Archivi del mese: ottobre 2011

InterAzioni

L’articolo pubblicato in questi spazi, che evidenziava la distanza che esiste nella conversazione tra aziende e persone nei social media, con particolare riferimento all’area dei media, ha aperto un dibattito estremamente interessante  relativamente a quali metriche, quali criteri siano gli indicatori più corretti per determinare efficacia ed efficienza in quest’area della comunicazione d’impresa.  Le domande, gli spunti di riflessione proposti da Piero Taglia rappresentano un primo contributo al quale seguirà a breve un post a più mani, sollecitato da Stefano Mizzella, per continuare a parlarne, facendo convergere esperienze e punti di vista diversi, al quale hanno già dato la loro adesione, oltre al sottoscritto, diversi professionals che operano in  quest’area.

I risultati della ricerca, commissionata da eCircle, su modalità e livello di interazione via e-mail e social media può rappresentare, credo, un ulteriore elemento di riflessione, un  ulteriore spunto al confronto in  corso.

L’indagine, condotta in sei Paesi Europei, Italia inclusa, ha monitorato il “dialogo digitale”, la conversazione come viene definita, su  Facebook, Twitter ed email, raccogliendo opinioni e vissuto di 5mila persone relativamente alle loro abitudini ed impressioni relativamente alla relazione con le imprese attraverso i media digitali.

In tutti i Paesi coinvolti nello studio la quasi totalità dei rispondenticonsulta il proprio profilo almeno una volta alla settimana. Gli utenti italiani sono al primo posto per l’intensità di utilizzo [“almeno una volta al giorno”] e hanno in media molti più amici, contatti, per profilo rispetto agli utenti degli altri Paesi europei.

I sei mercati europei analizzati nello studio possono essere suddivisi in due gruppi: Germania, Francia e Paesi Bassi sono i Paesi dell’email [oltre un terzo degli utenti può essere raggiunto solo con email o newsletter] mentre Regno Unito, Italia e Spagna sono i Paesi “multi-canale” [la maggior parte degli utenti utilizza sia email che social media], indicazione non trascurabile per la definizione dellìartciolazione dei mezzi con i quali comunicare.

La raccomandazione finale è quella di focalizzare la propria attenzione più sulle motivazioni che sottostanno a determinati comportamenti di chi utilizza i social network. Un focus più sull’efficacia che sull’efficienza di utilizzo dei canali, dei mezzi a disposizione.

L’infografica sottostante, che rappresenta la sintesi dei risultati emergenti, evidenzia chiaramente come le attese siano di una relazione fondata su interazione, coinvolgimento e correttezza dell’informazione. Aspettative che, se incrociate con quanto rilevato dalle indagini più recenti, sembrano confermare il gap da colmare sulla percezione di ciò che appare rilevante alle imprese rispetto a quanto interessa alle persone. Ennesima conferma, a prescindere dal resto, dell’importanza fondamentale dell’ascolto.

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Il Dilemma del Prigioniero

Il dilemma del prigioniero è una pietra miliare della teoria dei giochi, illustra egregiamente il falso paradosso della probabilità contro la logica.

Un modello che pare perfettamente calzante all’attuale difficoltà di definire se e come sia possibile rimpiazzare i ricavi della carta con quelli del digitale.

Al 63° congresso mondiale WAN-IFRA di pochi giorni fa, il moderatore del panel sul riposizionamento dei giornali alla luce delle attuali evoluzioni ha posto la fatidica domanda su come, appunto compensare il declino dei ricavi derivanti dalla carta con i proventi del digitale. Nonostante la presenza di esperti di livello internazionale del settore la domanda, ancora una volta, è rimasta essenzialmente senza risposta.

Si tratta di un paradosso ancor più eclatante se si pensa che in generale i contenuti sono sempre più elemento chiave della scelta e della preferenza nella relazione tra persone ed imprese, ed al tempo stesso le aziende del comparto editoriale non riescono a dare valore aggiunto alla loro mission, quella, appunto, di creare e fornire contenuti.

Non resta che tirare la moneta ed augurarsi la fortuna della scelta giusta, come il dilemma del prigioniero consente tra le soluzioni possibili, o in alternativa ragionare su come tornare a generare il convolgimento delle persone rispetto alle notizie.  Più ci rifletto e più mi convinco su quale sia il percorso da seguire.

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InnovAzione sulla Carta

La realtà aumentata è la sovrapposizione di livelli informativi [elementi virtuali e multimediali, dati geolocalizzati, ecc.] all’esperienza reale di tutti i giorni.

