Archivi del mese: luglio 2012

10 Giochi con uno Scopo Sociale

Che i giochi assolvano ad obiettivi non esclusivamente ludici di passatempo è ormai un dato di fatto che possiamo ritenere ampiamente assodato.

La raccolta di 10 giochi con uno scopo sociale, con l’obiettivo di far vivere ai giocatori esperienze che trasferiscano un messaggio che ha una valenza sociale, vuole essere, oltre che una segnalazione per coloro che non li conoscessero, supporting evidence di quanto e come questo possa essere applicato a contesti ed obiettivi di comunicazione distinti.

1) World Without Oil

Il giocatore si ritrova in un mondo in cui le risorse petrolifere scarseggiano e deve impare a gestirle oculatamente per sopravvivere alla loro carenza. La parte migliore del gioco? Insegna modi per usare meno petrolio, meno carburante, stimolando le persone ad applicare i concetti appresi nella vita reale.

2) Foldit

Puzzle game che consente sino a mezzo milione di giocatori di aiutare gli scienziati, i ricercatori nella stabilizzazione delle stringhe degli aminoacidi. Crowdsourcing per aiutare la comunità scientifica attraverso la competizione ed il gioco alla risoluzione di problematiche ancora insolute.

3) Way

La comunicazione tra soggetti di diverse culture e lingue non è facile. Nel gioco due giocatori devono impare a comunicare tra di loro superando ostacoli e difficoltà. L’abbattimento delle barriere della comunicazione insegnata giocando.

4) Budget Hero

Forse uno dei più datati e noti. Sempre attuale in tempi di crisi, e relativi tagli, quali quelli che stiamo vivendo. Il giocatore deve trovare il giusto equilibrio tra tagli della spesa pubblica e welfare. Consigliata una settimana full time prima della spending review.

5) SickKids Pain Squad

Ai bambini malati di cancro viene spesso chiesto di tenere un diario del dolore che avvertono. Attività frustrante e noiosa che il gioco incoraggia.

6) Spent

Il videogiocatore impersonifica una persona che ha perso il proprio lavoro da un mese, senza casa e con prole a carico. Con una dotazione di 1000 $ ha un mese di tempo per trovare un occupazione prima di finire completamente senza nulla. «Spent» non è solamente un gioco che illustra la potenza del mezzo interattivo nel diffondere un messaggio. In un senso più ampio, ed in un modo che forse nessun altro media riesce a raggiungere, dimostra che quello che i giochi riescono a realizzare sono coinvolgimento ed empatia.

7) Evoke

Dieci missioni per il mondo che cambia, dall’innovazione sociale all’empowerment femminile passando per il futuro della cartamoneta alla carenza mondiale di acqua. Un vero e proprio “crash course” creato dal World Bank Institute per sensibilizzare le persone a temi prioritari per il nostro futuro.

8) Unmanned

L’altro volto della vita militare. Shoot-em-up realizzato dagli italiani di Molle Industria che mostra noie e paure dei militari in missioni “di pace”.

9) PLOTform

Gioco per realizzare fund raising per la Tanzania da parte di una ONG. Costruire e donare per costruire le case, migliorare l’educazione e la vita degli abitanti di quella nazione.

10) Scoople

Aggregatore di notizie sotto forma di gioco. Permette di condividere opinioni sugli ultimi avvenimenti e competere sulla capacità di predire il sentimento delle persone al riguardo

Sul tema vale il tempo investito per la lettura l’intervista a Stuart L. Brown, fondatore del National Institute for Play ed autore di “Play: How It Shapes the Brain, Opens the Imagination, and Invigorates the Soul”, che spiega:

When you think about a playful employee or even a company that has a positive slant toward, let’s say, a play ethic, you begin to see what play offers. And that is, it offers a sense of optimism and flexibility. It is really the seat of innovative imagination. And in terms of interpersonal involvement, it’s what often fosters cooperation and a sense of teamwork and really provides empathy.

Aspetti che ho avuto modo di sperimentare e verificare in più di un’occasione.

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Open Journalism, Curation dei Lettori e Sostenibilità Economica

La filosofia del «The Guardian»: digital e open, è stata oggetto di una delle 8 case history analizzate nella mia rubrica per l’European Journalism Observatory a maggio di quest’anno.  Già allora emergeva la bontà concettuale dell’approccio del quotidiano anglosassone a cui facevano da contraltare le difficoltà a rendere sostenibile economicamente il percorso.

