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Il Giornalismo è una Conversazione a Due Vie

La filosofia del «The Guardian»: digital e open, è stata oggetto di una delle 8 case history analizzate nella mia rubrica per l’European Journalism Observatory.

Il giornale diretto da Alan Rusbridger dopo aver realizzato, a luglio 2012, l’ennesimo passo verso l’apertura ai contributi dei lettori con #smarttakes, strumento di aggregazione, di curation dei contenuti, per raccogliere analisi e commenti dei lettori in un unico spazio via Twitter, prosegue senza esitazioni sulla strada del giornalismo partecipativo.

E’ di ieri infatti l’annuncio del lancio di una piattaforma per i contenuti generati dagli utenti. I lettori saranno in grado di inviare fotografie, video e testi direttamente ai giornalisti del quotidiano anglosassone attraverso il sito web dedicato o  grazie ad applicazioni gratuite per smartphone sia Apple iPhone che Google Android.

Guardian Witness

GuardianWitness, questo il nome della piattaforma, è integrato direttamente nel sistema di gestione dei contenuti del «The Guardian», il che significa che i giornalisti possono visualizzare e selezionare in tempo reale al momento del caricamento i contributi degli utenti per i loro articoli. Gli utenti sono incoraggiati a presentare contributi per le “breaking news” e altri temi – come quello di questa settimana sui grattacieli – suggeriti ogni settimana dall’editor della redazione. Tutti i contenuti presentati vengono verificati dai coordinatori della comunità prima di essere pubblicati.

Joanna Geary, social and communities editor del giornale, ha dichiarato che:

GuardianWitness rafforzerà ulteriormente il nostro riconoscimento che il giornalismo è ormai una conversazione a due vie e aprirà il nostro sito come non abbiamo mai fatto prima. Non solo questo renderà ancora più facile per i nostri lettori essere coinvolti nel nostro giornalismo e formare comunità sia locali che globali di interesse comune, ma fornirà anche ai nostri giornalisti un nuovo fantastico strumento, fornendo loro spunti e punti di vista ai quali forse ancora non hanno ancora accesso.

Il giornalismo è una conversazione a due vie. I contenuti sono la base, la reputazione e la comunità, le chiavi del successo.

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Le 3 C dell’Informazione per il 2013

La fine dell’anno si sa è epoca di bilanci e di previsioni per il futuro. Il bello di fare delle previsioni scritte è che poi restano lì ed è possibile a distanza di un anno verificarne fondatezza o meno. Mettete pure dunque, se credete, questo articolo tra i preferiti così da venirmi a tirare per la giacchetta se del caso l’anno prossimo di questi tempi.

Ho provato a raccogliere i pensieri, a mettere insieme i vari pezzi del puzzle di un anno tanto stimolante concettualmente quanto deprimente economicamente per l’industria dell’informazione e, come anticipa il titolo, sono arrivato a credere che il 2013 sarà caratterizzato fondamentalmente da “3 C”:

  • Convergenza
  • Coinvolgimento
  • Citizen Journalism

Convergenza

Come ricordavo nel mio speech al convegno dell’ Associazione Nazionale Editoria Periodica Specializzata, un racconto è convergente quando vengono distribuiti gli stessi contenuti all’interno di piattaforme diverse.

Credo non possa esserci dubbio che, in prospettiva, il futuro dei quotidiani si giocherà sulla capacità di realizzare sinergie, convergenza, tra le versioni digitali e quelle tradizionali, utilizzando ciascun mezzo, ciascuna versione a supporto dell’altra. I diversi supporti non sono, non saranno, alternativi ma complementari.

Convinzione che, oltre che dai risultati dello studio della The Professional Publishers Association, che mostra come le due piattaforme [tablet e carta] si combinino tra loro per ampliare il repertorio di lettura, viene ulteriormente rafforzata dalla pubblicazione, solo di ieri di ben due ricerche.

Una prima, realizzata dal The Pew Research Center’s Project for Excellence in Journalism, pubblicata ieri, mostra come anche coloro che leggono le notizie in mobilità su tablet e smartphones prevalentemente prediligano, anche nel caso degli under 40, dei giovani, un’esperienza di lettura che è simile a quella della carta. Studio, tra l’altro, conferma quanto precedentemente emerso circa la preferenza di lettura da browser, dal web, invece che attraverso le app.

