizie a livello internazionale riprendendo i dati del Reuters Institute Digital News report, pubblicati a luglio 2012 e integrandoli con dati emergenti da ricerche ad hoc commisionate da Ofcom che, è bene ricordarlo, sottolinearlo ulteriormente, si riferiscono agli internauti e dunque NON sono rappresentativi dell’universo in particolare per quanto riguarda l’Italia dove la penetrazione di Internet è nettamente inferiore alle altre nazioni prese in considerazione.

In Italia le persone che utilizzano internet, 14,8 milioni di utenti attivi nel giorno medio secondo i dati ad ottobre 2012 di Audiweb, lo preferiscono a qualunque altro media per informarsi sia che si tratti di notizie nazionali o locali ed ancor più nel caso di quelle internazionali.

Il rapporto non indica ahimè quali siano le fonti d’informazione a cui attingono gli italiani in Rete anche se visti i dati di portali e social network non sarebbe sorprendente scoprire che i quotidiani online hanno un ruolo circoscritto.

Quel che è certo è che si assiste, ancora una volta, ad un Paese a due velocità dove il tempo speso per vedere la televisione è quasi il più elevato del pianeta e al tempo stesso un gruppo sufficientemente allargato della popolazione ha deputato il Web ad essere la propria prima fonte, il primo canale privilegiato per ottenere notizie. Potrebbe essere la massa intelligente di cui da tempo parla The Economist, un gruppo di persone, la massa intelligente appunto, sufficientemente ampio ed altrettanto evoluto che può rappresentare il nucleo centrale di riferimento per contenuti di valore non massificati.

Ofcom Piattaforme Utilizzate per NotizieOfcom Piatteforme Utilizzate per Notizie InternazionaliOfcom Piatteforme Utilizzate per Notizie Locali

La parte di “The Communications Market Report” dedicata ad Internet ed al web-based content consente di approfondire.

Tra i dieci siti più visitati in Italia non compare alcun sito d’informazione ad eccezione dei due portali nazionali, Virgilio e Libero, che hanno anche una parte dedicata alle notizie. Nelle prime tre posizioni Google, Facebook e YouTube. Negli USA ed anche in Spagna invece emerge la presenza rispettivamente di AOL Media Network [che include la versione statunitense dell’HuffPost] ed ElMundo.es [di proprietà dell’italiana RCS].

L’Italia è l’ultima nazione tra i 16 considerati per quota di investimenti pubblicitari in valori assoluti su internet rispetto al totale e fanalino di coda per quanto riguarda la quota di investimenti in advertising online pro capite, per persona nonostante tassi d’incremento a due cifre negli ultimi 5 anni. Investimenti che si ripartiscono per il 42% sulla search, 35% display, 21% classified e 2% video. Gli investimenti in mobile advertising nel nostro Paese sfiorano la risibile cifra di 30 milioni di euro pari a 0,62€ a procapite.

Ofcom Quota ADV Online su totale

Gli smartphones, di cui siamo grandi possessori ma non utilizzatori pare, sono utilizzati nel 6% dei casi per collegarsi ad Internet [50% laptop & 40% desktop] ed il traffico derivante da mobile pesa in Italia il 5,6% del totale.

Il tempo speso su Internet è di 208 minuti alla settimana, incluse le applicazioni, secondo i dati Nielsen ad agosto 2012 riportati nel rapporto. Ancora una volta il più basso tra le 8 nazioni considerate.

Ennesime evidenze di come basarsi sulle proprie esperienze personali possa essere molto spesso fuorviante.

Facebook è il termine più ricercato su Internet in tutti i Paesi analizzati ad esclusione di Russia, Cina e Giappone, Italia inclusa ovviamente. Facebook che ha una reach del 71% in Italia con Twitter e GooglePlus a pari merito all’8%. Il termine che ha ottenuto il maggior incremento nelle ricerche tra agosto 2011 e agosto 2012 nel nostro Paese è [sigh!] Belen.

Il valore del B2C e-commerce in Italia è il più basso di tutti i Paesi occidentali con 141,50 € di spesa pro capite. Nel nostro Paese solo il 6% degli internauti paga regolarmente per dei contenuti online, qualunque esso sia, mentre il 55% non paga mai ed il 31% paga raramente/qualche volta.

