Archivi del mese: ottobre 2012

In Memoria della Pubblicità

Durante la prima settimana di questo mese si è tenuta a New York la Advertising Week, 5 giornate con 200 eventi per discutere, confrontarsi sulle tendenze del marketing e della comunicazione pubblicitaria.

Nella prima giornata una sessione è stata dedicata al funerale della pubblicità. Prendetevi in questa domenica autunnale mezz’ora di tempo per vedere il video di “In Memory of Advertising”, provocazione con tanto di coro gospel del chief commercial officer di JWT Nord America che in maniera tanto pungente quanto efficace spiega perchè la pubblicità – tradizionale – è morta.

Generale scarsa capacità di coinvolgimento con linguaggi e modalità di porgere arcaici, anche per quanto riguarda l’advertising online, che non si sono ancora adattati ed evoluti alla comunicazione digitale quale, ad esempio, l’imperversare di  banner sempre più invasivi che sono la mera trasposizione digitale di vecchi schemi di comunicazione che, appunto, sono morti.

Alla visione del video suggerisco di abbinare la lezione di Alberto Abruzzese, professore ordinario di sociologia dei processi culturali e comunicativi e direttore dell`istituto di comunicazione presso l`Università IULM di Milano, su nuovi media e nuovi linguaggi.

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Lezioni di Guida per i Giornali

L’automotive, nel quale ho lavorato a lungo, è un settore che a mio avviso ha molte similitudini con quello editoriale. In tutti e due i mercati è il channel leader, l’editore o la casa automobilistica, a governare, ad influenzare pesantemente tutta la catena a valle con le proprie scelte, le proprie politiche.

In entrambi i casi le reti distributive si accollano l’onere imprenditoriale, il rischio d’impresa, ma sono governate, o perlomeno fortemente condizionate, dal produttore che determina assortimento, prezzo e politica commerciale nel suo insieme. Entrambe sono, da tempo, in fortissima sofferenza e come non si contano le chiusure di concessionarie di auto così avviene altrettanto per le edicole. Entrambe, ancora, le reti di distribuzione vendono, in mancanza di scelta di alternative reali, prodotti obsoleti nati più di un centinaio di anni fa e mai sostanzialmente mutati ma al massimo “rinnovati”.

Anche per questo motivo credo possa insegnare qualcosa all’industria dell’informazione la recente iniziativa di Mercedes Benz che ha lanciato due spot televisivi per la nuova classe A in cui le persone sono invitate a scegliere, a suggerire come dovranno essere i prossimi filmati pubblicitari della storia attraverso Twitter utilizzando l’hashtag #YOUDRIVE.

Per ogni spot le persone sono invitate al canale specifico creato su YouTube per l’iniziativa, che ha già oltre 3,7 milioni di visualizzazioni, dove possono creare la loro storia. Anche i dati sulle preferenze espresse attraverso la piattaforma di microblogging da 140 caratteri saranno inseriti nello spot co-creato in questo modo con le persone.

Alimentando la conversazione e stimolando la co-creazione i brand hanno la possibilità di attivare maggiori, e soprattutto migliori relazioni con il proprio pubblico, con le persone.

Sono lezioni di guida, anche, per i giornali dalle quali sarebbe colpevole non trarre insegnamento.

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No Comment

Per una strana coincidenza nello stesso giorno in cui il  «The Guardian» smentisce categoricamente le illazioni secondo le quali sarebbe prossimo a diventare testata solo digitale,  «Newsweek» ufficializza invece la cessazione dell’edizione cartacea con la fine del 2012 [da leggere anche la nota interna allo staff del settimanale statunitense sulla questione da parte di Tina Brown].

Sempre nello stesso giorno, il sottoscritto, ospitato da «Wired», sosteneva che i giornali hanno ancora bisogno della carta, trasformando, apparentemente, le strane coincidenze in destino beffardo. Articolo i cui contenuti hanno avuto interpretazioni corrette e meno corrette.