Come ho già avuto modo di sottolineare, tra tutte le proposte sin ora sperimentate mi pare assolutamente la più convincente ed interessante sia per i contenuti informativi che per le proposte di comunicazione pubblicitaria.

Alle sperimentazioni attualmente in  corso con l’utilizzo di Blippar, che si concentra esclusivamente sulla fruizione di contenuti promo – pubblicitari, si aggiunge ora Paperboy.

L’applicazione per smartphones, anche in versione Android oltre che per iPhone, realizzata dagli svizzeri di Kooba, consente di memorizzare, condividere attraverso i principali social network ed avere accesso a contenuti integrativi sia articoli di giornali e riviste che pubblicità e cataloghi, come già realizzato per quello di Ikea. I dettagli sul funzionamento di Paperboy sono chiaramente illustrati nei video realizzati.

La prima fase del progetto prevede la partenza in partnership con 85 testate in lingua tedesca [Svizzera, Austria & Germania] mentre, a partire dalla metà novembre, dovrebbero essere on air 780 pubblicazioni statunitensi, inglesi e canadesi. A regime, grazie all’accordo raggiunto con Newspaper Direct, saranno circa 2000 i giornali di tutto il mondo che offriranno questo tipo di soluzione. Per quanto riguarda il nostro Paese, ad oggi, non è stato raggiunto alcun accordo e l’unica pubblicazione in lingua italiana disponibile pare essere il quotidiano free press del Canton Ticino «2o Minuti».

L’attuale penetrazione, e le grandi potenzialità della fruizione della Rete in mobilità, congiunte agli innegabili vantaggi della lettura su carta potrebbero finalmente realizzare la tanto auspicata convergenza per i quotidiani risollevando l’interesse, a parità di condizione, nei confronti di contenuti e pubblicità.

Spiega De Biase che c’è un’enormità di innovazione da fare e gli editori se non vogliono essere spiazzati dovranno cominciare a farla sul serio, questa è indubbiamente un’occasione per dimostrarlo.

L’innovazione non deve restare sulla carta ma essere perseguita, anche, sulla carta che può ora davvero “svecchiarsi” rendendosi nuovamente attraente per le persone e gli investitori pubblicitari.

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Coitus Interruptus

Non più tardi di ieri ribadivo, per l’ennesima volta, l’utilizzo prevalente dei social network come veicolo esclusivamente atto a promozionare i contenuti sul sito, per portare visitatori allo stesso invece che come mezzo di comunicazione e di relazione, di “conversazione”, da parte dei media.

Dopo i risultati diffusi la settimana scorsa relativamente ad un utilizzo prevalentemente inappropriato di Twitter da parte delle imprese,  arrivano ora i dati forniti da Socialbakers sul tasso di risposta delle aziende alle domande, ai commenti, all’interno delle “pagine ufficiali” su Facebook.

Come mostra il grafico di sintesi dei risultati, solamente il 5% dei dei commenti ottiene una risposta, ovvero il 95% NON la ottiene.

Risultati a dir poco deludenti che nel caso del comparto dei media, se possibile, peggiorano ulteriormente con un tasso di risposta medio inferiore all’1%.

Partendo dai dati precitati ho approfondito la situazione in Italia con specifico riferimento, ancora una volta, al comparto dei media.

Affermare che siamo allo zero assoluto non è un eufemismo in questo caso. I dati distinti per i primi 53 mezzi di comunicazione per numero di “fans” evidenziano tassi di crescita degli iscritti significativi a cui fanno da contrasto tassi di risposta dello 0,00% [si avete letto bene]. Si continua dunque a non prestare ascolto alle persone, anche, su Facebook. Non vi è traccia di socialità, di conversazione ma esclusivamente desiderio di promozionalità nella sua accezione più sterile, più bieca.

Il coitus interruptus della relazionalità sui social media in salsa nazionale.

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C’é Vita per i Quotidiani Online Oltre i CPM

La risposta fornita per, o meglio il tentativo di, un modello di business sostenibile per la versione online dei quotidiani, e più in generale dei giornali, pare fondamentalmente concentrarsi, ad oggi, sui volumi, sulle quantità di traffico, di accessi al sito web.

Le recenti mire espansionistiche del New York Times con l’edizione indiana, del Guardian in versione dedicata specificatamente agli USA,  El Pais verso l’America Latina, ed ora anche la globalizzazione dell’Huffington Post, rappresentano, nella mia decodifica,  l’evidenza più concreta di questo approccio. Lo testimonia, anche, l’utilizzo prevalente dei social network come veicolo esclusivamente atto a promozionare i contenuti sul sito per, appunto, portare visitatori allo stesso.