Se per gli internauti italiani Internet è la fonte primaria di consultazione delle notizie non è attraverso gli smartphones che questo avviene con solo il 10% di chi ne possiede uno ad accedere quotidianamente ad un sito o ad utilizzare un’applicazione dedicata. Una frequenza talmente ridotta da stroncare qualunque velleità su un significativo recupero contributivo delle testate da questa piattaforma/device.

Ofcom Frequenza accesso siti web app informazione

Ho volutamente focalizzato l’attenzione su alcuni capitoli del rapporto, che torno ad invitarvi a leggere per intero se il vostro interesse sul tema è tale di avervi fatto leggere sin qui, e sulla nostra realtà nazionale che credo sia d’interesse primario. Per una visione più internazionale suggerisco la lettura di Paid Content sul tema che cita anche una ricerca che amplia la visione sulla realtà statunitense, che però appare molto distante da quella italiana come mostra anche la sintesi del capitolo del rapporto su Internet e i Web-based Content realizzata da Marco Dal Pozzo.

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L’utilizzo di Twitter in Italia nel 2012

Vincenzo Cosenza pubblica i dati della unique audience di ottobre rilevati da Audiweb-Nielsen relativamente ai diversi social media in Italia avvertendo giustamente che le statistiche non considerano gli accessi da dispositivo mobile, scelta che invece è sempre più privilegiata dagli utenti.

A colmare la lacuna ci pensa una ricerca effettuata nel mese di Ottobre da Human Highway su un campione di 4.485 individui, formato da uomini e donne di almeno 15 anni di età residenti su tutto il territorio nazionale, rappresentativi della popolazione italiana che si connette alla Rete con regolarità almeno una volta alla settimana.

Se secondo Audiweb-Nielsen Twitter avrebbe 3,3 milioni di utenti il numero sale a 4,7 milioni di persone che utilizzerebbero settimanalmente la piattaforma di microblogging da 140 caratteri secondo la società di ricerche che invece considera anche chi vi accede da dispositivo mobile [tablet e smartphones]. Emerge però che ad utilizzarlo quotidianamente sarebbero soltanto 1,2 milioni di persone risolvendo così una parte dei dubbi dell’amico Gianluca Diegoli.

Twitter in Italia HH

La ricerca identifica anche come tra gli utilizzatori di Twitter nel nostro Paese il tipo di device utilizzato influenza la tipologia di contenuti di cui le persone fruiscono. Un’influenza che nella mia decodifica è legata al fatto che con ogni probabilità vi sia una forte sovrapposizione tra “heavy users”, tra coloro che utilizzano Twitter con intensità, ed il possesso di smartphones e/o tablets.

Sempre in termini di utilizzo lo studio identifica 4 cluster di utenti che fanno un uso ben diverso tra loro della piattaforma dell’uccellino azzurro.

Un primo gruppo, che rappresenta il 30% di chi lo utilizza settimanalmente, segue poche persone ed è altrettanto seguito da pochi facendone un utilizzo “distratto”, più di svago che di interazione e informazione. Un gruppo di “fedeli” [26% del totale] per i quali connettersi a Twitter è un rituale. Un terzo gruppo di “dormienti”, persone che hanno un bassisimo coinvolgimento nell’uso e che sono prevalentemente passivi, non twittano o l’hanno usato per qualche tempo e ora lo hanno dimenticato. Ed infine un gruppo molto ristretto [2,5% del totale] che nel rapporto viene definito di “Twitter Stars” che usa Twitter in continuazione, in tutte le situazioni della giornata, per i quali Twitter è un gateway verso il mondo.

I risultati della ricerca come “sottoprodotto” aiutano a comprendere la differenza tra la reach ed il coinvolgimento per quanti utilizzano Twitter come mezzo per la comunicazione d’impresa.

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Social Reader

Quando a Settembre 2011 la maggioranza dei quotidiani progressivamente produsse la propria versione dei social reader, la propria applicazione per la lettura delle notizie di ciascun quotidiano su Facebook, scrissi a chiare lettere che era un errore sia tattico che strategico. Diverse le motivazioni.

