Ottimista

Il dialogo a distanza con Giuseppe Granieri, che mi definisce amichevolmente “ottimista”, ha il sapore di altri tempi, di quando i commenti si facevano sui blog e le risposte, le integrazioni, avvenivano prendendosi il tempo per riflettere con un post il giorno dopo. E’, anche, per questo motivo che voglio riprendere allargandolo, fornendo ulteriori elementi, il dibattito.

Il pessimismo, o meglio il realismo, di Giuseppe è confortato da un’articolo che descrive l’attuale stallo nella raccolta pubblicitaria online da parte dei quotidiani e da un’analisi accurata ed approfondita sulle difficoltà economiche del «The Guardian».

Il crollo dei ricavi [50 milioni di £ di perdite] del quotidiano anglosassone era uno degli aspetti che avevo avuto modo di evidenziare nella case study dedicata, recentemente realizzata per l’ European Journalism Observatory.

La stasi di raccolta pubblicitaria viene spiegata su Poynter come un fenomeno legato al calo dei prezzi per le aste al ribasso che vengono fatte nella vendita di spazi pubblicitari, motivazione veritiera ma non sufficiente. C’è sicuramente altrettanto saturazione dell’offerta e CPM troppo bassi che evidenziano la necessità di andare oltre gli stessi.

Se le motivazioni del mio ottimismo hanno trovato concretezza nell’esempio fornito ieri, l’articolo, ed i dati contenuti, del «The Economist»: “Non-news is good news” sono ulteriore supporto al ragionamento sul tema.

L’articolo si concentra maggiormente sui magazines [settimanali & mensili] ma fornisce elementi di qualificazione anche per i quotidiani, evidenziando come le notizie di per se stesse siano divenute una commodity al pari di riso o olio, registrando come le possibilità di recupero dei ricavi siano legate essenzialmente o alla capacità di generare grandi volumi di traffico che attirino gli inserzionisti o, in alternativa, di produrre contenuti specialistici di elevata qualità che le persone siano disposte a pagare; per il resto non pare esserci spazio in prospettiva.

E’ una delle le possibile conclusioni alle quali lo studio delle 8 testate realizzato per l’Osservatorio Europeo di Giornalismo negli ultimi due mesi porta nel complesso.

Scrivevo proprio stamane nel mio aforisma quotidiano, citando Paul Elouard, “Il passato è un uovo rotto, il futuro è un uovo da covare”.

Resto ottimista, almeno per lo scenario Europeo, anche per la versione cartacea dei quotidiani che dovrà essere ridefinita identificandone il ruolo in un’ottica multipiattaforma di convergenza tra le distinte versioni. Digital First Does NOT Mean Print Last, ecco dov’è l’uovo da covare.

1 Commento

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Una risposta a “Ottimista

  1. C’è un ulteriore fattore collaterale ed è che gli editori giocano senza conoscere bene le regole del nuovo gioco. Faccio un esempio: ci sono network che attraverso l’uso smart dei cookies identificano il lettore (l’utente) sulle pagine dei siti media, magari quelli che parlano di prodotti di lusso; ma poi lo seguono e gli somministrano l’impression quando lo stesso utente sta guardando le previsioni del tempo, o comunque su quei siti dove le impression vengono via a un tanto a tonnellata. Dunque l’editore sostiene i costi dei contenuti, attrae un pubblico qualificato, che però viene raggiunto pubblicitariamente da un’altra parte. Difendersi è relativamente facile, ma non sono certo che gli editori ne siano tutti consapevoli.

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