Archivi del mese: agosto 2011

ShareApocalypse

Summify “tira la volata” al proprio servizio e mostra in un’infografica la massa infinita di informazioni che vengono condivise attraverso i principali social network.

Numeri tanto interessanti quanto impressionanti che forniscono la reason why, la motivazione, alla nascita dei promoted media come mezzo di comunicazione corporate necessario ad ottenere evidenza del proprio messaggio, per riuscire ad ovviare al sovraccarico informativo al quale gli internauti sono sottoposti anche nei social network:

Si genera così un apparente paradosso tra condivisione di contenuti e necessità di promuoverli sul quale si impone una riflessione: che sia in chiave di comunicazione aziendale o in un’ottica di porgere informazione in chiave giornalistica lavorare su criteri basati sulla rilevanza pare l’unica soluzione praticabile.

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Focalizzati sulle Competenze Tecniche

Sta ormai alla prima pagina del bignami sulle buone pratiche in ambito lavorativo la questione delle 3C:

  • Cononoscenze: Il sapere di un individuo
  • Competenze: La capacità “pratica” di saper applicare il sapere
  • Comportamenti: Modi di agire e strategie generali di azione dell’individuo nell’esercizio della sua professione

Secondo i risultati di una ricerca svolta dal National Council for the Training of Journalists [NTCJ], accreditato istituto di formazione alla professione giornalistica, per oltre 100 editori anglosassoni il focus è sulle competenze tecniche.

Il sondaggio online, al quale sono seguiti focus group di approfondimento in diverse città della Gran Bretagna, evidenzia come ai primi posti degli skill ritenuti rilevanti vi siano gli aspetti tecnici, quelli più tradizionali della professione giornalistica, mentre sono fanalino di coda l’interazione con i lettori, utilizzo delle tecnologie web based e social media.

Sono evidenze che definiscono la misura della distanza ancora da colmare tra comportamenti ed interessi dei lettori e quelli di molte redazioni.

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Didascalisco & Propedeutico

Stefano Quintarelli qualche giorno fa ha prodotto un interessante riflessione su quella che è la questione di fondo sulla quale l’editoria di tutto il mondo si interroga senza, ad oggi, trovare un risposta certa, una soluzione: se e come sarà possibile compensare la tendenza negativa delle pubblicazioni cartacee grazie all’online ed al digitale più in generale.

Nel farlo ha prodotto un’analisi didascalica della situazione attuale che considera entrambi i versanti, digitale e tradizionale, con particolare riferimento al panorama italiano.  Si tratta, a mio avviso, di spunti propedeutici ad ulteriori approfondimenti.

Seguo concettualmente lo stesso schema realizzato dal Direttore dell’Area Digital del Gruppo 24 ORE così da facilitare confronto, integrazione e sintesi.

Carta:

Come illustra la tabella di sintesi recentemente realizzata, i ricavi da vendita incidono mediamente per oltre il 60% del totale mentre le revenues dell’area elettronica ed online si assestano a poco più del 2%.

Oltre ai costi elencati da Quintarelli sono da aggiungersi i costi di distribuzione primaria e secondaria.  Il tema della distribuzione secondo me è centrale, a parità di condizione,  rispetto alla redditività attuale ed alle prospettive dei quotidiani, delle testate “tradizionali”.  Approfondiamolo:

In termini di sistema, le specificità della distribuzione delle testate nel nostro paese vengono descritte con tutti i dettagli del caso nel documento realizzato dall’ Antitrust su questo tema al quale vi rimando per  approfondimenti e spunti di riflessione che possono nascere dal confronto con le modalità utilizzate in altre nazioni.

Vale la pena di specificare che il canale distributivo tradizionale della stampa vede coinvolti quattro soggetti:

  • l’editore,
  • il distributore nazionale,
  • il distributore locale
  • le rivendite – le edicole.

Il processo distributivo può essere distinto in quattro fasi:

  • la definizione del piano diffusionale primario,
  • il trasporto al distributore locale,
  • la fornitura delle rivendite
  • la gestione delle rese.

Nella catena distributiva di quotidiani e periodici sono gli editori a svolgere il ruolo principale [channel leader]. L’editore si fa carico del rischio che deriva dalla difficoltà di adeguare l’offerta alla domanda consentendo al sistema distributivo il diritto di resa delle copie invendute. A fronte dell’assunzione del rischio commerciale [ma non economico e finanziario], l’editore detiene il controllo della politica distributiva, definendo i prezzi di vendita e la dimensione delle forniture, nonché conferendo esclusive territoriali per la distribuzione all’ingrosso relativa ad una determinata area geografica.