Come dicevo allora, non è solo l’idea che la ricerca di socialità della notizia e di nuovi spazi di espressione giornalistica, in cui sia possibile affermare ciò che si deve dire, non possa, non debba essere messa a rischio da regole e desideri arbitrari ai quali si è sottomessi in casa d’altri, in casa di Zuck, ma sono anche altri gli aspetti che mi fanno ritenere non idonee questo tipo di iniziative.

In primis ritengo che in questo modo si vada a replicare l’idea in salsa social dei portali di notizie, non vi è dunque innovazione ma solo camouflage.

Si tenta, in realtà, di costruire l’ennesimo walled garden rinchiudendosi all’interno del social network in questione che vive, e vivrà sempre più, di luce propria. E’ un errore sia tattico che strategico.

La socialità della notizia non è fatta, o quanto meno non è solo, di “like”. Se l’obiettivo fosse un effettivo processo di condivisione di conversazione con le persone senza bisogno di nuove applicazioni sarebbe sufficiente, banalmente, iniziare a rispondere finalmente ai commenti degli utenti all’interno delle pagine già esistenti su Facebook, cosa che a tutt’oggi rappresenta una rarità.

audience

A maggio di quest’anno quello che Frédéric Filloux sapientemente aveva definito “sharing mirage” aveva iniziato a mostrare segni di cedimento con il crollo dei social readers delle principali testate vuoi per l’ introduzione dei “trending articles” da parte di Facebook che forse ancor più in conseguenza dell’invasività delle applicazioni stesse.

Adesso sia il «The Guardian» che «The Washington Post», seppure con modalità distinte, contemporaneamente hanno deciso di eliminare le applicazioni, di chiudere quest’esperienza come dice Luca De Biase.

Se la scelta del «The Washington Post» nella sostanza cambia poco concentrandosi fondamentalmente in un miglioramento fuzionale per ridurre l’invasività dell’applicazione attraverso un nuovo social reader che consente alle persone di avere, finalmente, un maggior controllo della propria privacy, di tutt’altra portata è invece la decisione del «The Guardian».

Il quotidiano britannico infatti recupera sostanzialmente il controllo dei propri contenuti e, come spiega chiaramente nell’articolo in cui annunciava la propria decisione, riporta i lettori al proprio sito web rendendolo nuovamente centrale.

Una scelta che, seppure continuerà ad apportare benefici economici a Facebook, è di rispetto nei confronti dei lettori, delle persone, che finalmente potranno consapevolmente decidere quello che vogliono condividere e cosa invece no, e che, soprattutto, sposta il tempo speso online all’interno del sito web della testata invece che, come avviene in maniera crescente, all’interno dei diversi social network a cominciare da Facebook ovviamente che ormai è un ecosistema a parte, a se stante, consentendo di riflesso di monetizzare tale presenza.

Decisione coerente che perfettamente si integra con quella di creare delle community d’interesse nel proprio sito o comunque proprietarie che dimostra concretamente la sottile ma fondamentale differenza tra essere online ed essere parte della Rete e che chiarisce cosa sia la distinzione tra una visione strategica ed il procedere per tentativi.

«The Guardian», da un lato, prosegue con coerenza straordinaria, senza esitazioni, il proprio percorso di apertura e trasparenza nei confronti dei lettori  e, dall’altro lato, riporta all’edizione online, al sito web del quotidiano la centralità di “luogo” che favorisce il contatto e la relazione  con e tra le persone sulla base dei loro distinti interessi, dimostrandosi “SociAbile” e non predatorio come invece insistono ad essere la stragrande maggiornaza delle testate.

Come scriveva Sun-Tzu nel suo celeberrrimo “Arte della Guerra” la strategia senza tattica è la strada più lenta per la vittoria, la tattica senza strategia è rumore prima della sconfitta.

Social Business Gap VoidDella scelta del «The Guardian» scrivono anche gli amici Gigi Cogo e Marco Dal Pozzo.

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Canta che ti Passa?

Se solo una settimana era stata l’intera redazione del «Financial Times Deutschland» a salutare nel giorno della chiusura del quotidiano con irriverenti riverenze e una prima pagina il cui colore dominante era il simbolo di un futuro nero, è ora quella del «The Daily», il quotidiano per tablet lanciato in pompa magna da Murdoch che con oggi cessa le pubblicazioni, a dire addio ai propri lettori.