Il giornale diretto da Alan Rusbridger ha annunciato, da ieri, l’ennesimo passo verso l’apertura ai contributi dei lettori con #smarttakes, strumento di aggregazione, di curation dei contenuti per raccogliere analisi e commenti dei lettori in un unico spazio via Twitter.  Iniziativa che conferma la determinazione nel perseguire l’obiettivo intrapreso e che mostra, insegna per meglio dire, al resto del mondo editoriale come sia possibile coinvolgere efficacemente il pubblico.

E’ sempre lo stesso Rusbridger ad annunciare, quasi contemporaneamente, perdite per 44, 2mlioni di £ per il 2011 [56,4 milioni €] in ulteriore peggioramento rispetto ai £31.1 milioni del 2010. «The Guardian» ha registrato un calo del 17,7% delle diffusione della versione cartacea nell’ultimo anno, crollo al quale la crescita dell’audience online non è riuscita a sopperire neppure in questo caso.

La crescita dei ricavi dal digitale [+16,3%], che ora pesano circa un quarto del totale, ancora una volta non compensa il calo della versione tradizionale cartacea. Il perchè è presto detto, neppure una testata di tale levatura, ed audience [60,8 milioni di utenti unici nel mondo], riesce a spuntare dei CPM che diano un contributo economico che renda sostenibile il giornale nella sua evoluzione. Una situazione che se esaminata dalla lente dell’ARPU peggiora ulteriormente con soli 0,60€ per utente online.

Che «The Guardian» abbia in corso una ristrutturazione sia dell’area marketing che vendite del quotidiano è un’indicazione preziosa per non rischiare di mischiare “capre e cavoli” rischiando di arrivare alla frettolosa conclusione che sia il modello open a non essere praticabile, quel che è certo è che sia necessario costruire modelli di comunicazione, e metriche, che consentano di andare oltre i CPM.

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Autodefinito

Mark Coddington dell’ University of Texas ad Austin ha condotto la ricerca: “Building Frames Link by Link: The Linking Practices of Blogs and News Sites”.

Lo studio, come lascia intuire il titolo, ha preso in esame l’utilizzo, in termini di frequenza e modalità, dell’ipertesto da parte dei siti d’informazione, dei blog e di quelli che Coddington chiama ““j-bloggers”, acronimo di journalist-bloggers, giornalisti che tengono un blog all’interno dei siti dei quotidiani per i quali lavorano.

Per quanto riguarda le testate giornalistiche sono stati analizzati i siti di: «The New York Times», «The Washington Post», «The Wall Street Journal», «CNN», «ABC News» e «TIME» magazine. Sia per queste testate che per le altre due tipologie prese in considerazione sono stati selezionati random, casualmente, 5 articoli per un totale di 6474 delle tre categorie analizzate. L’analisi quantitativa è stata integrata da una parte qualitativa grazie ad interviste di persona a giornalisti e bloggers con un questionario semi strutturato.

Come mostra la tabella di sintesi dei risultati sottoriportata, i mainstream media sono quelli che più di tutti non utilizzano i link per l’arricchimento dell’informazione e per la citazione delle fonti. Soprattutto emerge come nel 91% dei casi quando viene inserito uno o più links all’interno dell’articolo rimandi ad una fonte interna.

Un’autoreferenzialità, già emersa dalle prevalenti modalità di utilizzo dei social media da parte del comparto dei media, che conferma la grande distanza che, salvo rarissime eccezioni, separa ancora la teorizzazione di buone pratiche dalla messa in atto effettiva delle stesse.

Giornali in affanno, concentrati prevalentemente sulle perversioni dell’effetto auditel che omettono o almeno trascurano, citazione delle fonti, apertura e socialità dell’informazione. Scelte che si autodefiniscono, in ogni senso.

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Influencers Versus Brand Advocates

L’interesse su valore ed efficacia nelle digital PR degli influencer è da sempre un punto cardine del confronto professionale sulle buone pratiche di influenza online.

Il tema non è trascurabile sia per il suo valore di fondo che per le difficoltà che tuttora hanno nella stragrande maggioranza dei casi le organizzazioni ad effettuare una comunicazione mirata “one-to-one”. Cosa di meglio allora se non quello di affidarsi agli influencers per poi lasciare a loro il compito di diffondere il messaggio a pioggia?