La decisione del magazine statunitense, che peraltro non sorprende, ha riaccesso inevitabilmente il dibattito, per usare una terminologia in voga, tra rottamatori, coloro che vedono come ineluttabile la cessazione delle versioni tradizionali di testate quotidiane e periodiche, e riformatori, coloro che ritengono, come il mio caso, che la sfida da vincere sia quella della convergenza, dell’integrazione, assegnando a ciascun mezzo, carta inclusa, il suo ruolo e significato sia sotto il profilo dei contenuti che di contribuzione ai ricavi delle testate.

Juan Varela, che citavo anche un paio di giorni fa, ha realizzato un riassunto delle vendite di alcune delle principali testate a livello internazionale aggiornata al primo trimestre 2012. Una sintesi dello stato di implementazione dei paywall e di altri modelli di vendita per quanto riguarda le edizioni online/digitali.

Spiccano le testate di informazione economica – finanziaria, le uniche ad avere un incidenza della versione digitale superiore al 30% del totale.

In molti casi pare essere prevalente un modello “misto” con la vendita abbinata di carta+digitale. Un dettaglio non trascurabile nell’interpretazione del significato dei dati. Numeri che confrontati alla situazione attuale di «Newsweek», che secondo quanto riporta il «The Wall Street Journal», conta 27mila abbonamenti alla versione digitale contro 1,37 milioni di abbonamenti per l’edizione cartacea fanno apparire la scelta se non scellerata sicuramente azzardata.

Ad oggi, come ricordavo nel precitato articolo di un paio di giorni fa, per il digitale, quasi, nessuno ha un modello di business definito, nessuno ha ancora una risposta certa sulla gestione sostenibile di transizione, parziale o totale, da carta a digitale. I casi sin qui dimostrano che spesso il passaggio è una fuga più che una scelta che ha portato al successo. Fuga che parrebbe confermata dalle parole di Baba Shetty, CEO di «Newsweek», che in un’intervista rilasciata ieri afferma che l’abbandono dalla carta stampata “li libera” e che il modello di business per il 2013 si basa fondamentalmente su una crescita esponenziale degli abbonamenti alla versione online/digitale.

No comment!

Al momento della pubblicazione di questo articolo ne parlano: WWD Media Headlines, Gawker, newsweek.tumblr.com, Jon Slattery, CNNMoney.com, Economist, Politico, Capital New York, FishbowlNY, Business Insider, Quartz, TUAW, @gabrielsnyder, @mlcalderone, @jeffjarvis, @felixsalmon, JIMROMENESKO.COM, @ledbetreuters, Los Angeles Times, Media Nation, Reuters, @jbflint, The Huffington Post, MarketingVox News & Trends, @sdkstl, @ryanbeckwith, @joshgreenman, The Atlantic Online, Wall Street Journal, Forbes, @erichippeau, Daily Download, @editorialiste, Associations Now, @bronwen, Reuters, Poynter, @edmundlee, @rajunarisetti, @obsoletedogma, @thedailybeast, Digiday, Mashable!, Engadget, Guardian, TVNewser, FishbowlDC, Folio, Bloomberg, The Atlantic Wire, @jenny8lee, UPROXX, CJR, New York Magazine, Digital Media Wire, Canadian Magazines, @dylanbyers, CNET, Mediaite, The Week, The Awl, The Daily Caller, GalleyCat, The Verge, Gothamist, WebProNews, MediaPost, Vanity Fair, SocialTimes, Deadline.com, Tampa Bay Times, Journalism.co.uk, TechCrunch, @thetinabeast, @johnbowman, @meenasaurus, @sirharryevans, @ditzkoff, @jerometaylor, New York Post, Talking Points Memo, @thatdanstewart, msnbc.com, USA Today, Pocket-lint, Agence France Presse, Noted, Guardian, AllThingsD, Recovering Journalist, NYTimes, yelvington.com, paidContent, Vanity Fair, Free Press, Erik Wemple, LA Observed, Forbes, eMedia Vitals, … e anche un articolo pubblicato su The Economist a giugno 2012.

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Diffamazione: Il Difficile Equilibrio tra Libertà di Stampa e Tutela dei Cittadini

Il caso Sallusti continua a tenere banco in questi giorni alimentando il dibattito sul tema della diffamazione a mezzo stampa e più in generale sul difficile equilibrio tra libertà di stampa e tutela dei cittadini.