La seconda, realizzata dall’ Online Publishers Association a giugno di quest’anno, che ricorda la bassa propensione all’acquisto di applicazioni dedicate e che consiglia dunque la proposta di pacchetti che includano la versione cartacea.

Ne spiega molto bene le implicazioni Felix Salomon che argomenta, come sempre egregiamente, perchè non avremo un “tablet-native journalism”, un giornalismo specificatamente dedicato e realizzato esclusivamente a questa piattaforma, a questo device.

La capacità dunque di realizzare un prodotto editoriale che sia apprezzato, di qualità, e fruibile in egual maniera indipendentemente da dove è distribuito, complementare anche ai diversi momenti di lettura dell’informazione che, ancora una volta, si integrano tra loro, sarà, è, uno dei punti chiave.

Giornalaio Pubblico 9 Dic 2012

Coinvolgimento

E’ questo attualmente uno dei più gravi problemi dei quali soffre l’informazione. Forse il principale tallone d’achille.

Se i tempi di permanenza sui siti dei quotidiani online sono un chiaro indicatore del basso livello di coinvolgimento, aspetto che si conferma anche dalla elevata percentuale di lettori che arrivano dai motori di ricerca [e dai social network?] indice di scarsa fedeltà alla singola testata, i dati pubblicati da eMarketer ieri sul tempo speso anche per quanto riguarda le diverse categorie di applicazioni chiudono il cerchio.

Emerge come a livello mondiale la categoria delle applicazioni di notizie rappresenti solamente il 2% del totale, con giochi e social network ad assorbire oltre due terzi del tempo.  Chiaro ulteriore indicatore del problema.

Come ho avuto modo di sottolineare a più riprese, in tal senso, a mio avviso, le leve su cui operare sono fondamentalmente due.

Creazione, ed alimentazione, di comunità d’interesse all’interno del sito del giornale e implementazione di tecniche riconducibili alla gamification, che può essere elemento di grande ausilio poichè l’ applicazione all’informazione consente di approfondire l’esperienza del lettore, delle persone, crea coinvolgimento e partecipazione, migliorando complessivamente di riflesso le performance di business aziendali.

Senza engagement non c’è partita, non c’è, qualunque esso sia, un futuro dei giornali. Deve essere questa la priorità assoluta, credo davvero, per il 2013

Tempo per App

Citizen Journalism

Lo spiegava a chiare lettere alla tre giorni sul giornalismo digitale organizzata da «Varese News» recentemente, con tanta semplicità quanta efficacia, Angelo Cimarosti, co-fondatore di YouReporter, affermando che “nessuna testata al mondo può avere 40mila collaboratori sparsi sul territorio a raccogliere, filmare, fotografare, le notizie in tempo reale”. Basta guardare un qualunque telegiornale nazionale per verificare quanto sia vera questa affermazione, con la copertura di eventi atmosferisci, terremoti e tantissimi altri fatti di cronaca che senza il giornalismo partecipativo sarebbe nulla o tardiva.

Un’informazione di qualità e partecipata, open, che convinca e coinvolga il lettore, le persone, è il terzo elemento discriminante che può fare la differenza sia in termini di rapporto costi/ricavi che a livello di value proposition, la proposta di valore che offriamo alle persone.

Un processo di co-creazione che dovrebbe essere l’essenza di quello che comunemente si racchiude nella definizione di Web 2.0 per troppo tempo colpevolmente trascurato, anche, dai giornali e ricercato sempre più dalle persone.

Il 2013 sarà, dovrà essere, l’anno in cui provi rimedio hic et nunc.

Labirinto Borges

Ne riparliamo, anche, alla fine dell’anno prossimo.

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Aperture Responsabili

Sempre meno diamo per scontato che le informazioni che ci arrivano dalle “fonti ufficiali” siano corrette sia sotto il profilo dell’imparzialità che ancorpiù della veridicità. L’era del “l’ha detto la televisione”, come sinomimo di fattualità oggettiva è sempre meno valida per una quota crescente degli italiani.

Se vengono dunque a mancare i gatekeepers chi stabilisce cosa sia “la verità“? Secondo molti questo obiettivo può essere raggiunto con una maggiore apertura, in termini di coinvolgimento e contribuzione delle persone, di quelli che ci si ostina a chiamare audience, da parte di giornalisti e giornali.