Sull’argomento e sull’ efficacia di tale ipotesi di lavoro si sono espressi recentemente, producendo riflessioni di qualità tutte da leggere, Daniele Chieffi e Piero Tagliapietra.

Probabilmente una parte della questione sta nella confusione, non esclusiva a quest’area di dibattito, che si fa tra audience ed influenza privilegiando molto spesso la quantità alla qualità delle relazioni  finendo inevitabilmente per privilegiare la prima a scapito della seconda. La corsa ai followers e/o ai fans, e le relative distorsioni che ne derivano, ne sono la più elementare evidenza.

L’infografica sottostante mette a confronto ruolo e significato degli influencers rispetto ai brand advocates evidenziando come seppure i secondi abbiano mediamente gruppi di relazione di minor entità nella maggior parte dei casi la loro genuinità risulti essere di maggior efficacia rispetto a quella degli influencers.

Per lavorare efficacemente nell’ecosistema digitale siamo “condannati” a stabilire relazioni fiduciarie sempre più mirate e ristrette, cercare di sostituire questo tipo di lavoro utilizzando scorciatoie o, peggio, utilizzando i diverso social media ancora secondo le logiche mainstream non funziona. E’ ora di arrendersi, almeno, a questa evidenza [#].

[#] Ragionamento generale da adattare e personalizzare rispetto alla realtà di ogni singolo contesto che però resta valido per ogni segmento, per ogni comparto, editoria inclusa, ovviamente.

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La Scoperta Sociale delle Notizie

Dagli autori di Blekko, the spam free search engine, nasce ROCZi soluzione ibrida a cavallo tra agregazione, cura dei contenuti e condivisione sociale delle informazioni.

«ROCKZi» si presenta con un approccio molto visivo, che parte dalla presentazione di «Flipboard» e «Zite» per arrivare a «Squer.it» e «Pubblico», con l’obiettivo di offrire alle persone contenuto in tempo reale presentato in forma divertente, gradevole, affinchè esse possano interagire con la stessa votando, commentando e condividendo l’informazione proposta ma anche proponendo quella che si ritiene possa essere d’interesse oltre che proprio anche altrui.

Al momento vengono offerti 33 temi ma grazie alla possibilità offerta ai lettori di suggerire nuovi argomenti, ed in futuro anche di crearne autonomamente, il ventaglio dovrebbe ampliarmi notevolmente a livello di numerosità delle proposte informative. In prospettiva, vista l’impostazione estremamente visiva, potrebbe diventare una sorta di Pinterest dell’informazione, social network sul quale, oltre a Facebook e Twitter , è attualmente possibile condividere le informazioni trovate

La scoperta sociale delle notizie si affida agli algoritmi di Blekko ed è possibile già oggi, a meno da una settimana dalla apertura al pubblico, trovare un buona gamma di informazioni su qualunque argomento si desideri, interessi.

Per la “content curation”, il suggerimento e la condivisione di contenuti all’interno di «ROCKZi», viene messo a diposizione un bottone che si può integrare nella propria toolbar, faciltando così il compiuto operativamente un pò come si faceva circa un triennnio fa con Giuseppe Granieri, ed altri, ai tempi di Filtr, e sono contemplati elementi di pointification e bagdification che, sotto forma di “karma points”, premiano chi cura i contenuti indicandolo come esperto di quell’area tematica. Un aspetto che gioca sulle motivazioni intrinseche, quelle di maggior valore e durata per l’individuo, elemento di base di game design  e gamification per coinvolgere “il giocatore”.

Pare insomma che la tendenza sia sempre più quella di integrare diverse funzioni e funzionalità senza solamente fermarsi all’aggregazione dei contenuti, elemento ormai basico, commodity, ma favorendone la cura e la condivisione. Resta ancora una volta in sospeso l’aspetto delle revenues sharing tra piattaforma e curators, è davvero ora di sorpassare, anche, questo ostacolo.

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Twitter: Responsabilità e Scelte

Dick Costolo, Chief Executive di Twitter, durante il recente “The Economist’s Ideas Economy: Information 2012”, parla della responsabilità di Twitter come mezzo di diffusione delle informazioni, citando come esempio la diffusione della notizia durante il terremoto giapponese con una visualizzazione tanto spettacolare quanto interessante che mostra come il flusso di tweets parta dal Giappone si diffonda in tutto il mondo per tornare da dove è partito.