Pare slittare la deliberante per il ddl diffamazione, meglio noto con il nome di decreto “salva Sallusti”, con il Direttore del «Il Giornale» che gioca a fare il martire sparando ad alzo zero contro tutti con un linguaggio [ancora una volta?] da osteria, e la FNSI che concorda sull’obbligo di rettifica e suggerisce l’istituzione di un “giurì per la lealtà dell’informazione” ma si dice preccupata dei lacci all’autonomia e alla libertà dell’informazione.

Sul tema l’infografica pubblicata da «Linkiesta» offre una panoramica della legislazione nei diversi Paesi d’Europa con la maggior parte delle nazioni che prevedono sia pene detentive che pene pecuniarie rilevanti. Una conferma di quanto allarmismo si stia facendo sul tema in Italia e della rilevanza della questione attribuita nelle nazioni con noi confinanti; in Germania, ad esempio, si arriva a pene che possono essere sino a 5 anni di carcere, nonostante la Corte di Strasburgo con una sentenza del 2007 abbia affermato il contrario.

E’ proprio di questi temi di grande attualità che tratta Al Qaeda, Al Qaeda, docu-film di denuncia, che fa luce su ciò che accade sull’altra faccia del mondo della diffamazione. Quella abitata dagli offesi e da chi ha provato a difendersi, contro la disinformazione e la persecuzione a mezzo stampa in Italia.

Il docu-film ricostruisce e narra storie vere, attraverso la testimonianza diretta degli interessati, materiale di archivio e scene originali, le storie che giorno dopo giorno i media raccontano agli italiani, senza ritegno per la verità delle cose e molto spesso senza alcun rispetto per le persone che sono coinvolte.

Nel film si succedono la storia di Beppino Englaro, protagonista della incredibile gogna mediatica legata al dramma della figlia Eluana, la vicenda di Youssef Nada un banchiere musulmano indicato dai giornali e poi da Bush tra i finanziatori di Al Qaeda: tutto falso, come si è potuto dimostrare in seguito. E poi le storie di tante persone comuni, tutte unite dall’unico denominatore: l’avere incontrato sulla loro strada il loro diffamatore, il carnefice che ha tolto loro l’onore, la reputazione, l’identità.

Il documentario, della durata di circa un’ora, sarà presentato ufficialmente oggi 18 ottobre alle 18:00 presso il cinema Apollo in Galleria De Cristoforis a Milano in anteprima nazionale per poi essere distribuito attraverso i canali “non ufficiali” in Rete, su iTunes..etc. Ed anche in dvd, posto in vendita al prezzo “popolare” di 8/10 euro.

Io ci sarò, ci vediamo lì?

PS: Spero che la pubblicazione della copertina del DVD che riporta, anche, il mio nome, sia sufficiente come disclaimer sul mio interessamento diretto alla questione.

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Domande Senza Risposta

Gannet, media company che controlla tra gli altri «Usa Today», ha annunciato, non senza orgoglio, la bontà dei propri risultati economici nel progressivo a fine settembre.  Analizzando il dettaglio si vede come la crescita maggiore sia relativa alla vendita di copie cartacee dei diversi quotidiani controllati dal gruppo e il digitale pesi “solamente” il 13,9% del totale ricavi.

Anche il Presidente di Prisa, gruppo che controlla «El Pais», quotidiano spagnolo che ha accumulato perdite per 200 milioni di euro tra il 2007 ed il 2012, difende la scelta di essere “digital first” ma poi afferma che morirà facendo giornali di carta e che per il digitale nessuno ha un modello di business definito, che per quanto riguarda la redditività della Rete, del digitale, nessuno ha ancora una risposta.

Medesima situazione al «The Guardian» con Andrew Miller, CEO del Gruppo, che altrettanto afferma quanto siano fantastiche le opportunità offerte dal digitale per poi ricordare che la versione cartacea pesa ancora il 70% dei ricavi e che con l’attuale mix è estremamente difficile sostenere un giornalismo di qualità e che è necessario che i giornali trovino fonti di reddito diverse dalle attuali.

