Archivi del mese: ottobre 2012

Aperture Responsabili

Sempre meno diamo per scontato che le informazioni che ci arrivano dalle “fonti ufficiali” siano corrette sia sotto il profilo dell’imparzialità che ancorpiù della veridicità. L’era del “l’ha detto la televisione”, come sinomimo di fattualità oggettiva è sempre meno valida per una quota crescente degli italiani.

Se vengono dunque a mancare i gatekeepers chi stabilisce cosa sia “la verità“? Secondo molti questo obiettivo può essere raggiunto con una maggiore apertura, in termini di coinvolgimento e contribuzione delle persone, di quelli che ci si ostina a chiamare audience, da parte di giornalisti e giornali.

E’ proprio quello che hanno deciso di fare al «Corriere della Sera» che da ieri ha annunciato di voler aprirsi ai contributi dei lettori, dei cittadini, per la verifica dei fatti. Scelta di coraggio ed, appunto, di grande apertura quella della versione online del quotidiano milanese che ha scelto di utilizzare la piattaforma di fact checking realizzata dalla Fondazione Ahref ed attiva da maggio di quest’anno dopo la presentazione al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Iniziativa che, come spiega, Alessandro Sala, giornalista del Corsera, non sostituisce il dovere dei giornalisti di verificare fonti e fatti prima della pubblicazione [elemento che by the way non mi pare sia entrato nel dibattito-scontro in corso sul DDL diffamazione] ma arrichisce, integra l’informazione rendendola più veritiera anche solo, banalmente, grazie all’inserimento di fonti che propongano la notizia da una prospettiva diversa ed ovviamente mediante controlli incrociati di documenti e fonti non citate originariamente.

Online nel mondo ci sono alcuni esempi di piattaforme di fact checking ma tutte, o quasi, con una redazione alle spalle. Civic links invece  è la prima che prova a far collaborare la comunità per verificare un fatto. Alla base di tutto stanno i media civici di Ahref, luoghi che stanno emergendo dopo i social network e che provano a aiutare e abilitare i cittadini a fare civismo attraverso la produzione di contenuti fatti con responsabilità.

Attraverso Fact checking, dopo averne giustamente condiviso i principi di legalità, accuratezza, indipendenza e l’imparzialità, che vengono spiegati al momento dell’iscrizione della registrazione alla piattaforma, ogni utente può verificare un fatto contenuto in un articolo, in un video, in una trasmissione tv. Può verificarne l’attendibilità portando delle fonti che aumentino l’attendibilità della sua verifica.

Dietro a tutto questo sta il meccanismo della reputazione. Ogni iscritto ha un profilo e un livello di reputazione, gestita da profondi algoritmi, che aumenta con la produzione di contenuti, di commenti, di verifica, di fact checking.

Per avere ulteriori chiarimenti sulla collaborazione tra «Corriere della Sera» e Fact checking ho contattato Michele Kettmaier, Direttore Generale della Fondazione Ahref.

Il primo dubbio, che ho visto circolare anche su Twitter, è che potesse essere almeno in parte un’operazione che mascherasse collaborazioni senza che vi fosse il giusto riconoscimento economico. Perplessità alla quale Kettmaier mi risponde “qui alla base non c’è business nè per RCS e tantomeno per Ahref che è no profit”

Rimossi dunque possibili pregiudizi il Direttore Generale della Fondazione Ahref mi spiega che la piattaforma non ha un accordo di esclusiva con il quotidiano di Via Solferino e che “la piattaforma è a disposizione e personalizzabile a tutti quelli che desiderano usarla” aggiungendo che “ti dico che un altro paio di quotidiani nazionali oggi ci hanno chiamato per chiederci se potevano averla anche loro, quindi è aperta e disponibile per tutti, nessuna esclusiva per il Corsera”.