Una circolarità di informazione che, come osserva giustamente Costolo, si diffonde ad una velocità incredibile in tutto il mondo sia che si tratti di eventi pianificati, quali la notte degli oscar o una partita di calcio, o che riguardi eventi non pianificati come un disastro naturale.

Costolo conclude affermando che si può scegliere di partecipare alla conversazione o ignorarla, qualunque la scelta le persone continueranno a diffondere notizie e stati d’animo. Parteciparvi può aiutare a comprenderne le dinamiche ed a divenire parte della conversazione, astenersi ad essere sempre più ignorati. A voi la scelta.

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Arrivano i Finanziamenti ai Giornali Online

Ieri la Camera ha convertito in legge il decreto del 18 maggio di riordino dei contributi alle imprese editrici, nonché di vendita della stampa quotidiana e periodica e di pubblicità istituzionale.

L’articolo tre e tre bis del testo di legge sono dedicati all’editoria digitale.

In essi vengono definiti i criteri che consentiranno di avere accesso ai finanziamenti, le caratteristiche minime necessarie all’ottenimento degli stessi e le tipologie dei costi ammissibili per una testata digitale.

In particolare viene specificato che:

  • La testata deve comunque essere accessibile online, anche a titolo non oneroso, e deve garantire un’informazione quotidiana composta da informazione auto prodotta per almeno dieci articoli al giorno con un aggiornamento pari ad almeno 240 giorni per i quotidiani, 45 per i settimanali e plurisettimanali, 18 uscite per i quindicinali e 9 per i mensili.
  • Il contributo per la pubblicazione esclusivamente in formato digitale è suddiviso in una quota pari, per i primi due anni, al 70 per cento dei costi sostenuti ed una quota calcolata sulla base di 0,10 euro per ogni copia digitale, ove venduta in abbonamento.
  • Per testate in formato digitale si intendono quelle migrate a un sistema digitale di gestione di contenuti unico, dotate di un sistema di gestione di spazi pubblicitari digitali, anche attraverso soggetti concessionari di spazi pubblicitari digitali, di un sistema che consenta l’inserimento di commenti da parte del pubblico, con facoltà di prevedere registrazione e moderazione, di un sistema di distribuzione di contenuti attraverso dispositivi mobili. Nel caso in cui la pubblicazione sia fruibile, in tutto o in parte, a titolo oneroso, le testate devono essere altresì dotate di un sistema di pubblicazione che consenta la gestione di abbonamenti e di contenuti a pagamento, nonché di una piattaforma che consenta l’integrazione con sistemi di pagamento digitali.

Da ieri insomma vi è parità di dignità, e di diritto, per informazione tradizionale e digitale. Un primo passo in avanti che dovrà essere integrato sia da normative fiscali, a cominciare dall’adeguamento dell IVA al 4% anche per il digitale così come è per la carta,  che soprattutto da un intervento a 360 gradi per tutta la filiera editoriale così da risolvere i molti nodi del settore ancora insoluti.

Potete scaricare il testo integrale della legge approvata qui: Disegno di Legge N. 3305

A margine, sempre in tema di futuro e sostenibilità dell’informazione online, si segnala l’articolo pubblicato da Nieman Lab: “The newsonomics of good news about news”. 11 punti di qualificazione degli elementi essenziali, positivi, tutti da leggere.

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Il Primo Quotidiano per Tablets Chiude

Dopo l’annuncio dello spin off di News Corporation , della separazione del ramo di azienda e la realizzazione di due imprese distinte, entertainment e news, autonome e separate tra loro, Murdoch aveva anticipato che l’area publishing dovrà portare alla profittabilità di tutte le testate.

A 18 mesi di distanza dal lancio del «The Daily», testata per tablet che nelle intenzioni avrebbe dovuto segnare l’inizio della rivoluzione editoriale, le evidenze sono a dir poco deludenti e appare davvero distante il break even point per rientrare dell’investimento iniziale di 30 milioni di dollari, ai quali si sommano costi di esercizio ordinario di 500mila $ alla settimana.

Ecco che allora il primo quotidiano per tablets viene messo “on watch”, sotto osservazione, ed è già stata fissata una data – 6 novembre – per deciderne le sorti.