E’ proprio quello che hanno deciso di fare al «Corriere della Sera» che da ieri ha annunciato di voler aprirsi ai contributi dei lettori, dei cittadini, per la verifica dei fatti. Scelta di coraggio ed, appunto, di grande apertura quella della versione online del quotidiano milanese che ha scelto di utilizzare la piattaforma di fact checking realizzata dalla Fondazione Ahref ed attiva da maggio di quest’anno dopo la presentazione al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Iniziativa che, come spiega, Alessandro Sala, giornalista del Corsera, non sostituisce il dovere dei giornalisti di verificare fonti e fatti prima della pubblicazione [elemento che by the way non mi pare sia entrato nel dibattito-scontro in corso sul DDL diffamazione] ma arrichisce, integra l’informazione rendendola più veritiera anche solo, banalmente, grazie all’inserimento di fonti che propongano la notizia da una prospettiva diversa ed ovviamente mediante controlli incrociati di documenti e fonti non citate originariamente.

Online nel mondo ci sono alcuni esempi di piattaforme di fact checking ma tutte, o quasi, con una redazione alle spalle. Civic links invece  è la prima che prova a far collaborare la comunità per verificare un fatto. Alla base di tutto stanno i media civici di Ahref, luoghi che stanno emergendo dopo i social network e che provano a aiutare e abilitare i cittadini a fare civismo attraverso la produzione di contenuti fatti con responsabilità.

Attraverso Fact checking, dopo averne giustamente condiviso i principi di legalità, accuratezza, indipendenza e l’imparzialità, che vengono spiegati al momento dell’iscrizione della registrazione alla piattaforma, ogni utente può verificare un fatto contenuto in un articolo, in un video, in una trasmissione tv. Può verificarne l’attendibilità portando delle fonti che aumentino l’attendibilità della sua verifica.

Dietro a tutto questo sta il meccanismo della reputazione. Ogni iscritto ha un profilo e un livello di reputazione, gestita da profondi algoritmi, che aumenta con la produzione di contenuti, di commenti, di verifica, di fact checking.

Per avere ulteriori chiarimenti sulla collaborazione tra «Corriere della Sera» e Fact checking ho contattato Michele Kettmaier, Direttore Generale della Fondazione Ahref.

Il primo dubbio, che ho visto circolare anche su Twitter, è che potesse essere almeno in parte un’operazione che mascherasse collaborazioni senza che vi fosse il giusto riconoscimento economico. Perplessità alla quale Kettmaier mi risponde “qui alla base non c’è business nè per RCS e tantomeno per Ahref che è no profit”

Rimossi dunque possibili pregiudizi il Direttore Generale della Fondazione Ahref mi spiega che la piattaforma non ha un accordo di esclusiva con il quotidiano di Via Solferino e che “la piattaforma è a disposizione e personalizzabile a tutti quelli che desiderano usarla” aggiungendo che “ti dico che un altro paio di quotidiani nazionali oggi ci hanno chiamato per chiederci se potevano averla anche loro, quindi è aperta e disponibile per tutti, nessuna esclusiva per il Corsera”.

Un ulteriore aspetto che mi interessava approfondire era relativo alla possibilità di incentivare, di motivare la partecipazione all’iniziativa. Al riguardo mi si risponde che “per ora non è previsto nessun incentivo ma stiamo lavorando per poter offrire piccoli modelli di startup per giovani che ci vogliono provare” come ad esempio “un ragazzo che vuole metter in piedi una piccola redazione di fact checking può usufruire della piattaforma, personalizzarla con il suo marchio e vendere i fact chek che fa”, proseguendo “tutto da studiare, piccoli modelli di sostenibilità da provare e incentivare, non per diventare ricchi ma sostenibili un po alla volta; io credo di si, che sia giusto almeno provarci”. Se posso dirlo assolutamente anche io.

Al momento della redazione di questo articolo sono due i temi lanciati da Corriere.it ai quali è possibile fornire il proprio contributo di questa importante iniziativa nella quale il giornale pare davvero credere, al punto da metterci la faccia del suo Vicedirettore. Al momento però, purtroppo, i contributi ricevuti sulle proposte sono scarsi, anzi nulli, e sarebbe davvero un peccato se il coraggio e la bontà dell’iniziativa dovessero essere frustrati sul nascere.