Un ulteriore aspetto che mi interessava approfondire era relativo alla possibilità di incentivare, di motivare la partecipazione all’iniziativa. Al riguardo mi si risponde che “per ora non è previsto nessun incentivo ma stiamo lavorando per poter offrire piccoli modelli di startup per giovani che ci vogliono provare” come ad esempio “un ragazzo che vuole metter in piedi una piccola redazione di fact checking può usufruire della piattaforma, personalizzarla con il suo marchio e vendere i fact chek che fa”, proseguendo “tutto da studiare, piccoli modelli di sostenibilità da provare e incentivare, non per diventare ricchi ma sostenibili un po alla volta; io credo di si, che sia giusto almeno provarci”. Se posso dirlo assolutamente anche io.

Al momento della redazione di questo articolo sono due i temi lanciati da Corriere.it ai quali è possibile fornire il proprio contributo di questa importante iniziativa nella quale il giornale pare davvero credere, al punto da metterci la faccia del suo Vicedirettore. Al momento però, purtroppo, i contributi ricevuti sulle proposte sono scarsi, anzi nulli, e sarebbe davvero un peccato se il coraggio e la bontà dell’iniziativa dovessero essere frustrati sul nascere.

A mio avviso è necessario lavorare sulla motivazione [non in termini economici] delle persone incentivandole, spingendole a dare il proprio contributo. A monte, da quello che si ascolta dalle interviste fatte in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia su come verificano l’informazione e le notizie che leggono, è evidente che c’è un diffuso problema culturale.

Ennesima evidenza di come la maggior quantità di informazioni disponibili non corrisponda necessariamente una popolazione maggiormente informata, al quale si aggiunge il fatto che se la Rete disintermedia al tempo stesso spinge su un senso di responsabilità che in prima battuta pochi sono disposti ad accettare.  Fattori dei quali è necessario tenere conto da più di un punto di vista per intervenire adeguatamente al rispetto.

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Quale Impatto dai Tablet per l’Industria dell’Informazione?

Nell’appuntamento settimanale con la mia rubrica per l’European Journalism Observatory, partendo dai risultati di un’indagine condotta da comScore sulla readership di quotidiani e pubblicazioni periodiche da parte dei possessori di tablet e dallo studio condotto da Poynter, che con la tecnica dell’eyetracking ha esaminato come le persone leggono le notizie sui tablet, si analizzano i nodi cruciali delle attese dell’industria dell’informazione, sin qui tradite, relativamente a questo device.

Una pluralità di cause e concause che [di]mostrano come, anche in questo caso, la distanza tra le attese di profitto da parte delle testate, dei giornali, grazie ai tablet e la realtà passi per un percorso che è ancora una volta meno lineare e scontato di quanto molti inizialmente supponevano.

Se non lo avete già letto potete farlo QUI.

Successivamente alla pubblicazione del succitato articolo, Google ha diffuso i risultati di una ricerca sul tema.

“Understanding Tablet Use: A Multi-Method Exploration”, ricerca qualitativa che esplora quali attività siano svolte prevalentemente dai possessori di tablets ed in quali luoghi si svolgano.

Emerge come la casa sia il luogo di prevalente utilizzo, ed in particolare mentre si è in poltrona, spesso in abbinamento con la visione televisiva, o a letto, confermando come si tratti essenzialmente di un attività serale e legata allo svago.

Si conferma che per i possessori di tablets le attività principali siano la lettura della posta elettronica [84,8% dei partecipanti], il gioco [51,5%] ed i social network [57,6%]. La lettura delle notizie è un’attività che, pur coinvolgendo un numero relativamente alto di persone [45,5%], viene effettuata con una frequenza molto ridotta, bassa, come già emergeva dalla ricerca di comScore.

Ennesima evidenza che nel complesso l’informazione non riesce ad attirare in maniera significativa coloro che possiedono un tablet  e che, ahimè, su queste basi sarà complessivamente estremamente improbabile che vi sia nel breve periodo un incremento importante di coloro che dunque si renderanno disponibili a pagare le app delle testate.

Non ditelo a Tina Brown ed allo staff [o almeno a quelli che rimarranno] di Newsweek, mi raccomando.