Annunciato come il quotidiano del futuro parrebbe, ad oggi, apportare delusioni giornaliere, confermando come una visione a compartimenti stagni basata sul contenitore invece che sul contenuto, sul profitto atteso invece che sulle attese dei fruitori, non sia un percorso premiante.

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Leggere Oggi le Notizie di Oggi

«Firstpost», testata all digital indiana in lingua inglese, ha prodotto il secondo soggetto di una campagna pubblicitaria televisiva.

Se la prima versione, on air a fine maggio, puntava sulla sensibilità ecologica del lettore  mostrando l’impatto ambientale della produzione dei giornali nella versione tradizionale cartacea, il secondo spot gioca sul contrasto del giornalista old style che eroicamente lavora sino a tarda notte per la raccolta delle informazioni e la produzione di articoli che arriveranno al lettore con un giorno di ritardo. Entrambe le versioni concludono con il payoff: “Read today’s news today” [leggi le notizie di oggi oggi].

Durga Raghunath, Vice Presidente della testata, nell’articolo di presentazione del filmato pubblicitario rimarca la dedizione al digitale scrivendo che: “Vogliamo che voi [i lettori] sappiate che il nostro gruppo di giornalisti sono e saranno focalizzati sul digitale. Noi vogliamo spezzare la tradizione conservatrice giornalistica e dedicarci al Web. Siamo fortemente convinti che le notizie non debbano essere conservate per la carta; il lettore ha il diritto di conoscere le notizie quando succedono”

Il Reuters Institute for the Study of Journalism ha pubblicato ieri “Digital News Report 2012”, ricerca condotta ad aprile di quest’anno sulle abitudini di consumo delle notizie online degli internauti di Gran Bretagna, Francia, Danimarca, Germania e Stati Uniti.

Come avverte correttamente RISJ, trattandosi esclusivamente di lettori di notizie online inevitabilmente la stampa è sottorappresentata rispetto alla realtà generale; ciònonostante il rapporto dei risultati è di grande interesse per comprendere le differenze di fonti d’informazione privilegiate nelle diverse nazioni e sui pattern di lettura.

La ricerca fornisce anche elementi relativi al consumo di notizie nell’arco della giornata evidenziando come, ad esclusione delle persone tra i 16 ed i 24 anni, i momenti topici di lettura delle informazioni siano subito alla mattina, come richiamato dalla campagna del «Firstpost», e poi in prima serata. Lettura che avviene prevalentemente tra le mura domestiche sempre più attraverso l’utilizzo di device diversi [pc, smartphones, tablet] a seconda del momento della giornata.

Fenomeno che, seppur ancora con una penetrazione minore rispetto ai Paesi dello studio in questione, avviene anche in Italia e che sembra  essere confermato dai dati di diffusione dei quotidiani a Maggio con solo «Il Corriere della Sera» a trarre vantaggio dall’ondata emotiva del terremoto in Emilia e tutti gli altri quotidiani sostanzialmente stabili se non in calo rispetto ad aprile.

Il chiaro segnale che le informazioni sono state trovate e lette da altre fonti. Se le persone sempre più vogliono leggere le notizie di oggi oggi, è la struttura intera della versione cartacea dei quotidiani generalisti che deve essere ripensata, rivoluzionata per adeguarsi ai nuovi percorsi di approvigionamento delle informazioni in un ambiente multipiattaforma. L’alternativa è l’estinzione.

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La Multimedialità in Italia

Eurisko Media Monitor ha presentato a fine giugno i risultati della ricerca “La multimedialità in Italia”. Lo studio è stato condotto tra febbraio e dicembre 2011 ed è stato realizzato con un campione di 10mila persone oltre i 14 anni alle quali sono state effettuate delle interviste personali e ben 280mila persone intervistate con metodologia CATI.

I risultati della ricerca sono stati incrociati con gli stili di vita Eurisko consentendo una mappatura accurata della dieta mediatica degli italiani  facendone uno strumento di assoluto interesse sia per il comparto editoriale che per quello pubblicitario.

Il rapporto, assolutamente da scaricare, leggere e digerire, complessivamente evidenzia un forte deterioramento dei “rapporti verticali” [con politica, aziende, ma anche con i media] a favore di “rapporti orizzontali”, caratterizzati da una maggiore partnership. Il tutto si è tradotto in un aumento della multimedialità. Situazione che implica di riflesso un’inevitabile contrazione dell’efficacia pubblicitaria, specialmente per quelle campagne basate su pianificazioni monomediali.