La struttura della distribuzione di quotidiani e periodici a livello nazionale risulta piuttosto concentrata. Due principali operatori, Press-Di e M-Dis, rappresentano oltre metà del mercato di prodotto editoriale distribuito da distributori nazionali, mentre il restante 45% è riconducibile a cinque altre imprese. In particolare, i distributori nazionali operanti in Italia sono M-Dis (33% circa del volume d’affari complessivo), Press-Di (24%), Sodip (17%), A&G Marco (11%), Parrini & C. (9%), Messaggerie Periodici Me.pe. (6%) e Pieroni (1%) partecipata a sua volta da M-Dis.

E’ un panorama che genera quello che Quintarelli, dotato di una miglior sintesi del sottoscritto, descrive in questo modo:

Se qualcuno vi dicesse c’e’ un business in cui

  • il cliente è intermediato,
  • non si hanno dati di vendita precisi se non dopo molto tempo dopo,
  • non si sa nulla dei clienti,
  • il rapporto con il cliente avviene a intervalli fissi,
  • i servizi devono essere venduti a pacchetto

Qui sta il punto.

Gli editori, coloro che hanno, così come lo abbiamo definito, il ruolo di channel leader sanno poco o nulla di quel che avviene quando il loro prodotto uscito dalle rotative viene caricato sui camion.

E’ evidentemente una situazione assolutamente anomala rispetto a quanto avviene in altri mercati anche di dimensioni inferiori a quello editoriale, è, altrettanto, una situazione che di fatto non consente di fatto una gestione del brand, del prodotto. Una situazione generata dallo strapotere della logistica con distributori nazionali e, se possibile, ancor più i distributori locali nel ruolo di feudatari che “tengono per le palle” [sorry per il francesismo, ma non trovo termine più efficace] gli editori inibendo, ostacolando il processo informativo necessario alla effettiva conoscenza del proprio business da parte di coloro che dovrebbero esserene detentori: gli editori, appunto.

La soluzione, come punto di partenza, è tanto semplice quanto, sin ora, inapplicata. Si chiama informatizzazione delle edicole.

L’informatizzazione delle edicole, consente, dialogo, comunicazione, e dunque conoscenza specifica, di ogni singola realtà.

L’informatizzazione delle edicole [ad oggi sono circa 5mila – su 32mila – quelle informatizzate con due applicativi distinti che dialogano solo con il distributore locale] consentirebbe all’editore di conoscere in tempo reale il venduto per ciascun punto vendita garantendo ottimizzazione del costo delle rese, l’attenuazione [o scomparsa] delle micro rotture di stock che paradossalmente caratterizzano le pubblicazioni alto vendenti.

L’informatizzazione delle edicole agevola la possibilità di sondaggi, di ricerche su argomenti ad hoc e favorisce l’implementazione di servizi a partire, per citarne almeno uno, dalla possibilità di effettuare in edicola il servizio di print on demand, che consentirebbe la quadra tra desiderio di personalizzazione da parte del lettore e mancanza di redditività che questo ottiene online nella sua declinazione all digital.

L’informatizzazione delle edicole consente, termine in voga, di disintermediare l’intermediazione, fare rete per dare voce, corpo e sostanza a questi concetti e a tutti quelli che è possibile aggiungere.

Altri fattori qualificanti sono stati precedentemente espressi e vengono qui di seguito ripresi, adattandoli al passare del tempo, alle evoluzioni intercorse, per facilità di lettura:

  • Censimento e stratificazione dei circa 35mila punti vendita al dettaglio che coprono il territorio nazionale, affinché per ciascuna realtà possano essere adottate le logiche di fornitura e distribuzione realmente adeguate alle esigenze nonchè si renda possibile l’implementazione di azioni di comunicazione, di merchandising, di vendita adeguate a realtà omogenee.
  • Introduzione di incontri mensili a livello provinciale tra giornalai, distributore locale e un editore a rotazione.
  • Creazione di un osservatorio permanente su il futuro dell’edicola e l’edicola del futuro composto da rappresentanti di tutta la filiera [inclusi giornalisti e concessionarie pubblicità] che con cadenza semestrale si confrontino, aggiornino e lavorino congiuntamente sul tema.

A questi aspetti, che per quanto possibile ho sintetizzato, andrebbe aggiunta l’introduzione di una figura di raccordo così come già implementato da Guido Veneziani Editore con ottimi risultati negli ultimi mesi.

Sono certo che effettuando questi interventi quello che, ad oggi, rappresenta mediamente l’80% dei ricavi sarebbe sostanzialmente migliorato e tutelato consentendo significativi recuperi contributivi alla filiera permettendo perciò di guardare con maggiore prospettiva e miglior solidità patrimoniale a tutte le evoluzioni future dell’ecosistema dell’informazione.

