Social Reader

Quando a Settembre 2011 la maggioranza dei quotidiani progressivamente produsse la propria versione dei social reader, la propria applicazione per la lettura delle notizie di ciascun quotidiano su Facebook, scrissi a chiare lettere che era un errore sia tattico che strategico. Diverse le motivazioni.

Come dicevo allora, non è solo l’idea che la ricerca di socialità della notizia e di nuovi spazi di espressione giornalistica, in cui sia possibile affermare ciò che si deve dire, non possa, non debba essere messa a rischio da regole e desideri arbitrari ai quali si è sottomessi in casa d’altri, in casa di Zuck, ma sono anche altri gli aspetti che mi fanno ritenere non idonee questo tipo di iniziative.

In primis ritengo che in questo modo si vada a replicare l’idea in salsa social dei portali di notizie, non vi è dunque innovazione ma solo camouflage.

Si tenta, in realtà, di costruire l’ennesimo walled garden rinchiudendosi all’interno del social network in questione che vive, e vivrà sempre più, di luce propria. E’ un errore sia tattico che strategico.

La socialità della notizia non è fatta, o quanto meno non è solo, di “like”. Se l’obiettivo fosse un effettivo processo di condivisione di conversazione con le persone senza bisogno di nuove applicazioni sarebbe sufficiente, banalmente, iniziare a rispondere finalmente ai commenti degli utenti all’interno delle pagine già esistenti su Facebook, cosa che a tutt’oggi rappresenta una rarità.

audience

A maggio di quest’anno quello che Frédéric Filloux sapientemente aveva definito “sharing mirage” aveva iniziato a mostrare segni di cedimento con il crollo dei social readers delle principali testate vuoi per l’ introduzione dei “trending articles” da parte di Facebook che forse ancor più in conseguenza dell’invasività delle applicazioni stesse.

Adesso sia il «The Guardian» che «The Washington Post», seppure con modalità distinte, contemporaneamente hanno deciso di eliminare le applicazioni, di chiudere quest’esperienza come dice Luca De Biase.

Se la scelta del «The Washington Post» nella sostanza cambia poco concentrandosi fondamentalmente in un miglioramento fuzionale per ridurre l’invasività dell’applicazione attraverso un nuovo social reader che consente alle persone di avere, finalmente, un maggior controllo della propria privacy, di tutt’altra portata è invece la decisione del «The Guardian».

Il quotidiano britannico infatti recupera sostanzialmente il controllo dei propri contenuti e, come spiega chiaramente nell’articolo in cui annunciava la propria decisione, riporta i lettori al proprio sito web rendendolo nuovamente centrale.

Una scelta che, seppure continuerà ad apportare benefici economici a Facebook, è di rispetto nei confronti dei lettori, delle persone, che finalmente potranno consapevolmente decidere quello che vogliono condividere e cosa invece no, e che, soprattutto, sposta il tempo speso online all’interno del sito web della testata invece che, come avviene in maniera crescente, all’interno dei diversi social network a cominciare da Facebook ovviamente che ormai è un ecosistema a parte, a se stante, consentendo di riflesso di monetizzare tale presenza.

Decisione coerente che perfettamente si integra con quella di creare delle community d’interesse nel proprio sito o comunque proprietarie che dimostra concretamente la sottile ma fondamentale differenza tra essere online ed essere parte della Rete e che chiarisce cosa sia la distinzione tra una visione strategica ed il procedere per tentativi.

«The Guardian», da un lato, prosegue con coerenza straordinaria, senza esitazioni, il proprio percorso di apertura e trasparenza nei confronti dei lettori  e, dall’altro lato, riporta all’edizione online, al sito web del quotidiano la centralità di “luogo” che favorisce il contatto e la relazione  con e tra le persone sulla base dei loro distinti interessi, dimostrandosi “SociAbile” e non predatorio come invece insistono ad essere la stragrande maggiornaza delle testate.

Come scriveva Sun-Tzu nel suo celeberrrimo “Arte della Guerra” la strategia senza tattica è la strada più lenta per la vittoria, la tattica senza strategia è rumore prima della sconfitta.

Social Business Gap VoidDella scelta del «The Guardian» scrivono anche gli amici Gigi Cogo e Marco Dal Pozzo.

4 commenti

Archiviato in Comunicazione, Distribuzione Editoria, Passaggi & Paesaggi, Scenari Editoriali

4 risposte a “Social Reader

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Pingback: Il caso dell’app del Guardian su Facebook. Un successo controproducente | Luca De Biase

  3. Pingback: Social Reader | Digital and online journalism | Scoop.it

  4. Pingback: Promemoria. Una conversazione sul social giornale | Luca De Biase

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