Contrariamente alle rilevazioni Audipress, la ricerca evidenzia un calo dei lettori di quotidiani dal 2009 al 2001. Flessione sia nel giorno medio [33,9% Vs. 26,4%], che nella settimana [61,4% Vs 41,5%] e nel mese [74,4% Vs 61,6], che interessa in particolare quella che Eurisko chiama “elite maschile” che nel biennio scendono da una penetrazione nel giorno medio del 50,5 del 2009 al 38,4% nel 2011. Calo che, contrariamente a quanto ipotizzabile, vede solo marginalmente internet come sostitutivo e molto più il DTT free, come approfondirò più avanti nella sintesi ed interpretazione, dei risultati, che già viene evidenziato dal grafico di sintesi sottoriportato.

Sempre per quanto riguarda i quotidiani, il rapporto fornisce anche i dati relativi ad esclusività e sovrapposizione nella fruizione della versione tradizionale cartacea e le versioni online e per tablet. Aspetti misurati specificatamente, ahimè, solo per cinque quotidiani, ma che comunque forniscono un quadro sufficientemente definito del contesto attuale visto che nel complesso le cinque testate prese in considerazione fanno circa l’80% del totale degli utenti dei siti dei quotidiani.

Si evidenzia come la quota degli esclusiviti per online e tablet sia estremamente ridotta. Per quanto riguarda le edizioni online coloro che leggono solamente su Internet uno di questi cinque giornali pesano nel giorno medio il 4% [+42,8% Vs 2009], mentre chi legge solamente la versione per tablet rappresenta un modesto 0,2% nel giorno medio.

Aumenta nel complesso il tempo dedicato ai media che passa dai 291 minuti del 2009 ai 301 del 2011. Aumento sul quale incide prevalentemente l’avvento del DTT free mostrando che in realtà la fruizione di televisione non è ancora satura come si sarebbe potuto pensare.

Più che di digital divide sembrerebbe necessario parlare di divario culturale e anagrafico. Rispetto ad una media degli italiani di 27 minuti al giorno spesi su Internet, coloro che hanno solo la licenza elementare ne spendono 6 [contro i 54 di chi ha una laurea] e gli over 64 anni ne trascorrono 5 [contro i 50 dei 18-24enni].

Eurisko identifica dieci stili multimediali raccogliendoli in 4 aree: stili tradizionali, stili centrali, stili giovanili e stili elitari. Sono proprio questi ultimi a mostrare la maggior dinamicità, la maggior crescita. In particolare sono “multimedialità iperselettiva” e “internet e gli altri media”   i due stili di consumo mediato che hanno la maggior evoluzione. Cluster, gruppi di persone che pesano attualmente oltre il 20% della popolazione. Potrebbero essere l’equivalente della “massa intelligente” identificata dal «The Economist», credo.

Da non trascurare che il 7,7% della popolazione italiana, che Eurisko definisce “l’élite tradizionale della società italiana”, mantiene una forte centratura sulla stampa, soprattutto quotidiani, elemento che va oltre il concetto di tempo speso con ciascun media che sarebbe inopportuno tralasciare.

Il rapporto si conclude con un’analisi centrata sulla televisione e traccia quello che viene definito come “il mondo dei due schermi”. Multimedialità e multikasking in salsa social che pare essere la vera grande novità emergente nel panorama mediatico nostrano. Una logica prevalente di abbinamento tra la fruizione audio/video e la dinamica “social” con chiare opportunità sul versante editoriale e sul versante pubblicitario. Meno entusiasmanti, allo stato attuale, anche se ricche altrettanto di opportunità, le dinamiche dei possessori di smatphones che l’istituto di ricerca liquida affermando che: “La comunicazione sul tema Smartphone ha sollevato forse un ottimismo superiore all’attuale realtà di fruizione da parte del pubblico”.

La relazione dei risultati della ricerca si conclude ricordando che è’ cruciale comprendere come il pubblico metabolizza e assimila i vari device, i diversi supporti. Impossibile non essere d’accordo, è questo l’elemento chiave di valore, e non solo il tempo speso come è stato prevalentemente sin ora, sul quale il mondo editoriale e quello pubblicitario devono concentrare sempre più la loro attenzione.

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