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[Ri]Definizione dell’Audience

Audience letteralmente significa uditorio. In senso più ampio indica l’’insieme di persone che, in un dato periodo di tempo, viene raggiunto da un determinato messaggio pubblicitario. Concetto che a sua volta si divide in audience netta, al netto delle sovrapposizioni di messaggi pubblicitari diffusi su più mezzi, e in audience cumulata, ovvero l’insieme di individui raggiunti da uno stesso messaggio pubblicitario diffuso più volte che a loro volta vengono suddivisi, segmentati in  gruppi il più possibile omogenei. Definizione che evidenzia come i media sin ora siano stati concepiti prevalentemente come un  contenitore pubblicitario più che come mezzi al servizio del pubblico, delle persone.

In questa logica, secondo i dati diffusi da Audipress relativamente al 2°periodo 2012 non si capirebbe il motivo della tanto annunciata morte dei giornali di carta che, allo stato attuale, vantano nel giorno medio un audience di 14,2 milioni di persone contro i 3,3 milioni di visitatori per i siti web delle testate corrispondenti.

Se, per amor di ragionamento poichè questo non avviene per gli altri mezzi che nel nostro Paese sono prevalentente gratuiti, si applicasse l’idea di pubblico pagante, di coloro che comprano un quotidiano, si vedrebbe che, nonostante il calo pressochè costante dal 1990 ad oggi, si vendono mediamente in Italia 4,5 milioni di copie al giorno attualmente mentre dall’altro lato gli abbonamenti digitali o comunque l’informazione digitale per la quale viene risconosciuto un esborso da parte delle persone [solo area consumer] è infinitesimale al rispetto.

Da questa prospettiva credo che abbia oggettivamente un valore superiore, in termini di attenzione ed interesse, una persona che si reca in edicola [gli abbonamenti tranne rare eccezioni sono comunque una parte assolutamente trascurabile delle vendite di giornali in Italia] ed effettua un esborso rispetto a chi, prevalentemente attraverso i motori di ricerca, approda ai siti web delle testate, non è fedele e ha una scarsissima propensione a pagare per i contenuti di cui fruisce.

Se a questo associamo il fatto che la carta stampata di fatto ha una serie di vantaggi sia per il lettore che, forse, ancor più per gli investitori pubblicitari si potrebbe davvero restare sbalorditi dalla querelle sul destino segnato dei giornali di carta e sulla inevitabile ascesa di Internet nei loro confronti.

Ovviamente non sono così sprovveduto da non vedere le tendenze sfavorevoli alla carta e favorevoli alla Rete ma ciò nonostante appare evidente come la crisi dei giornali NON sia dettata da Internet. Il Web ha probabilmente soltanto acutizzato una serie di problemi sia di carattere gestionale, a livello di organizzazione interna del lavoro e di relazione con il mercato [a cominciare ancora una volta dalla tanto declamata e ancora non attuata informatizzazione delle edicole], che di attenzione ai pubblici di riferimento, agli investitori pubblicitari ed alle persone, ai lettori.

E’ probabilmente necessaria una ridefinizione del concetto di audience e del suo valore. Si rende necessario riflettere sulla cura necessaria nella relazione con i lettori, con le persone, da parte dei giornali in un momento in cui “la pubblicazione è un bottone”, e la differenza, il valore aggiunto viene creato dai servizi aggiuntivi forniti e dall’apertura, nei contenuti e nella relazione, con il pubblico di riferimento.

E’ arrivato davvero il momento di stabilire se i giornali vogliono ancora avere un’audience, così come definita nel primo paragrafo, o se non sia meglio, a prescidere dal supporto utilizzato, dando a tutti quelli disponibili un ruolo con coerenza, avere delle comunità di riferimento se non addirittura delle tribù aggregate intorno ad una causa, a valori ideali, così come avviene da tempo per molti brands.

