Archivi del mese: maggio 2012

I Media e la Rivoluzione Digitale

John Paton, amministratore delegato di Digital First Media, la seconda impresa d’informazione negli Stati Uniti con 10mila addetti, un fatturato di 1.400 milioni di dollari e 57 milioni di clienti sviluppato con 800 prodotti editoriali tra carta e online, intervistato dal «El Pais» spiega i successi del modello di business adottato dall’azienda da lui diretta.

Un approccio che, come dice già il nome, si fonda sulla priorità data al digitale realizzato sulla revisione completa, iniziata tre anni fa, demolendo completamente il preesistente per ricostruire tutto di nuovo partendo da zero.

Racconta Paton che più un contenuto è condiviso in Rete maggiore è il valore che genera, creando maggior traffico, maggiori visite e consentendo così di monetizzare e spiega che ora il 25% degli accessi arriva da social network.

Una rivoluzione che passa inevitabilmente per l’organizzazione e per le competenze delle persone inpiegate, che coerentemente con la strategia definita sono tutte con esperienza in ambito digitale, e che si trasforma in valore, in ricavi, con lo sviluppo di una propria piattaforma per la vendita della pubblicità che dopo aver generato il primo anno solamente 800mila dollari realizza ora 1,5 milioni di dollari ogni tre settimane [pari a 26 milioni annuali].

Il CEO di Digital First media conclude con elogi ad Alan Rusbridger e al «The Guardian» per la vocazione all’open journalism e la mancanza di timore nello sperimentare.

Sperimentazioni e creazione di comunità del quotidiano anglosassone che sono parte integrante, a mio avviso essenziale, anche di Digital First Media, anche se Paton nell’intervista, non lo dice, come testimonia la realizzazione dei newsroom cafè.

L’evoluzione è quella dai newspaper ai newsbrand come testimoniato dall’inglese Newspaper Marketing Agency, ora rinominata in Newsworks, associazione che mira a valorizzare i giornali presso agenzie pubblicitarie ed investitori pubblicitari, che prende atto del cambiamento, del passaggio ad un ambiente multipiattaforma e, appunto, introduce il concetto di newsbrand, di imprese, di marchi editoriali che offrono informazione, e soluzioni di comunicazione pubblicitaria, non più solo sulla carta ma sull’intera gamma di supporti informativi disponibili.

Un passaggio tanto innegabile quanto non trascurabile che dovrebbe essere visto in un’ottica di integrazione, di convergenza anzichè di contrapposizione con la carta come ahimè spesso avviene, come ricorda anche Jon O’Donnell, Direttore Commerciale, del «The London Evening Standard» che effettua in forte richiamo alla realtà attuale.

E’ la rilevanza, per il pubblico e per gli investitori, la chiave dell’era digitale. La qualità del discorso definisce inevitabilmente la qualità della conversazione, riportando così l’industria dell’informazione al centro degli interessi delle persone.

1 Commento

Archiviato in Comunicazione, Distribuzione Editoria, Passaggi & Paesaggi, Scenari Editoriali, Vendite Editoria

Dicotomie in Salsa Social

Google ha commissionato a Millward Brown una ricerca paneuropea sull’impiego nelle aziende di social media e, più in generale, degli strumenti social.

Lo studio, effettuato nella prima metà di marzo di quest’anno, ha coinvolto un campione di 2700 professionals dipendenti in aziende, di 8 segmenti di mercato diversi dai trasporti alle telecomunicazioni passando per beni di largo consumo e media/pubblicità, in Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda, Spagna e Svezia. Il peso di ogni nazione è stato attribuito in base al PIL della stessa. I risultati sono stati pubblicati il 15 maggio scorso.

L’indagine sfata il mito che i social media siano, nell’utilizzo da parte dei dipendenti, elemento di distrazione e di perdita di tempo, come ritengono molte imprese, che persistono a bloccarne inutilmente l’accesso che avviene ugualmente attraverso gli smartphones ormai diffusissimi, identificando il potenziale di questi mezzi, di questi strumenti di comunicazione sia interna che esterna per le imprese.

Italiani e spagnoli a pari merito guidano la classifica degli entusiasti nell’utilizzo dei social media. Complessivamente sono i professional di maggior seniority, di maggior anzianità a mostrare maggior interesse ad impiegare questi mezzi, le aziende che hanno una portata internazionale e che appartengono alla distribuzione [al commercio], al largo consumo ed a media/pubblicità.