A mio avviso è necessario lavorare sulla motivazione [non in termini economici] delle persone incentivandole, spingendole a dare il proprio contributo. A monte, da quello che si ascolta dalle interviste fatte in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia su come verificano l’informazione e le notizie che leggono, è evidente che c’è un diffuso problema culturale.

Ennesima evidenza di come la maggior quantità di informazioni disponibili non corrisponda necessariamente una popolazione maggiormente informata, al quale si aggiunge il fatto che se la Rete disintermedia al tempo stesso spinge su un senso di responsabilità che in prima battuta pochi sono disposti ad accettare.  Fattori dei quali è necessario tenere conto da più di un punto di vista per intervenire adeguatamente al rispetto.

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Il Valore delle Opinioni

Le dichiarazioni di Lucia Annunziata nell’intervista rilasciata a «Prima Comunicazione» di questo mese:

I blogger sono una parte essenziale del nuovo progetto.[...] I blog non sono un prodotto giornalistico, sono commenti, opinioni su fatti in genere noti; ed è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati

hanno fatto il giro d’Italia sollevando un vespaio sia tra i giornalisti, già sul piede di guerra per la tanto attesa normativa sull’equo compenso, che ovviamente tra “i blogger”. Gli amici di LSDI/Dig.it hanno raccolto buona parte degli interventi più significativi sul tema.

Al tempo stesso il «The New York Times» nell’ obituary, nell’articolo di commemorazione per la morte di Arthur Ochs Sulzberger, a lungo [1963-1992] editore del quotidiano statunitense che sotto la sua guida, tra l’altro, ha ottenuto 31 dei 108 Premi Pulitzer, la più prestigiosa onorificenza nazionale per il giornalismo, si chiude con una citazione di Sulzberger:

I think that paper and ink are here to stay for the kind of newspapers we print. There’s no shortage of news in this world. If you want news, you can go to cyberspace and grab out all this junk. [...] You’re not buying news when you buy The New York Times. You’re buying judgment. [Non state comprando notizie quando acquistate il NYTimes. State comprando giudizi, opinioni]

Credo che questo sia ancora più vero nella fase attuale dove molto spesso, pur con tutte le limitazioni del caso, il giornalismo partecipativo ed in particolare il video/foto citizen journalism, arriva inevitabilmente prima di giornali e giornalisti sulla notizia il più delle volte.

Come ho avuto modo di dire, il bisogno è di capire non di vedere, l’informazione deve spiegare non mostrare o riportare. Se questo, come credo, è un punto cardine per la qualità dell’informazione, sarà bene riconsiderare il valore delle opinioni.

Sempre in tema, si segnala, ad integrazione delle segnalazioni di LSDI, l’articolo: “Il McHuffingtonPost e i blogger non retribuiti”.

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Notizie Sociali

SO News è una nuova piattaforma creata recentemente di giornalismo partecipativo.

Chiunque può fornire il proprio contributo caricando il proprio articolo o segnalandolo all’account su Twitter. Gli utenti, i contributori possono vedere le notizie in  tempo reale ed aggiungere il loro contributo, integrare le informazioni per renderla maggiormente dettagliata e approfondita. La schermata sottostante illustra la newsroom, la redazione sociale con le due colonne di articoli ed i tweet ed una terza dei commenti.

Non manca il controllo di qualità delle informazioni, assolutamente indispensabile per iniziative di questo genere, e ciascuna notizia deve essere stata controllata almeno da due fonti diverse prima della pubblicazione.

Forte attenzione alla tempestività dell’informazione con un’impaginazione che privilegia la cronologia delle notizie rispetto alla gerarchizzazione delle stesse come normalmente avvviene sia sulla carta che nel layout classico dei siti web dei quotidiani e delle fonti d’informazione. In testa, nell’header vengono evidenziate le tre top “SOcial stories” che hanno attirato il maggior interesse e generato le maggiori discussioni, il numero più elevato di commenti.

Iniziativa interessante e innovativa da seguire con attenzione che, ahimè, ancora una volta nel processo di crowdsourcing tralascia la parte relativa alla co-remunerazione; aspetto che, come ho sottolineato a più riprese, non ritengo corretto poichè se l’impresa trae profitto, direttamente o indirettamente, dai contributi forniti è giusto che riconosca una parte del valore creato a chi lo ha di fatto generato.