A mio avviso è una strada perdente sia poichè si basa su un approccio arcaico sia perchè, in specifico riferimento al nostro Paese, con CPM che mediamente sono tra i più bassi in Europa  diviene un percorso sostenibile, nella migliore delle ipotesi, per pochissimi soggetti, anche in prospettiva.

Come ho avuto modo di dire a più riprese, anche, per le imprese del settore la soluzione si chiama recupero, miglioramento della relazione con i lettori, con le persone, e loro coinvolgimento.

A conforto della visione proposta, quanto pubblicato recentemente da Alan D. Mutter, autorità riconosciuta del settore, che argomenta la sua tesi spiegando che la rincorsa verso  il traffico online ha posto le organizzazioni editoriali in una condizione di ” grandi audience e scarsi ricavi”. Un errore strategico nell’epoca in cui la fedeltà dell’utenza, la passione, il coinvolgimento sono la chiave per costruire un business sano e profittevole per le imprese editoriali.

Mutter riassume la formula di calcolo e valorizzazione su come misurare l’immisurabile:  il coinvolgimento del visitatore ad un sito web.

Σ(Ci + Di + Ri + Li + Bi + Fi + Ii)

Secondo la formula proposta il coinvolgimento è la funzione del numero di click [Ci], del tasso di ritorno al sito nel tempo [Di], della fedeltà complessiva  [Li], della conoscenza misurata della notorietà di marca [[Bi], della disponibilità a fornire un contributo in termini di feedback [Fi] e della probabilità di essere coinvolti in attività specifiche create per aumentare conoscenza, notorietà, e funzionali ad una maggior permanenza [Ii].

C’è vita per i quotidiani online oltre i CPM, iniziate, iniziamo, a rifare i conti e, soprattutto, a ridefinire le strategie.

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L’Estintore nella Rete

Stamane pressochè tutti i quotidiani nazionali del nostro Paese pubblicano in prima pagina la foto del dimostrante che lancia l’estintore ponendo in questo modo l’accento sul lato violento della manifestazione di ieri a Roma.

Una narrazione iconoclastica in cui coloro che i giornali stessi definiscono abitualmente come “il popolo della Rete” non pare si riconoscano nè si ritrovino.

Utilizzando strumenti diversi di monitoraggio è possibile verificare come, sia in termini quantitativi di citazioni che a livello di “sentiment”, di atteggiamento, il vissuto degli internauti, ed in particolare di coloro che utilizzano Twitter, sia distante dalla rappresentazione fatta quest’oggi dalla stampa quotidiana nazionale.

L’analisi quantitativa, effettuata con Topsy, dei tre termini legati alla manifestazione di Roma di ieri che Twitter segnala come temi di tendenza [Trending Topics] evidenzia riferimenti ben distinti con segnalazioni di informazioni e retweet che sono decisamente più equilibrati rispetto alla rappresentazione che  ne fanno i giornali.

Anche il sentiment, misurato con due tool diversi, mostra in entrambi i casi una prevalenza di neutralità con accenti negativi o positivi verso i fatti assolutamente marginali. Come conferma ulteriormente l’analisi dei top influencers e dei loro tweet.

Una differenza così marcata tra fonti che non può che far sorgere spontaneamente più di un interrogativo sul perchè di tale dicotomia a chi, come il sottoscritto, non si abbandona a facili semplificazioni.

Se i fatti di ieri siano o meno il frutto di una eclatante disorganizzazione della gestione dell’ordine pubblico orchestrata funzionalmente al fine di pilotare media e opinioni in una determinata direzione resterà a lungo una domanda senza risposta come sempre avviene in Italia, quel che è certo è la capacità del Web di controbilanciare gli assolutismi, le certezze pour cause fornite in pasto all’opinione pubblica nonostante, ad oggi, anche gli investimenti nel digitale si siano concentrati nel favorire ancora una volta equlibri ed equilibrismi preesistenti.

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The Monkeys that Wrote Shakespeare

Almost a month ago I reported on computer generated articles who’s autors claim it will probably win a Pulitzer in the next 5 years as Nicola Bruno and Raffaele Mastrolonardo  wrote in their book “The Monkey That Won a Pulitzer”.

Jesse Anderson a week ago has announced that, through an application he has written, he successfully mimicked a million monkeys typing and it has recreated all Shakespeare’s work.