Con accenti diversi si evidenzia una forte dicotomia tra le potenzialità attribuite e l’impiego che effettivamente se ne fa all’interno delle imprese. Una contraddizione che, se da un lato lascia sperare ad un utilizzo maggiore in futuro, dall’altro lato fotografa con precisione la situazione attuale di inesperienza ed incertezza già testimoniata dalla social media inability delle aziende del nostro Paese.

Un approccio poco strutturato alla materia come evidenzia, anche, Michele Boroni che parla di conversazione insostenibile, citando i risultati di un altra ricerca in materia, che si manifesta sia in chiave di comunicazione interna che per quanto riguarda l’utilizzo corporate dei social media come mezzo di comunicazione verso l’esterno dell’impresa.

Insomma, i social media sono apprezzati ma sottoutilizzati. Dicotomie in salsa social che stabiliscono l’attuale distanza tra i comprtamenti delle persone e quelli di molte imprese.

Lascia un commento

Archiviato in Comunicazione, Passaggi & Paesaggi

Digital & Open

Anche questa settimana all’interno della mia colonna per l’ European Journalism Observatory prosegue la serie di case studies sulle principali testate giornalistiche del vecchio continente.

Dopo aver analizzato, in ordine cronologico di pubblicazione, «Il Sole24Ore», «Le Monde», «El Pais» ed in ultimo il «Financial Times», questa settimana vengono esaminati i risultati, e le motivazioni degli stessi, di uno dei quotidiani generalisti più autorevoli a livello internazionale: il «The Guardian».

Ad un anno dall’annuncio dell’adozione di una strategia “digital first” il punto della situazione del quotidiano anglosassone.

Stiamo così creando all’interno dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo, credo di poter dire, un archivio liberamente consultabile di diverse posizioni ed approcci al “dilemma del prigioniero“, in modo da fornire a chi lo desideri gli elementi di base per il benchmarking rispetto alla propria realtà editoriale. Ci manteniamo anche noi, così come il «The Guardian», digital e open.

Buona lettura e buon lavoro.

Lascia un commento

Archiviato in Passaggi & Paesaggi, Scenari Editoriali

Pagare per Non Vedere la Pubblicità

Che la maggior parte della comunicazione pubblicitaria online sia inadeguata, come proposta attualmente, lo ha confermato recentemente il report della Nielsen: “Global Trust in Advertising and Brand Messages” che ha evidenziato come le forme più tradizionali di comunicazione pubblicitaria online [e mobile] sono quelle che godono di minor fiducia, e dunque impatto e valore, da parte delle persone.

A sugellare definitivamente la necessità di ripensare format e modalità dell’advertising arriva ora SkipIt, applicazione che, a pagamento, permette di saltare i video pre roll, gli annunci pubblicitari posti prima di un contenuto video.

Se già erano numerose le evidenze sull’invasività di questa forma di pubblicità online e su quanto risulti fastidiosa, e dunque inefficace, alle persone, i 273o fan sulla pagina Facebook dell’applicazione in circa un mese ne sono ulteriore conferma.

Nell’affannosa ricerca di nuove forme di ricavo l’industria dell’informazione è avvisata anche su questo, ancora una volta.

Lascia un commento

Archiviato in Comunicazione, Passaggi & Paesaggi

Informazione all’Italiana

L’attentato criminale di Brindisi, i cui contorni restano ancora oscuri, al di là dell’evidente rabbia mista a dolore per quanto avvenuto, fornisce un brutto spaccato dell’informazione nel nostro Paese.

Alcuni dati e delle considerazioni minime sulla giornata buia dell’informazione italiana.

Il picco massimo su Twitter è stato alle 13,20 con oltre 16mila tweet contenenti il termine Brindisi, di gran lunga inferiore l’attenzione verso Melissa Bassi con qualche centinai di mention come mostra il grafico di sintesi sottoriportato. Che la fonte d’informazione più segnalata in assoluto su Twitter sia un articolo della BBC credo sia già un primo indicatore di quanto scarso sia stato il valore dell’informazione nostrana percepito dalle persone presenti sulla piattaforma di microblogging.

L’articolo più condiviso in assoluto, secondo i dati di UAC Meter, è stato quello della pagina della cronaca locale di Bari di Repubblica con 65.678 condivisioni su Facebook, Twitter & Google+, la fonte all digital più citata – 26.625 condivisioni totali – un articolo dell’Ansa. Entrambi gli articoli hanno molto testo e importanza scarsa, o nulla, delle immagini.

Eppure tutte le edizioni online dei quotidiani non hanno esitato a saccheggiare i profili Facebook delle ragazze ferite ed anche di quella, ahimè, deceduta, in molti casi senza coprire, “pixelare”, il volto, guadagnandosi, tra l’altro, un’ammonizione scritta dal Garante sulla Privacy per averlo fatto, oltre allo sdegno del sottoscritto e di molti altri.