La nota diffusa dai vertici aziendali non chiarisce quante delle 120 persone che lavoravano al progetto perderanno il posto di lavoro e quanti saranno invece riassorbiti al «New York Post», sempre di News Corporation e collocato nel medesimo edificio, e i dipendenti allora diffondono su YouTube “Karaoke the News: So Long, Farewell” in cui cantano il loro addio, il loro speranzoso arrivederci:

We’re done and gone  – Siamo finiti e spacciati
We gave it a good try – Abbiamo dato una buona prova

So long, farewell – Addio, arrivederci
We’re trying not to cry – Stiamo cercando di non piangere
[I need to leave, There’s something in my eye] – [Ho bisogno di andar via, C’è qualcosa nel mio occhio]

So long, farewell – Addio, arrivederci
It was one crazy ride – E’ stata una folle giostra

So long, farewell, we need to dull the pain – Addio, arrivederci, dobbiamo intorpidire il dolore
I know a way, let’s drink some cheap Champagne – Conosco un modo, andiamo a bere un po’ di Champagne a buon mercato

Anche se cercano di scherzarci sopra traspare l’amarezza ed è chiaro che in quest’occasione cantare non basterà. Speriamo serva almeno da lezione.

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I Primi Dieci Quotidiani Online al Mondo

comScore ha diffuso ieri i dati degli utenti unici dei siti dei quotidiani nel Mondo. Seppure i dati siano parziali poichè prendono in considerazione esclusivamente le versioni online di giornali che hanno un omologo cartaceo escludendo le testate alla digital come testimonia, uno per tutti, l’assenza dell’ Huffington Post, restano comunque d’interesse.

Secondo le rilevazioni di comScore nel mese di ottobre di quest’anno 644 milioni di persone, pari al 42,6% del totale degli internauti, hanno visitato almeno una volta l’edizione online di un quotidiano. Di questi ben 338,7 milioni di visitatori [51%] nel mese si concentrano nei primi dieci quotidiani e 137,6 milioni [21,3%] sono appannaggio dei primi tre: «Mail Online», «The New York Times» e «The Guardian».

Ad esclusione del primo, del «Mail Online» che recentemente ha annunciato profitti addirittura superiori alle attese nonostante un valore ridotto per CPM rispetto agli altri quotidiani britannici, non pare che anche grandi volumi di traffico di per sè siano garanzia di ritorni economici adeguati.

Il calo, ormai da inizio 2012, dei ricavi pubblicitari del «The New York Times», le perdite consistenti del Guardian Media Group non sono un caso isolato.

Anche gli 8 giornali del Tribune [che includono il «Los Angeles Times» hanno serie difficoltà e sono stati posti in vendita, il Telegraph Media Group, seppure abbia complessivamente un bilancio positivo, vede calare i suoi ricavi e Washington Post Co. continua ad accumulare perdite e i ricavi dall’online sono stati in calo del 14% nell’ultimo trimestre e pare ormai certo abbia intenzione di adottare un paywall, anche se non è dato di sapere se “metered” o completamente chiuso, nel 2013.

Neppure i 12 giornali della Advance Digital, gruppo Conde Nast, se la passano tanto bene con 600 licenziamenti nonostante venga riportata una crescita del 22% dei ricavi dall’area digital, segno evidente dell’ennesimo caso in cui i ricavi dall’online non compensano le perdite della versione cartacea.

Un vero e proprio bollettino di guerra ahimè che testimonia ulteriormente la necessità di passare dal piedistallo allo sgabello.

Most-Read-Online-Newspapers-in-the-World

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Social Network & Dintorni

The Pew Research Center’s Project for Excellence in Journalism ha realizzato una ricerca in 21 nazioni del Mondo, Italia compresa, riguardo alla penetrazione di Internet, utilizzo dei social network e degli smartphones. Sia dal confronto tra il nostro Paese e le altre nazioni che più in generale emergono alcuni aspetti che mi appaiono interessanti.