Brand che, appunto, si trasformano sempre più frequentemente in editori a loro volta poichè evidentemente giornalisti e giornali non sono in grado di soddisfare le necessità aziendali di nuove modalità di relazione e di comunicazione che i “prosumer” danno per scontate ormai. Si evidenzia dunque la necessità di trasformarsi in consulenti di comunicazione da parte delle concessionarie di pubblicità dell’industria dell’informazione, come mi pare di aver già sottolineato, invece che in meri venditori di colonne e/o pixel un tanto al chilo, offrendo soluzioni alle imprese – che in questo momento ne hanno tanto bisogno – anzichè promesse di audience il cui valore è tutto da stabilire.

Nella ridefinizione di audience, per concludere, partirei dalla terminologia cessando l’utilizzo di questa parola per sostituirla con pubblici o, ancora meglio persone. Come sempre non è una questione esclusivamente semantica ma di approccio.

Come ben spiegava David Ogilvy: “non contare le persone che raggiungi, ma raggiungi le persone che contano”. Un’altra frase da tenere sempre a mente, da stampare ed appendere in certi uffici.

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In Memoria della Pubblicità

Durante la prima settimana di questo mese si è tenuta a New York la Advertising Week, 5 giornate con 200 eventi per discutere, confrontarsi sulle tendenze del marketing e della comunicazione pubblicitaria.

Nella prima giornata una sessione è stata dedicata al funerale della pubblicità. Prendetevi in questa domenica autunnale mezz’ora di tempo per vedere il video di “In Memory of Advertising”, provocazione con tanto di coro gospel del chief commercial officer di JWT Nord America che in maniera tanto pungente quanto efficace spiega perchè la pubblicità – tradizionale – è morta.

Generale scarsa capacità di coinvolgimento con linguaggi e modalità di porgere arcaici, anche per quanto riguarda l’advertising online, che non si sono ancora adattati ed evoluti alla comunicazione digitale quale, ad esempio, l’imperversare di  banner sempre più invasivi che sono la mera trasposizione digitale di vecchi schemi di comunicazione che, appunto, sono morti.

Alla visione del video suggerisco di abbinare la lezione di Alberto Abruzzese, professore ordinario di sociologia dei processi culturali e comunicativi e direttore dell`istituto di comunicazione presso l`Università IULM di Milano, su nuovi media e nuovi linguaggi.

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Lezioni di Guida per i Giornali

L’automotive, nel quale ho lavorato a lungo, è un settore che a mio avviso ha molte similitudini con quello editoriale. In tutti e due i mercati è il channel leader, l’editore o la casa automobilistica, a governare, ad influenzare pesantemente tutta la catena a valle con le proprie scelte, le proprie politiche.

In entrambi i casi le reti distributive si accollano l’onere imprenditoriale, il rischio d’impresa, ma sono governate, o perlomeno fortemente condizionate, dal produttore che determina assortimento, prezzo e politica commerciale nel suo insieme. Entrambe sono, da tempo, in fortissima sofferenza e come non si contano le chiusure di concessionarie di auto così avviene altrettanto per le edicole. Entrambe, ancora, le reti di distribuzione vendono, in mancanza di scelta di alternative reali, prodotti obsoleti nati più di un centinaio di anni fa e mai sostanzialmente mutati ma al massimo “rinnovati”.

Anche per questo motivo credo possa insegnare qualcosa all’industria dell’informazione la recente iniziativa di Mercedes Benz che ha lanciato due spot televisivi per la nuova classe A in cui le persone sono invitate a scegliere, a suggerire come dovranno essere i prossimi filmati pubblicitari della storia attraverso Twitter utilizzando l’hashtag #YOUDRIVE.

Per ogni spot le persone sono invitate al canale specifico creato su YouTube per l’iniziativa, che ha già oltre 3,7 milioni di visualizzazioni, dove possono creare la loro storia. Anche i dati sulle preferenze espresse attraverso la piattaforma di microblogging da 140 caratteri saranno inseriti nello spot co-creato in questo modo con le persone.

Alimentando la conversazione e stimolando la co-creazione i brand hanno la possibilità di attivare maggiori, e soprattutto migliori relazioni con il proprio pubblico, con le persone.