Se siete arrivati a leggere sin qui significa che si tratta di un tema che vi interessa e vi coinvolge, qualunque commento o integrazione è, come sempre, non solo gradito ma auspicato.

Nei prossimi giorni completerò la visione concentrandomi sugli altri due aspetti trattati da Quintarelli: comunicazione pubblicitaria e prospettive dell’editoria online/digitale.

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Nuovi Media & Nuovi Canali di Comunicazione

Ai concetti universalmente riconosciuti, ed adottati, proposti nel 2009 da Forrester relativamente alle diverse tipologie di mezzi e modalità di comunicazione, che, come noto,  effettuava la distinzione tra paid, owned ed earned media, di recente è stata effettuata un’integrazione alla classificazione introducendo gli shared media.

Arriva ora un’ulteriore aggiornamento a cura di Brian Solis che introduce i promoted media, quali ad esempio i promoted tweet introdotti recentemente da Twitter o le shared stories di Facebook.

L’infografica di sintesi riassume ruolo e significato di ciascun media come canale di comunicazion e aziendale.

Si tratta di un utile e doveroso aggiornamento che riflette, introducendo anche la gamification, i cambiamenti in corso.

Si basa sul presupposto tutt’altro che scontato che le imprese abbiano risorse per utilizzare il mix possibile dei canali di comunicazione e, soprattutto, che abbiano volontà e capacità di portare, in una logica di comunicazione integrata, messaggi personalizzati a persone diverse.  Ipotesi di lavoro che complessivamente allo stato attuale appare ben distante dalla realtà.

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Nowism: Social Media & Informazione

James Surowieck, giornalista statunitense di riconosciuta autorevolezza, fa risalire il momento in cui i social media sono divenuti una parte rilevante dell’ecosistema dell’informazione allo tsunami del 2005. Nella sua conferenza sul tema spiega che:

In the world of blogs, there’s going to be before the tsunami and after the tsunami, because one of the things that happened in the wake of the tsunami was that, although initially – that is, in that first day – there was actually a kind of dearth of live reporting, there was a dearth of live video – and some people complained about this. They said, sort of, you know, the blogsters let us down. What became very clear was that within a few days the outpouring of information was immense, and we got a complete and powerful picture of what had happened in a way that we never had been able to get before. And what you had was a group of essentially unorganized, unconnected writers, video bloggers, et cetera, who were able to come up with a collective portrait of a disaster that gave us a much better sense of what it was like to actually be there than the mainstream media could give us.

Si tratta di una tendenza sempre più marcata che, sempre per identificare tentativamente dei momenti topici di riferimento, dalla rivolta iraniana del giugno 2009 vede in Twitter il “news stream”, la fonte dalla quale attingere le notizie più aggiornate, per eccellenza.

Se indubbiamente rappresenta un arricchimento di fonti e punti di vista sugli avvenimenti di portata mondiale, Twitter [o forse sarebbe meglio dire l’utenza di Twitter?] sembra afflitto dalla sindrome di voler capeggiare a tutti i costi rispetto agli altri media nell’essere la prima fonte in ordine temporale a diffondere notizie rilevanti.

E’ un fenomeno diffuso che non appartiene esclsivamente ai social media ma è ormai caratteristica integrante di una tendenza generale più ampia classificata come nowism: il bisogno di gratificazioni ed informazioni istantanee e costanti ben sintetizzato dalla definizione che ne fornisce l’Urban Dictionary.

Ho verificato personalmente tra ieri e l’altroieri gli effetti devastanti che può avere sull’informazione con riferimento alle sommosse popolari che stanno portando alla caduta dell’attuale regime in Libia.

Lo streaming continuo di notizie dalla Libia su Twitter è caratterizzato da momenti di picco in seguito alla diffusione di informazioni particolarmente rilevanti che eccitano gli animi e la diffusione.  Eclatante e significativa a tale proposito la dinamica relativa alla presunta fuga all’estero di Gheddafi con una prima indiscrezione che ottiene ben 2452 [a questo momento] retweet diventando di fatto notizia e generando, oltre alla mia ironia,  una ridda di indiscrezioni, di bufale, nate su Twitter e riprese dai mainstream media frutto della riconcorsa al primato nella notizia.

Il nowism rischia di uccidere l’informazione con un rumore di fondo costante  di voci ed illazioni che si ricorrono annullando di fatto  la positività di un flusso informativo condiviso e diffuso. Si tratta di una situazione che viene ben sintetizzata da Carlo Dante nel suo «Minime Pervenute»: “In principio fu il verbo, poi il discorso, poi l’affermazione, poi l’informazione, infine un chiasso infernale”.