The Media Briefing ha pubblicato recentemente una interessante raccolta sulle tariffe alle quali i quotidiani inglesi vendono la loro pubblicità sia su carta che online che evidenzia come sia profondo il gap tra il valore attribuito ai lettori tra la versione tradizionale e quella online con, ad esempio, il «Financial Times» che a listino vende una pagina pubblicitaria a colori a £58,600 [47,557 €] e £86 CPM [69,7 €] per la propria versione online, mentre il «Mail Online», giornale con il maggior traffico al mondo vende i banner a £20 CPM, confermando l’insostenibile leggerezza dell’audience inesitabile.

Sul tema Juan Varela, giornalista e consulente in ambito editoriale, azzarda una previsione dell’evoluzione a medio termine delle attuali fonti di ricavo per l’industria dell’informazione nel suo complesso. Emerge come il 60% dei ricavi, anche nel medio periodo, il 60% dei ricavi sarà generato dalla carta stampata. Annoveriamola come la sesta versione sul futuro dei giornali.

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[Dis]Attenzione alle Notizie

Nell’appuntamento settimanale della mia rubrica per l’European Journalism Observatory si parte dalla presentazione di Enrico Gasperini, Presidente Audiweb, allo IAB Forum della scorsa settimana sull’evoluzione dell’audience online basata, ovviamente, su dati macro dell’istituto di rilevazione, per analizzare [dis]attenzione e [dis]interesse degli italiani verso le notizie o, almeno, verso, i siti dei quotidiani – all digital e non – nel nostro Paese.

Se, come anche il sottoscritto ritiene, il tempo speso è un indicatore significativo per stabilire la soddisfazione dell’audience, e di riflesso anche l’attrattività per gli investitori pubblicitari, pare che ci sia più di qualche problema da risolvere per l’informazione online in Italia.

Buona lettura.

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I 10 Anni che Hanno Sconvolto il Settore dei Media

Il Reuters Institute for the Study of Journalism ha pubblicato giovedì 11 ottobre scorso “Ten Years that Shook the Media World”, analisi, come lascia intuire il titolo, dello tzunami che ha attraversato i media negli ultimi dieci anni, dell’impatto dei cambiamenti e delle prospettive future.

Il rapporto, scritto da Rasmus Kleis Nielsen, ricercatore post dottorando di RISJ, finanziato da The Open Society Foundations di Soros, analizza come i media di sei nazioni occidentali: Finlandia, Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna & USA, e due Paesi delle economie emergenti, Brasile ed India, hanno affrontato le enormi trasformazioni dell’ultima decade.

Lo studio, in 75 pagine, dopo la consueta introduzione, si articola in due filoni principali:

  • Le grandi domande sul futuro dei media, quali la frammentazione e la fine delle audience massificate, se sia effettivamente la Rete ad aver ucciso i giornali tradizionali di carta e se vi sia in atto “un’americanizzazione” del sistema mediatico mondiale
  • I grandi trend sull’uso dei media, sul mercato dei media e le prospettive economiche nonché sulle politiche adottate dai media nel periodo considerato.

I risultati del rapporto nel complesso evidenziano come nonostante le trasformazioni, i profondi cambiamenti avvenuti, ed in corso, le imprese dell’industria dell’informazione tradizionale, sia televisiva che della stampa, rimangano assolutamente centrali nell’attuale – nuovo – ecosistema informativo. In tutti e 8 i Paesi presi in considerazione le organizzazioni tradizionali continuano ad attirare un numero superiore di persone rispetto ad ogni altro tipo d’impresa dei media. Una conferma importante del valore dei newsbrand.

La crescente quantità d’informazione disponibile viene ritenuta elemento di arricchimento poiché in base a “provision”, quantità appunto di informazione fornita, “diversity”, eterogeneità e molteplicità delle fonti d’informazione e “reach”, quantità di persone raggiunte dall’informazione, l’incremento è un fattore positivo per la società e la democrazia. Tema che necessita di maggior approfondimento a mio avviso.

Crescendo che però ha un risvolto di forte incremento della competitività come sottolinea Massimo Russo, Content Manager del gruppo editoriale Espresso-Repubblica, che spiega: “operiamo in un mondo dove tutti – non solo l’industria dell’informazione – combattono per un solo obiettivo: catturare l’attenzione delle persone. E questa attenzione nella vita quotidiana è una risorsa scarsa”. Aspetto che inevitabilmente porta ad una frammentazione maggiore dell’audience e, come noto, erode la capacità di vendere spazi pubblicitari basandosi su un pubblico stabilmente rilevante in termini numerici.