Apparently he was inspired in his work by one of his favorite Simpsons episodes as the video below shows.

With the uprising of these technologies, which are very reliable for data or, as Anderson’s work shows, re elaborating existing sources, the concerns for journalists should be focused on  fact checking and engagement of those which, otherwise, were once their audience.

Recent experiment carried out by «The Guardian» is a good example of how to do it.

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Calcolare il Budget del Digital Marketing

Lo schema dei canali e mezzi di comunicazione online visualizza i diversi attributi delle opzioni che è opportuno considerare al momento della definizione dell’articolazione del web media plan.

Ulteriore supporto al processo di scelta dei mezzi e di allocazione delle risorse è offerto dal “Digital Marketing Budget Calculator”.

Lo strumento, partendo dall’assunto che gli investimenti di marketing pesino il 5% dei profitti nel B2B ed il 15% nel B2C, ipotizza che gli investimenti in comunicazione digitale debbano essere il 25% del totale del budget.

Sulla base di questi due presupposti, in maniera interattiva, inserendo segmento di mercato di appartenenza, localizzazione prevalente della clientela di riferimento [attuale e prospect], giro d’affari [fatturato] e orizzonte temporale degli investimenti, permette di calcolare il valore assoluto di spesa consigliato e lo spaccato dei diversi mezzi che la comunicazione digitale mette a disposizione.

Seppur inevitabilmente generico, ad esempio non considera che, a parità di condizione, se l’impresa è “all digital” [e commerce o altro], necessariamente la quota di investimenti in comunicazione digitale/online potrebbe essere vicina al 100%  del totale, rappresenta un utile ausilio al processo decisionale.

- Clicca per Accedere alla Versione Interattiva -

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Ode della Réclame

L’apparizione di Arianna Huffington, di passaggio in Italia dopo la puntata parigina per annunciare l’accordo tra «Huff Post» e «Le Monde», e il sorpasso apparentemente prossimo della pubblicità su Internet a discapito della carta stampata anche nel nostro Paese sono senza dubbio gli argomenti del giorno.

Approfondiamo.

Tra le diverse cose che A. Huffington ha detto durante la sua intervista allo IAB Forum in corso, spicca l’annuncio dello sbarco ormai prossimo anche in Italia dell’ «Huffington Post» grazie ad un accordo che seguirebbe la falsariga di quello raggiunto con «Le Monde».

L’Italia, gli editori italiani, lo dico senza mezzi termini, senza giri di parole, non hanno bisogno di questo. Non abbiamo bisogno di altre persone che vengano qui a proporre modelli di sfruttamento come dimostra la non risposta fornita durante l’intervista condotta da Antonello Piroso sulla class action dei blogger d’oltreoceano. Non ha bisogno di accordi che portino soluzioni “pret a porter”. I giornali italiani sono ben distanti dal comprendere la natura della socialità delle notizie, come conferma anche l’analisi pubblicata ieri da Vincenzo Cosenza. Il cambiamento deve essere culturale ed organizzativo, automotivato invece che importato pronto all’uso.

Anche i dati sul sorpasso nell’immediato futuro del Web sulla carta stampata vanno pesati.  Si tratta infatti di proiezioni tutte da verificare che si basano su dati parziali e che inglobano anche quella fetta di comunicazione, il search, che, come ho già sottolineato, non portano nessun vantaggio al comparto editoriale indifferentemente che sia “tradizionale” o “digitale”.

Quel che è certo invece è che nel nostro Paese vi sia uno dei rapporti più bassi tra adverting/pagine viste e utenti come illustra chiaramente la tavola di sintesi sottoriportata.

Ben vengano spunti, stimoli e, perchè no, incitamenti all’adozione di un mix di comunicazione che includa anche la Rete nel suo insieme, l’importante è che non si trasformino in un ode della réclame pour cause, l’effetto boomerang sarebbe in questo caso assicurato.

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Non Parlarmi NON Ti Sento

Maritz Research ha condotto un sondaggio online su 1298 utenti di Twitter che avevano “postato” sulla piattaforma di microblogging un reclamo, una lamentela relativa ad un’azienda, un marchio presente altrettanto su questo social media.

Secondo i risultati emergenti, il 71% delle aziende non risponde alle persone. Dati che confermano quanto era emerso da un’indagine simile condotta a marzo di quest’anno pubblicata su «Harward Business Review»

Evidenze deludenti che dimostrano quanta distanza ci sia ancora tra la teoria e la pratica della “conversazione” tra organizzazioni aziendali e persone.

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