Sono lezioni di guida, anche, per i giornali dalle quali sarebbe colpevole non trarre insegnamento.

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Per una strana coincidenza nello stesso giorno in cui il  «The Guardian» smentisce categoricamente le illazioni secondo le quali sarebbe prossimo a diventare testata solo digitale,  «Newsweek» ufficializza invece la cessazione dell’edizione cartacea con la fine del 2012 [da leggere anche la nota interna allo staff del settimanale statunitense sulla questione da parte di Tina Brown].

Sempre nello stesso giorno, il sottoscritto, ospitato da «Wired», sosteneva che i giornali hanno ancora bisogno della carta, trasformando, apparentemente, le strane coincidenze in destino beffardo. Articolo i cui contenuti hanno avuto interpretazioni corrette e meno corrette.

La decisione del magazine statunitense, che peraltro non sorprende, ha riaccesso inevitabilmente il dibattito, per usare una terminologia in voga, tra rottamatori, coloro che vedono come ineluttabile la cessazione delle versioni tradizionali di testate quotidiane e periodiche, e riformatori, coloro che ritengono, come il mio caso, che la sfida da vincere sia quella della convergenza, dell’integrazione, assegnando a ciascun mezzo, carta inclusa, il suo ruolo e significato sia sotto il profilo dei contenuti che di contribuzione ai ricavi delle testate.

Juan Varela, che citavo anche un paio di giorni fa, ha realizzato un riassunto delle vendite di alcune delle principali testate a livello internazionale aggiornata al primo trimestre 2012. Una sintesi dello stato di implementazione dei paywall e di altri modelli di vendita per quanto riguarda le edizioni online/digitali.

Spiccano le testate di informazione economica – finanziaria, le uniche ad avere un incidenza della versione digitale superiore al 30% del totale.

In molti casi pare essere prevalente un modello “misto” con la vendita abbinata di carta+digitale. Un dettaglio non trascurabile nell’interpretazione del significato dei dati. Numeri che confrontati alla situazione attuale di «Newsweek», che secondo quanto riporta il «The Wall Street Journal», conta 27mila abbonamenti alla versione digitale contro 1,37 milioni di abbonamenti per l’edizione cartacea fanno apparire la scelta se non scellerata sicuramente azzardata.

Ad oggi, come ricordavo nel precitato articolo di un paio di giorni fa, per il digitale, quasi, nessuno ha un modello di business definito, nessuno ha ancora una risposta certa sulla gestione sostenibile di transizione, parziale o totale, da carta a digitale. I casi sin qui dimostrano che spesso il passaggio è una fuga più che una scelta che ha portato al successo. Fuga che parrebbe confermata dalle parole di Baba Shetty, CEO di «Newsweek», che in un’intervista rilasciata ieri afferma che l’abbandono dalla carta stampata “li libera” e che il modello di business per il 2013 si basa fondamentalmente su una crescita esponenziale degli abbonamenti alla versione online/digitale.

No comment!

Al momento della pubblicazione di questo articolo ne parlano: WWD Media Headlines, Gawker, newsweek.tumblr.com, Jon Slattery, CNNMoney.com, Economist, Politico, Capital New York, FishbowlNY, Business Insider, Quartz, TUAW, @gabrielsnyder, @mlcalderone, @jeffjarvis, @felixsalmon, JIMROMENESKO.COM, @ledbetreuters, Los Angeles Times, Media Nation, Reuters, @jbflint, The Huffington Post, MarketingVox News & Trends, @sdkstl, @ryanbeckwith, @joshgreenman, The Atlantic Online, Wall Street Journal, Forbes, @erichippeau, Daily Download, @editorialiste, Associations Now, @bronwen, Reuters, Poynter, @edmundlee, @rajunarisetti, @obsoletedogma, @thedailybeast, Digiday, Mashable!, Engadget, Guardian, TVNewser, FishbowlDC, Folio, Bloomberg, The Atlantic Wire, @jenny8lee, UPROXX, CJR, New York Magazine, Digital Media Wire, Canadian Magazines, @dylanbyers, CNET, Mediaite, The Week, The Awl, The Daily Caller, GalleyCat, The Verge, Gothamist, WebProNews, MediaPost, Vanity Fair, SocialTimes, Deadline.com, Tampa Bay Times, Journalism.co.uk, TechCrunch, @thetinabeast, @johnbowman, @meenasaurus, @sirharryevans, @ditzkoff, @jerometaylor, New York Post, Talking Points Memo, @thatdanstewart, msnbc.com, USA Today, Pocket-lint, Agence France Presse, Noted, Guardian, AllThingsD, Recovering Journalist, NYTimes, yelvington.com, paidContent, Vanity Fair, Free Press, Erik Wemple, LA Observed, Forbes, eMedia Vitals, … e anche un articolo pubblicato su The Economist a giugno 2012.