Di quel 62% della popolazione italiana che utilizza Internet almeno occasionalmente il 24% non è iscritto, non usa alcun social network. E’evidenza, nella mia personale decodifica, di come vi sia un’ampia fascia di utenza, di persone, che  fanno un uso della Rete estremamente sporadico, marginale, come del resto emerge anche dalle rilevazioni Audiweb tra gli utenti attivi nel mese e quelli nel giorno medio che sono meno della metà.

L’Italia, insieme a Gran Bretagna e Spagna, è la nazione con il maggior gap generazionale nell’utilizzo dei social network con il 91% dei giovani [fascia d’età 18-29 anni] che ne fa uso contro 13% degli over 50. Un altro fattore di discriminazione è legato al livello di istruzione confermando ancora una volta come il digital divide sia dunque più culturale e generazionale che tecnologico.

Se musica e film sono gli argomenti più popolari di discussione sui social network quello immediatamente successivo è relativo alla istanze sociali. Si evidenzia come l’Italia sia, tra le nazioni europee prese in considerazione, il Paese dove questo tema gode di maggior popolarità, così come avviene altrettanto per la politica, avvicinandosi ai Paesi arabi in termini di percentuale. La tanto declamata “antipolitica” parrebbe essere, ancora una volta, un  problema di ascolto, di capacità di coinvolgimeto e di conversazione più che di [dis]interesse al tema.

Chissà se l’esordio di @Pontifex sarà in grado di risvegliare l’attenzione verso la religione, tema che in Italia gode di scarsa popolarità.

Utilizzo Social Network & Argomenti

L’Italia, nazione che nel rapporto tra numero di abitanti e telefoni cellulari primeggia nel Mondo, ha la più bassa penetrazione in Europa nell’utilizzo di Internet da parte di coloro che posseggono un telefonino. Indicatore anche di quanto [ir]rilevante sia al momento l’informazione in mobilità nel nostro Paese.

Nei rari casi in cui si utilizza uno smartphone per collegarsi al Web l’azione più comune è quella di farlo per utilizzare un social network. L’acquisisione di informazioni politiche, di notizie e fatti di attualità è l’ultima delle attività tra quelle rilevate dalla ricerca e ci vede anche in questo caso al fondo della classica dei 21 Paesi considerati.

Dati sulla penetrazione dei social network nel Mondo e proiezioni per i prossimi due anni erano stati pubblicati ad inizio 2012 da eMarketer che anche in questo caso inseriva l’Italia tra gli “hottest social networking countries”, tra le nazioni con il maggior utilizzo dei social network.

Se volete parlare, qualunque sia il motivo, alle persone in Rete esistono ora due possibilità: o andate a prenderli sui social network o trovate almeno un motivo sufficientemente interessante per attirarli verso di voi, o forse ancora meglio tutte e due le cose.

Social Network per Nazione

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Le 3 C dell’Informazione per il 2013

La fine dell’anno si sa è epoca di bilanci e di previsioni per il futuro. Il bello di fare delle previsioni scritte è che poi restano lì ed è possibile a distanza di un anno verificarne fondatezza o meno. Mettete pure dunque, se credete, questo articolo tra i preferiti così da venirmi a tirare per la giacchetta se del caso l’anno prossimo di questi tempi.

Ho provato a raccogliere i pensieri, a mettere insieme i vari pezzi del puzzle di un anno tanto stimolante concettualmente quanto deprimente economicamente per l’industria dell’informazione e, come anticipa il titolo, sono arrivato a credere che il 2013 sarà caratterizzato fondamentalmente da “3 C”:

  • Convergenza
  • Coinvolgimento
  • Citizen Journalism

Convergenza

Come ricordavo nel mio speech al convegno dell’ Associazione Nazionale Editoria Periodica Specializzata, un racconto è convergente quando vengono distribuiti gli stessi contenuti all’interno di piattaforme diverse.

Credo non possa esserci dubbio che, in prospettiva, il futuro dei quotidiani si giocherà sulla capacità di realizzare sinergie, convergenza, tra le versioni digitali e quelle tradizionali, utilizzando ciascun mezzo, ciascuna versione a supporto dell’altra. I diversi supporti non sono, non saranno, alternativi ma complementari.

Convinzione che, oltre che dai risultati dello studio della The Professional Publishers Association, che mostra come le due piattaforme [tablet e carta] si combinino tra loro per ampliare il repertorio di lettura, viene ulteriormente rafforzata dalla pubblicazione, solo di ieri di ben due ricerche.