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Open Journalism, Curation dei Lettori e Sostenibilità Economica

La filosofia del «The Guardian»: digital e open, è stata oggetto di una delle 8 case history analizzate nella mia rubrica per l’European Journalism Observatory a maggio di quest’anno.  Già allora emergeva la bontà concettuale dell’approccio del quotidiano anglosassone a cui facevano da contraltare le difficoltà a rendere sostenibile economicamente il percorso.

Il giornale diretto da Alan Rusbridger ha annunciato, da ieri, l’ennesimo passo verso l’apertura ai contributi dei lettori con #smarttakes, strumento di aggregazione, di curation dei contenuti per raccogliere analisi e commenti dei lettori in un unico spazio via Twitter.  Iniziativa che conferma la determinazione nel perseguire l’obiettivo intrapreso e che mostra, insegna per meglio dire, al resto del mondo editoriale come sia possibile coinvolgere efficacemente il pubblico.

E’ sempre lo stesso Rusbridger ad annunciare, quasi contemporaneamente, perdite per 44, 2mlioni di £ per il 2011 [56,4 milioni €] in ulteriore peggioramento rispetto ai £31.1 milioni del 2010. «The Guardian» ha registrato un calo del 17,7% delle diffusione della versione cartacea nell’ultimo anno, crollo al quale la crescita dell’audience online non è riuscita a sopperire neppure in questo caso.

La crescita dei ricavi dal digitale [+16,3%], che ora pesano circa un quarto del totale, ancora una volta non compensa il calo della versione tradizionale cartacea. Il perchè è presto detto, neppure una testata di tale levatura, ed audience [60,8 milioni di utenti unici nel mondo], riesce a spuntare dei CPM che diano un contributo economico che renda sostenibile il giornale nella sua evoluzione. Una situazione che se esaminata dalla lente dell’ARPU peggiora ulteriormente con soli 0,60€ per utente online.

Che «The Guardian» abbia in corso una ristrutturazione sia dell’area marketing che vendite del quotidiano è un’indicazione preziosa per non rischiare di mischiare “capre e cavoli” rischiando di arrivare alla frettolosa conclusione che sia il modello open a non essere praticabile, quel che è certo è che sia necessario costruire modelli di comunicazione, e metriche, che consentano di andare oltre i CPM.

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Open Journalism e Partecipazione

Inizia oggi “Dig.it”, il primo evento nazionale interamente dedicato al giornalismo digitale in Italia. Due giornate dense di appuntamenti con 12 panel con tantissimi ospiti tra i quali Mario Tedeschini Lalli, Massimo Mantellini, Vittorio Pasteris, Guido Scorza, Marco Pratellesi, Luca De Biase e tanti altri ancora.

Occasione di analisi e di confronto davvero importante per fare il punto sulla trasformazione in atto nel mondo dell’editoria e del giornalismo online e nel rapporto fra informazione e società, che ha già raccolto un grande interesse con 450 addetti ai lavori che, sin ora, si sono registrati per partecipare all’evento.

Stamattina, dopo l’apertura, il primo panel è dedicato a: “Open journalism e partecipazione: le nuove frontiere del giornalismo digitale nel contesto italiano”. Confronto al quale sono stato, come sempre incautamente, invitato a fornire il mio contributo come relatore e per il quale ho preparato lo slideshow sottostante.

Oltre alla mia presentazione, ed a tutte quelle che verranno rese disponibili nel corso delle due giornate, per coloro che non potessero essere presenti il convegno potrà essere seguito in streaming sia su Intoscana che su Sesto tv.

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Il Kit del Giornalismo Partecipativo [e dintorni]

Il «The Guardian» prosegue senza esitazioni sulla strada del giornalismo partecipativo.

Dopo aver creato ad ottobre dell’anno scorso «n0tice», open community per la condivisione di notizie locali e non solo, poi aperta a tutti dal marzo di quest’anno, ora mette a disposizione “the open journalism toolkit”, un set di strumenti per il giornalismo partecipativo.