Il rapporto continua spiegando che, pur non essendo facile isolare in termini di tendenza complessiva l’importanza di una singola entità, dei giornali cartacei nello specifico, al momento, contrariamente ai numerosi proclami [pour cause?] sul tema, a cominciare dalla famosissima ultima pagina del NYTimes, che by the way avrebbe dovuto essere nel 2013, le evidenze dello studio confermano che le media companies continuano e continueranno ad avere un ruolo centrale.

Al tasso annuale di decremento delle vendite di giornali cartacei in Finlandia ci vorranno 70 anni ed in Francia 20 prima di arrivare all’attuale livello di vendite di quotidiani in Italia dice lo studio, evidenziando, al di là di ogni altra possibile considerazione, il grave problema di media education, o forse più semplicemente di education tout court, del nostro Paese.

L’impatto di Internet dipende esclusivamente dall’attuale, e futuro, modello di business di ciascun singolo giornale, non da altro. Come emerso anche dalla ricerca di Enrico Finzi – AstraRicerche su gli internauti italiani e le news il modello prevalente è “e e” e non “aut aut”, i nuovi mezzi si affiancano ai vecchi, in buona parte, non li sostituiscono.

Insomma, Internet non ha ucciso i giornali e la questione è stata abbondantemente sovrastimata, analizzando l’utilizzo dei media nel mondo si rileva chiaramente come i vecchi ed i “new media” coesistano, sono più le attuali fasi cicliche di stagnazione e/o recessione dell’economia ad avere un impatto sui ricavi dell’industria dell’informazione che non la crescita della Rete. Quello che è avvenuto è che alcune forme di comunicazione pubblicitaria sul Web hanno distolto investimenti pubblicitari dai giornali – di carta – che erano cresciuti nell’illusione della loro permanenza continua.

Il rapporto, che per l’ennesima volta consiglio di leggere integralmente dedicandogli la dovuta attenzione, conclude argomentando che nella fase attuale siamo all’inizio della fase di trasformazione non alla sua fine e che attualmente siamo tanto lontano dalla rivoluzione di Internet quanto lo eravamo nel 1500 dalla rivoluzione della stampa. Per quanto mi riguarda sono sicuro che ci divertiremo, professionalmente parlando.

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I Fantasmi del Giornalismo

E’ stato pubblicato meno di un mese fa “Il giornalista fantasma” e-book a cavallo tra il saggio ed il giornalismo narrativo, più spesso noto come long form journalism, scritto dall’amico Carlo Felice Dalla Pasqua, caposervizio della redazione Internet del «Gazzettino».

Lettura davvero consigliata per grandi e piccini, per chi si occupa di giornalismo da tempo e per i giovani che si stanno avvicinando alla professione, descrive con puntualità ed efficacia le trasformazioni del mestiere di giornalista e l’impatto del digitale, dell’online per le redazioni e i giornali nel loro insieme.

Credo che il modo migliore per spiegare il libro, ed incentivarne la lettura, sia riprendendone un passaggio, quello a pagina 15 che mi ha colpito più di altri, nel paragrafo che inizia all’insegna di “Mostrare la notizia, non raccontarla” e che esprime concetti che anche il sottoscritto, tra gli altri, ha cercato di identificare.

La notizia non può più essere soltanto detta, deve essere mostrata: il giornalista più bravo è colui che la mostra meglio, non colui che la scrive meglio o la scrive per primo. Nel tempo dell’information overload si perde il valore assoluto della velocità (basta non arrivare dopo due giorni) ed emerge più nitido quello della precisione, che è come un customer care efficiente di un’azienda. E’ chiaro che in questo contesto, anche la tanto raccomandata brevità perde valore assoluto: il lettore si concede forse meno tempo prima di leggere, ma ne trova ancora meno quando si rende conto che le notizie sono quasi tutte uguali su qualunque giornale. Essere originali ed essere anche lunghi (senza esagerazioni) può essere una carta vincente per recuperare l’attenzione dei lettori.