Difficile dire se si tratti di un appendice dell’effetto auditel per l’informazione online, di propaganda, o, più semplicemente, di un inevitabile passaggio verso la maturità, verso una maggiore consapevolezza, del ruolo dei social media nell’ambito più strettamente informativo in chiave giornalistica.  Certamente rappresenta una deriva potenzialmente dannosa da tenere in considerazione alla quale attualmente non resta che porre rimedio affidandosi a fonti sul campo e di riconosciuta affidabilità.

- Anteprima della Prima Pagina del NYT del 22.02.2011 -

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Spunti per una Contromanovra Possibile

Chi lavora in azienda molto probabilmente avrà sentito parlare di zero-based budgeting o budget a base zero che dir si voglia.

E’ una logica di formulazione del budget che si distingue da quella tradizionalmente utilizzata che invece si basa su una logica incrementale in funzione delle spese, degli investimenti sostenuti storicamente.

Personalmente sono stato chiamato un paio di volte in passato alla sua applicazione con specifico riferimento al budget di marketing ma ovviamente si estende all’insieme dell’impresa, dell’organizzazione nel suo complesso. Nella mia esperienza ha una valenza estremamente interessante soprattutto in tempi di crisi, in momenti in cui non si è in grado di sostenere lo stesso livello di investimento, lo stesso budget di spesa dell’esercizio in corso e/o degli anni precedenti poichè costringe ad un’analisi più approfondita della struttura dei costi e degli investimenti.

In un momento nel quale si è arrivati a tre manovre finanziarie in meno di sei settimane e pare in arrivo con buona probabilità una quarta versione, l’utilizzo per i conti dello stato di criteri di budget a base zero potrebbe essere fortemente consigliato, anche se immagino che i suoi detrattori pour cause ricorderebbero che richiederebbe tempi di attuazione non compatibili con lo stato di emergenza, trascurarando di dire che l’emergenza si è creata grazie ad anni di disinteresse all’economia del paese, come basta ricordare, per restare in tema, la lunga assenza di un responsabile per lo sviluppo economico all’interno dell’attuale coalizione di governo.

Personalmente tra le diverse proposte circolate in questi giorni e raggruppate nella definizione di contromanovra  non ho dubbi su quale sia la migliore alternativa sia in termini economici che sociali. Potrebbe essere ragionevolmente adottata per gestire l’attuale emergenza, intaccando in misura inferiore delle proposte che sono circolate sin ora la già difficile situazione dei cittadini, e consentire i tempi per una revisione dei conti dello stato basata su modalità di zero based budgeting.

Se voleste verificarne la bontà,  online è disponibile una vasta scelta di simulatori e di giochi simulazione che offrono la possibilità di sperimentare in prima persona le opzioni e le differenze di risultato che ne derivano per le finanze pubbliche.

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Se il Coinvolgimento del Lettore è Mal Interpretato

Ad Age riprende i risultati di un’indagine svolta da Ipsos Observer tesa ad investigare livello di partecipazione dei lettori dei quotidiani online in termini di propensione ed interesse a commentare gli articoli.

Ben il 63% dei lettori non pare commenta mai o quasi mai gli articoli proposti e il 50% del campione dichiara indifferenza rispetto all’ipotesi di eliminare la possibilità di commentare, caricare  foto e video…etc. Tendenza che è omogenea a tutte le fascie d’eta ad esclusione di coloro tra i 18 ed i 24 anni.

Sulla base dei dati emergenti sarebbe dunque legittimo ipotizzare l’inconsistenza delle teorie che vedono nella partecipazione e nella co-creazione dei lettori elemento centrale del nuovo ecosistema dell’informazione.

Si tratterebbe di un’interpretazione tanto fuorviante quanto pericolosa per il futuro dei giornali e, più in generale, per lo sviluppo futuro dell’informazione.

I commenti sul sito al fondo del tema proposto sono solo una delle possibilità, opzione scarsamente esercitata non perchè non vi sia interesse o partecipazione bensì perchè viene esercitata in modo diverso utilizzando principalmente piattaforme di microblogging e social network. Le persone commentano indirettamente attraverso Twitter e gli altri strumenti disponibili. Si tratta di una tendenza sempre più consolidata che, banalmente, chiunque abbia un blog ha certamente avuto modo di constatare.

E’ un elemento che pone l’accento sulla necessità di ascoltare e non solo promuovere i propri contenuti  attraverso i social media ed evidenzia la necessità di nuovi approcci e strumenti per un maggior coinvolgimento dei lettori all’interno del sito web dei quotidiani.

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