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Diffamazione: Il Difficile Equilibrio tra Libertà di Stampa e Tutela dei Cittadini

Il caso Sallusti continua a tenere banco in questi giorni alimentando il dibattito sul tema della diffamazione a mezzo stampa e più in generale sul difficile equilibrio tra libertà di stampa e tutela dei cittadini.

Pare slittare la deliberante per il ddl diffamazione, meglio noto con il nome di decreto “salva Sallusti”, con il Direttore del «Il Giornale» che gioca a fare il martire sparando ad alzo zero contro tutti con un linguaggio [ancora una volta?] da osteria, e la FNSI che concorda sull’obbligo di rettifica e suggerisce l’istituzione di un “giurì per la lealtà dell’informazione” ma si dice preccupata dei lacci all’autonomia e alla libertà dell’informazione.

Sul tema l’infografica pubblicata da «Linkiesta» offre una panoramica della legislazione nei diversi Paesi d’Europa con la maggior parte delle nazioni che prevedono sia pene detentive che pene pecuniarie rilevanti. Una conferma di quanto allarmismo si stia facendo sul tema in Italia e della rilevanza della questione attribuita nelle nazioni con noi confinanti; in Germania, ad esempio, si arriva a pene che possono essere sino a 5 anni di carcere, nonostante la Corte di Strasburgo con una sentenza del 2007 abbia affermato il contrario.

E’ proprio di questi temi di grande attualità che tratta Al Qaeda, Al Qaeda, docu-film di denuncia, che fa luce su ciò che accade sull’altra faccia del mondo della diffamazione. Quella abitata dagli offesi e da chi ha provato a difendersi, contro la disinformazione e la persecuzione a mezzo stampa in Italia.

Il docu-film ricostruisce e narra storie vere, attraverso la testimonianza diretta degli interessati, materiale di archivio e scene originali, le storie che giorno dopo giorno i media raccontano agli italiani, senza ritegno per la verità delle cose e molto spesso senza alcun rispetto per le persone che sono coinvolte.

Nel film si succedono la storia di Beppino Englaro, protagonista della incredibile gogna mediatica legata al dramma della figlia Eluana, la vicenda di Youssef Nada un banchiere musulmano indicato dai giornali e poi da Bush tra i finanziatori di Al Qaeda: tutto falso, come si è potuto dimostrare in seguito. E poi le storie di tante persone comuni, tutte unite dall’unico denominatore: l’avere incontrato sulla loro strada il loro diffamatore, il carnefice che ha tolto loro l’onore, la reputazione, l’identità.

Il documentario, della durata di circa un’ora, sarà presentato ufficialmente oggi 18 ottobre alle 18:00 presso il cinema Apollo in Galleria De Cristoforis a Milano in anteprima nazionale per poi essere distribuito attraverso i canali “non ufficiali” in Rete, su iTunes..etc. Ed anche in dvd, posto in vendita al prezzo “popolare” di 8/10 euro.

Io ci sarò, ci vediamo lì?

PS: Spero che la pubblicazione della copertina del DVD che riporta, anche, il mio nome, sia sufficiente come disclaimer sul mio interessamento diretto alla questione.

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