L’iniziativa, secondo quanto dichiarato, si rivolge sia alle persone che ad altre organizzazioni editoriali e persino alle imprese che volessero utilizzare questi strumenti per realizzare campagne di coinvolgimento del pubblico di riferimento a livello locale.

Il set di strumenti comprende un tool per la realizzazione di mappe co create, uno per creare bacheche virtuali di aggregazione e condivisione di contenuti e mette a disposizione dei programmatori le API [l'interfaccia di programmazione] per ulteriori sviluppi e applicazioni della piattaforma e per la condivisione dei contenuti sugli altri social network. A breve sarà resa disponibile anche l’applicazione per smartphones.

Che la soluzione, anche per le imprese del comparto editoriale, sia nel recupero, miglioramento della relazione con i lettori, con le persone, e loro coinvolgimento, anche, attraverso la creazione di communities proprietarie è una delle tesi che sostengo da tempo. A questo punto del percorso ritengo però necessario entrare maggiormente nel merito di alcuni aspetti che caratterizzano queste iniziative, incluse quelle pregevoli del quotidiano anglosassone.

C’é un aspetto di metodo. La co creazione, quella genuina, vera, si realizza a partire dall’inizio del processo coinvolgendo le persone, il pubblico di riferimento sin dallo stato embrionale del progetto chiedendo loro ed interfacciandosi su quello che vorrebbero veder realizzato e dunque sono disponibili a partecipare attivamente a realizzare. Questo sin ora, in ambito editoriale, non mi pare sia mai stato realmente effettuato.

Se le modalità descritte non vengono portate avanti in questo modo, in realtà il processo resta top down e dunque, a mio modo di vedere, non realmente aperto e partecipativo.

C’é, anche, un aspetto di merito. Il saving economico ottenuto grazie alla collaborazione gratuita, non remunerata, del “reporter-lettore e le revenues aggiuntive che queste iniziative apportano, come sottolineavo al Festival Internazionale del Giornalismo,  devono finalmente includere criteri di revenues sharing, di condivisione anche dei ricavi che si generano e non solo “ricchi premi e cotillons”.

«The Guardian», ha pensato anche a questo, sin ora, in attesa del lancio di Etalia, mi pare l’unico ad averlo fatto.

Attraverso la comunicazione, il trasferimento mutuo di contenuti, la relazione, si diviene leader del contesto economico e sociale, si trasmettono dei valori di riferimento che consentono di influenzare il rapporto con le persone, con i pubblici di riferimento. Non è necessario rifarsi alle più avanzate teorie di social media marketing, basta andarsi a leggere la storia di Adriano Olivetti e dell’impresa che portava il suo nome per capirlo.

Le “rivoluzioni”, qual’è quella che sta trasformando l’ecosistema dell’informazione, si fanno con le persone non a spese loro.

A margine, come complemento informativo, si consiglia la lettura di: Guardian’s open journalism is a failed business model.

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I Media e la Rivoluzione Digitale

John Paton, amministratore delegato di Digital First Media, la seconda impresa d’informazione negli Stati Uniti con 10mila addetti, un fatturato di 1.400 milioni di dollari e 57 milioni di clienti sviluppato con 800 prodotti editoriali tra carta e online, intervistato dal «El Pais» spiega i successi del modello di business adottato dall’azienda da lui diretta.

Un approccio che, come dice già il nome, si fonda sulla priorità data al digitale realizzato sulla revisione completa, iniziata tre anni fa, demolendo completamente il preesistente per ricostruire tutto di nuovo partendo da zero.

Racconta Paton che più un contenuto è condiviso in Rete maggiore è il valore che genera, creando maggior traffico, maggiori visite e consentendo così di monetizzare e spiega che ora il 25% degli accessi arriva da social network.

Una rivoluzione che passa inevitabilmente per l’organizzazione e per le competenze delle persone inpiegate, che coerentemente con la strategia definita sono tutte con esperienza in ambito digitale, e che si trasforma in valore, in ricavi, con lo sviluppo di una propria piattaforma per la vendita della pubblicità che dopo aver generato il primo anno solamente 800mila dollari realizza ora 1,5 milioni di dollari ogni tre settimane [pari a 26 milioni annuali].

Il CEO di Digital First media conclude con elogi ad Alan Rusbridger e al «The Guardian» per la vocazione all’open journalism e la mancanza di timore nello sperimentare.