Sfruttando biecamente a fini meramente commerciali le tragedie non si rende un buon servizio alla comunità, ai cittadini che inevitabilmente, di riflesso, non assegneranno autorevolezza a questi media.

Come ho avuto modo di dire, non interessano le foto, interessa chi e perchè. Il bisogno è di capire non di vedere, l’informazione deve spiegare non mostrare.

 

Al momento della redazione di questo articolo, le cose non sembrano migliori per il terremoto di questa notte con l’informazione locale, le edizioni online dei quotidiani locali, assenti e, anche in questo caso le maggiori citazioni, oltre a quelle che arrivano direttamente dalle persone in loco, e condivisione prevalente di fonti estere, inglesi e spagnole, sulla notizia. A tutto c’è un perchè.

15 commenti

Archiviato in Passaggi & Paesaggi

La Conversazione è Musica

La conversazione e l’ascolto sono due elementi essenziali nelle reti sociali.

Un consiglio ripetuto a gran voce da chi si occupa professionalmente di comunicazione, incluso il sottoscritto, così tante volte da essere ormai scontato anche se poi, nei fatti, nella pratica quotidiana si osservano ancora numerosissime differenze tra quanto declamato e quanto effettivamente praticato. Un concetto che in qualche modo si potrebbe riassumere nell’idea che la conversazione è musica.

C’é chi ha applicato alla lettera il concetto realizzando un progetto di grande interesse sull’idea.

“The Listening Machine” è un software che attraverso complicati algoritimi analizza e classifica i tweet di 500 utenti inglesi trasformandoli in musica.Le 500 persone monitorate sono state scelte sulla base di 8 parametri distinti, 8 argomenti diversi che si sviluppano su Twitter: dagli affari alla politica, passando per scienza e tecnologia.

Viene prima analizzato “il sentiment”, negativo, positivo o neutrale, dei tweets e successivamente vengono classificati sulla base degli 8 precitati parametri che il programma si occupa di trasformare in intonazione eritmo musicale.

Un progetto straordinario che sarà attivo da maggio ad ottobre 2012 su «The Space», canale on demand sull’arte digitale realizzato dalla BBC.

A margine si segnala l’articolo scritto da Giuseppe Granieri: “6 bugie, falsi miti e racconti di fate su Twitter e il giornalismo”

Lascia un commento

Archiviato in Comunicazione, Passaggi & Paesaggi

Le Idee di La Repubblica

«La Repubblica», come era stato anticipato nel corso dell’ultimo Festival Internazionale del Giornalismo, lancia “La Repubblica delle Idee”, evento che richiama alla memoria l’open weekend recentemente organizzato dal «The Guardian».

Dal 14 al 17 giugno oltre 70 incontri nel centro di Bologna a cui parteciperanno le firme giornalistiche più note del quotidiano, artisti, uomini di cultura e persino il Presidente del Consiglio Monti.

Una kermesse all’insegna della relazione con i lettori come spiega il Direttore Ezio Mauro: “un occasione di incontro, non solo di incontri, la possibilità per i nostri lettori di incontrare i loro giornalisti di riferimento, scambiare opinioni” che parla di “appuntamento con la community”

La manifestazione ha già il suo hashtag ufficiale, anche se al momento le mention sono ancora scarse, e prevede una serie di eventi, chiamati “Twitter Time”, con l’interazione non solo del pubblico presente ma anche, come è ormai d’abitudine, “cinguettate” via Twitter.

Insomma interazione e partecipazione a tutto campo sono, saranno, il leitmotiv delle giornate del fine settimana di metà giugno.

I giornali, a prescindere dal loro format di distribuzione, non hanno altra scelta se non quella di tornare ad essere  perno centrale degli interessi delle persone, delle loro conversazioni e dei diversi gruppi, delle distinte comunità, sia in Rete che fisicamente come il caso diffuso dei cafè come punto d’incontro con le redazioni esemplifica e come il già citato open weekend realizzato  dal quotidiano anglosassone ha ulteriormente concretizzato.

Nelle due giornate trascorse recentemente con l’amico Daniele Chieffi, esperto professional di PR online, commentavamo proprio come le relazioni in Rete, le communities abbiano bisogno di “essere scaricate a terra” per funzionare davvero. Pare che a «La Repubblica» l’abbiano capito.

1 Commento

Archiviato in Comunicazione, Passaggi & Paesaggi