Una prima, realizzata dal The Pew Research Center’s Project for Excellence in Journalism, pubblicata ieri, mostra come anche coloro che leggono le notizie in mobilità su tablet e smartphones prevalentemente prediligano, anche nel caso degli under 40, dei giovani, un’esperienza di lettura che è simile a quella della carta. Studio, tra l’altro, conferma quanto precedentemente emerso circa la preferenza di lettura da browser, dal web, invece che attraverso le app.

La seconda, realizzata dall’ Online Publishers Association a giugno di quest’anno, che ricorda la bassa propensione all’acquisto di applicazioni dedicate e che consiglia dunque la proposta di pacchetti che includano la versione cartacea.

Ne spiega molto bene le implicazioni Felix Salomon che argomenta, come sempre egregiamente, perchè non avremo un “tablet-native journalism”, un giornalismo specificatamente dedicato e realizzato esclusivamente a questa piattaforma, a questo device.

La capacità dunque di realizzare un prodotto editoriale che sia apprezzato, di qualità, e fruibile in egual maniera indipendentemente da dove è distribuito, complementare anche ai diversi momenti di lettura dell’informazione che, ancora una volta, si integrano tra loro, sarà, è, uno dei punti chiave.

Giornalaio Pubblico 9 Dic 2012

Coinvolgimento

E’ questo attualmente uno dei più gravi problemi dei quali soffre l’informazione. Forse il principale tallone d’achille.

Se i tempi di permanenza sui siti dei quotidiani online sono un chiaro indicatore del basso livello di coinvolgimento, aspetto che si conferma anche dalla elevata percentuale di lettori che arrivano dai motori di ricerca [e dai social network?] indice di scarsa fedeltà alla singola testata, i dati pubblicati da eMarketer ieri sul tempo speso anche per quanto riguarda le diverse categorie di applicazioni chiudono il cerchio.

Emerge come a livello mondiale la categoria delle applicazioni di notizie rappresenti solamente il 2% del totale, con giochi e social network ad assorbire oltre due terzi del tempo.  Chiaro ulteriore indicatore del problema.

Come ho avuto modo di sottolineare a più riprese, in tal senso, a mio avviso, le leve su cui operare sono fondamentalmente due.

Creazione, ed alimentazione, di comunità d’interesse all’interno del sito del giornale e implementazione di tecniche riconducibili alla gamification, che può essere elemento di grande ausilio poichè l’ applicazione all’informazione consente di approfondire l’esperienza del lettore, delle persone, crea coinvolgimento e partecipazione, migliorando complessivamente di riflesso le performance di business aziendali.

Senza engagement non c’è partita, non c’è, qualunque esso sia, un futuro dei giornali. Deve essere questa la priorità assoluta, credo davvero, per il 2013

Tempo per App

Citizen Journalism

Lo spiegava a chiare lettere alla tre giorni sul giornalismo digitale organizzata da «Varese News» recentemente, con tanta semplicità quanta efficacia, Angelo Cimarosti, co-fondatore di YouReporter, affermando che “nessuna testata al mondo può avere 40mila collaboratori sparsi sul territorio a raccogliere, filmare, fotografare, le notizie in tempo reale”. Basta guardare un qualunque telegiornale nazionale per verificare quanto sia vera questa affermazione, con la copertura di eventi atmosferisci, terremoti e tantissimi altri fatti di cronaca che senza il giornalismo partecipativo sarebbe nulla o tardiva.

Un’informazione di qualità e partecipata, open, che convinca e coinvolga il lettore, le persone, è il terzo elemento discriminante che può fare la differenza sia in termini di rapporto costi/ricavi che a livello di value proposition, la proposta di valore che offriamo alle persone.

Un processo di co-creazione che dovrebbe essere l’essenza di quello che comunemente si racchiude nella definizione di Web 2.0 per troppo tempo colpevolmente trascurato, anche, dai giornali e ricercato sempre più dalle persone.

Il 2013 sarà, dovrà essere, l’anno in cui provi rimedio hic et nunc.

Labirinto Borges

Ne riparliamo, anche, alla fine dell’anno prossimo.

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