Sperimentazioni e creazione di comunità del quotidiano anglosassone che sono parte integrante, a mio avviso essenziale, anche di Digital First Media, anche se Paton nell’intervista, non lo dice, come testimonia la realizzazione dei newsroom cafè.

L’evoluzione è quella dai newspaper ai newsbrand come testimoniato dall’inglese Newspaper Marketing Agency, ora rinominata in Newsworks, associazione che mira a valorizzare i giornali presso agenzie pubblicitarie ed investitori pubblicitari, che prende atto del cambiamento, del passaggio ad un ambiente multipiattaforma e, appunto, introduce il concetto di newsbrand, di imprese, di marchi editoriali che offrono informazione, e soluzioni di comunicazione pubblicitaria, non più solo sulla carta ma sull’intera gamma di supporti informativi disponibili.

Un passaggio tanto innegabile quanto non trascurabile che dovrebbe essere visto in un’ottica di integrazione, di convergenza anzichè di contrapposizione con la carta come ahimè spesso avviene, come ricorda anche Jon O’Donnell, Direttore Commerciale, del «The London Evening Standard» che effettua in forte richiamo alla realtà attuale.

E’ la rilevanza, per il pubblico e per gli investitori, la chiave dell’era digitale. La qualità del discorso definisce inevitabilmente la qualità della conversazione, riportando così l’industria dell’informazione al centro degli interessi delle persone.

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Buone Pratiche Quotidiane

Nell’evoluzione in corso da media a rete sociale che molti quotidiani stanno affrontando è essenziale aprirsi al pubblico anche attraverso quello che viene chiamato open journalism o giornalismo partecipativo a seconda dell’idioma preferito.

«The Guardian», sulla falsariga di quanto già adottato da «El Pais», da un lato, prosegue con coerenza straordinaria, senza esitazioni, il proprio percorso di apertura e trasparenza nei confronti dei lettori  e, dall’altro lato, riporta all’edizione online, al sito web del quotidiano la centralità di “luogo” che favorisce il contatto e la relazione  con e tra le persone sulla base dei loro distinti interessi, dimostrando concretamente la fondamentale differenza tra essere online ed essere parte della Rete.

Il trattenimento sul sito web è inoltre il vero indicatore del valore della relazione, e dunque parametro di assoluta rilevanza anche nel rapporto con gli inserzionisti, con gli investitori pubblicitari.

Dimostrazioni di SociAbilità che spesso sono, appunto, riferibili a realtà esterne al nostro Paese come conferma, anche, l’indagine presentata da Vincenzo Cosenza al Festival del Giornalismo sull’utilizzo di Facebook da parte dei quotidiani nostrani che mostra come prevalentemente vi sia un utilizzo teso solo a vederne le potenzialità esclusivamente come fonte di traffico, mezzo unidirezionale per portare visitatori alle proprie edizioni online invece che relazionale nel senso prprio del termine.

Fortunatamente buone pratiche quotidiane crescono anche nel nostro Paese contribuendo a guardare con maggior ottimismo al futuro dell’informazione in Italia. E’ il caso del quotidiano locale [che fa parte del circuito GetLocal Espresso -Repubblica] «La Provincia Pavese» che ha lanciato un iniziativa sulla città vista dai cittadini che, oltre ad essere d’interesse per la qualità della realizzazione, a giudicare dal numero di segnalazioni, ha avuto un buon successo e certamente ha incrementato numero di visite e tempo di permanenza sul sito del quotidiano in questione.

Oltre alla geolocalizzazione sulla mappa delle situazioni critiche vissute, o viste, dai cittadini, esiste un filtro per categoria: dai rifiuti alle trappole per ciclisti passando per parchi e sicurezza ed il report dettagliato di ciascuna segnalazione. Ottimo anche il sistema di segnalazioni concepito che offre diverse alternative dal tweet con hashtag #raccontapavia [che a onor del vero pare poco utilizzato] all’app per smartphone o per i più tradizionali un indirizzo mail o un modulo da compilare disponibile sul sito.

Un buon esempio di creazione di una comunità all’interno di un sito web di un giornale, che dimostra che il problema non è economico ma culturale, di approccio, quando certe cose non vengono fatte. I budget sono una scusa, una giustificazione al fatto che è la volontà che manca all’interno dell’organizzazione in realtà.

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