Il libro, in una domenica di pioggia come oggi, si legge in giornata e consente di far lavorare la propria testa ad un costo davvero irrisorio. Un’occasione da non perdere per scacciare i fantasmi del giornalismo.

Ad integrazione, il video su perchè il passato è diverso dal futuro, constatazione apparentemente banale sulla quale poi non si riflette mai abbastanza in realtà.

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Informazione?

L’abbondanza di informazione in linea teorica è certamente un vantaggio poichè dovrebbe essere elemento di arricchimento. Ma è davvero così?

Danah Boyd, Senior Researcher per Microsoft Research e Research Assistant Professor in Media, Culture, and Communication alla New York University [e molto altro ancora], intervistata da News.me dice la sua sul tema. Intervista di cui non posso che consigliare la lettura integrale.

Riporto solo il passaggio conclusivo:

The public has access to information in unprecedented ways. Unfortunately, it has access to good information and access to shitty information. For me, the challenge is: How do you create media literacy? How do you get people to critically engage the news that’s available? These are issues we need to address, but the availability of information is still amazing. And I think that’s part of what’s so terrifying to people, that there’s so much information out there.

More information does not make a more informed population. We need to think about what it actually means to create a more informed society. We’re a long way away from that. But I don’t have some nostalgic lust for the past, because I don’t think we’ve ever been truly informed.

Stessa corrente di pensiero per Doonesbury nella striscia di domenica scorsa pungente ed efficace come d’abitudine.

Credo siano temi dei quali si discute troppo poco, forse troppo assillati dai modelli di business, dalla sostenibilità economica e dai ricavi calanti, o nulli, si rischia di perdere di vista il focus: cos’è informazione come si valuta la sua qualità?

Se il tema, come mi auguro, vi interessa, consiglio di partire da questo articolo pieno di rimandi per approfondire incluso un mio minimo contributo sulla questione pubblicato sul sito della Fondazione Ahref quest’estate.

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Il Futuro del Giornalismo in Italia

Ho partecipato ieri al convegno sul futuro del giornalismo nel nostro Paese: “Ping pong tra carta e rete”.

Nel corso dell’incontro, organizzato dall’ODG Lombardia, dopo l’introduzione di Letizia Gonzales, Presidente Ordine dei giornalisti della Lombardia, sono stati presentati i risultati di una ricerca di Enrico Finzi-AstraRicerche su gli internauti italiani e le news, L’indagine è stata realizzata tramite 816 interviste on line somministrate con il metodo CAWI [Computer Aided Web Interviewing] a un campione della popolazione italiana 15-55enne accedente a Internet, rappresentativo di un universo di circa 20.3 milioni di persone.

Pur trattandosi dunque di un campione parziale poichè non tiene in considerazione altre fasce d’età che hanno un loro peso e, soprattutto, non analizza “l’altra metà del cielo”, il 50% circa degli italiani che non accedono ad Internet, i risultati emergenti ed il commento dell’istrionico Finzi sono comunque d’interesse.

Altrettanto interessanti alcuni degli spunti emersi dal dibattito, moderato da Raffaella Calandra, inviata di Radio 24 Vice direttrice del Master Ifg/Scuola di giornalismo Walter Tobagi, che è seguito alla presentazione dei risultati della ricerca a cui hanno partecipato Giulio Anselmi, Presidente FIEG, Mario Giordano, Direttore di TgCom, Claudio Giua, Direttore sviluppo e innovazione Gruppo L’espresso/Repubblica, , Danda Santini, Direttrice di «Elle», Barbara Stefanelli, Vice Direttore «Corriere della Sera» e Eric Sylvers, corrispondente da Milano del «Financial Times».

Nella presentazione dei risultati della ricerca, turbati parzialmente da alcuni lunghi minuti di black out, Finzi esordisce citando il forte incremento di persone che accedono alla Rete rispetto ai dati emergenti dalla stessa ricerca effettuata nel 2009. Un  fatto più che noto che però, spiega, di fatto “annacqua” l’audience in termini di cultura di valore dell’informazione.

Sempre  in riferimento alla precedente edizione emerge una dieta mediatica più povera, cresce l’utilizzo dei media, e di Internet in particolare, ma diminuisce la multimedialità, si osserva una certa diminuzione del numero delle fonti utilizzate da chi accede alla Rete anche se il modello prevalente è “e e” e non “aut aut”, i nuovi mezzi si affiancano ai vecchi, in buona parte, non li sostituiscono.

Un ulteriore elemento rilevante che emerge dai risultati della ricerca è relativo al basso grado di fidelizzazione con la ricerca di informazioni, e dunque l’accesso, effettuata prevalentemente attraverso i motori di ricerca. Si conferma lo strapotere delle versioni online dei quotidiani tradizionali rispetto ai pure players all digital [51,1% versus 33,1%] e la forte influenza dei social network [43%] con 9 milioni di persone che ricavano informazione dai contatti al loro interno.

Problemi sia per la carta stampata che non offre quello che la gente vuole, si attenderebbe, che per l’informazione online che soffre di carenza di affidabilità, di autorevolezza. Le maggiori problematiche però riguardano la televisione che non ha elementi di leadership, inadeguata, in particolare, per quanto riguarda la qualità dei testi e dell’insufficiente documentazione.

In generale, esaminando i trends 2009-2012 dei profili d’immagine dei tre macro-media, si nota che essi sono peggiorati nell’ultimo triennio: pressoché sempre per la televisione e per Internet [l’unica eccezione in quest’ultimo caso riguarda la sua lievemente maggior capacità di esprimere e raccontare le realtà locali], con veri e propri tracolli – per il solo comparto radio-televisivo – per quel che attiene all’indipendenza, all’assenza di esagerazione, alla serietà affidabile, alla competenza/professionalità, all’autorevolezza dei commenti qualificati, alla pluralità di voci e tesi a confronto, alla vivacità e all’aggressività, alla qualità e all’efficacia delle immagini.

La stampa presenta trends contraddittori: forti peggioramenti si registrano per le news divertenti e simpatiche, vivaci e aggressive, senza esagerazioni, reperibili in ogni momento, senza censure o manipolazioni, precise e documentate, ben scritte, facili da archiviare, con belle immagini efficaci, ampie e approfondite, indipendenti da qualunque potere, facili da trovare, competenti e professionali. Ma è vero anche che essa guadagna molti punti se si fa riferimento alla chiarezza e alla comprensibilità e specialmente alla possibilità di trovare testate coerenti con le proprie convinzioni.

E’ circa il 42% delle persone a dare un giudizio positivo dell’informazione in Rete, favore per Internet quale source of information  legato anzitutto all’esistenza di alcuni siti/blog/communities ove si può trovare un’informazione seria e affidabile [36%], all’impegno dei giornalisti [che garantiscono professionalità e rispetto della deontologia], meno spesso al citizen journalism, considerato più indipendente e spesso miglior ‘diretto testimone’ di altre fonti. Una scure sul valore dato nel complesso alle edizioni online dei giornali.

Il profilo d’immagine ideale delle informazioni/notizie e quello dei mezzi

Confermate le difficoltà sulla propensione delle persone a pagare per l’informazione online con una proiezione nel breve-medio periodo del 15% delle persone pari a 3 milioni di italiani, contro i 4,5 milioni di copie giornaliere vendute in edicola nel complesso, disponibili a pagare alcuni centesimi di euro per avere informazioni/ notizie e/o commenti e/o documentazione d’archivio di qualità.

Situazione ulteriormente aggravata dal gap tra i ricavi dalla pubblicità online e quella sulla versione cartacea che, secondo quanto racconta Vice Direttore del «Corriere della Sera»per il suo giornale si attesta , mediamente, in un rapporto di 1:7.

Insomma, l’offerta dei media e del giornalismo appare nel complesso non soddisfacente, debole sia per nei confronti delle persone che degli investitori pubblicitari evidenziando quanto sia ancora lungo e difficile il percorso da compiere. Interessante in tal senso il suggerimento conclusivo di Finzi di istituire una sorta di “bollino di garanzia dell’informazione” con un nuovo ruolo dell’Ordine dei Giornalisti che dovrebbe trasformarsi in istituto di qualità dell’informazione, essere “il colino a buchi stretti” su etica e qualità del giornalismo italiano.

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