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Tyrannosaurus Rex

Ieri, dopo tanta attesa, è stata approvata in Germania la legge sul copyright sul Web  che in molti avevano ribattezzato “legge anti-Google”.

Rispetto alle intenzioni iniziali ed alle attese degli editori tedeschi la legge è stata “annacquata” e, come riferisce il «The Financial Times», all’ultimo momento nella legge è stato inserito un paragrafo che consente ancora di pubblicare piccoli porzioni di testo, estratti, senza chiedere permesso e pagare una fee per farlo.

La definizione di estratto e la sua quantificazione in termini di numero di parole darà probabilmente spazio ad una negoziazione tra Google e gli editori teutonici per quanto riguarda Google News, così come già avvenuto in Belgio ed in Francia recentemente, che non è difficile prevedere si concluderà con l’ennesima vittoria di Pirro.

Fonti notizie USA UK Germania

Gli editori, alla disperata ricerca di fonti di ricavo, vogliono far pagare Google per la pubblicazione dell’anteprima dei loro contenuti anche in Italia, con la FIEG schierata in prima fila nella “sacra battaglia”, e più in generale nel resto d’ Europa.

Google News genera se miliardi di click verso i siti d’informazione ed i criteri dell’algoritmo tendono a favorire i media tradizionali portando di fatto un vantaggio non indifferente agli stessi.

Claudio Giua, Direttore sviluppo e innovazione del Gruppo Editoriale L’Espresso, è intervenuto recentemente sulla questione affermando che più che di Google News, che “non fa pubblicità, quindi non sottrae risorse agli editori”, ma di Google in generale e della sua straordinaria capacità di capacità di monetizzazione di contenuti altrui grazie alla “posizione di monopolista della ricerca in rete e di semi-monopolista della pubblicità sulla rete”.

Peccato che di fatto la rilevanza in termini di ingressi pubblicitari per Google dalle notizie sia scarso o nullo come ha ben spiegato [qui tradotto in italiano] Frédéric Filloux che ha analizzato le ricerche effettuate dagli utenti e le keywords, le parole chiave di maggior valore, vendute a maggior prezzo da Google. 

La miglior sintesi su come affrontare la questione è stata espressa da Louis Dreyfus, CEO di «Le Monde» dopo l’accordo raggiunto in Francia che spiega “…questo accordo non cambia il modello economico della stampa e coloro che si basano sugli aiuti, siano essi il fondo di Google o i fondi statali, per tirare avanti sbagliano. I media possono contare solamente su se stessi e sulla capacità di rinnovare la propria offerta per uscire dalla crisi”.

Concetto che già nel 2007 Don Tapscott e Antony D. Williams in “Wikinomics” esprimevano ricordando un concetto, che volendo ben vedere dovrebbe essere basico, tra i fundamentals di qualunque impresa, scrivendo che è la creazione di valore [aggiunto] per il cliente, per le persone, NON il controllo la risposta da dare nella digital economy.

Che molti editori, molte testate, a cinque anni di distanza non l’abbiano ancora compreso è oltremodo preoccupante, indice di mentalità da Tyrannosaurus Rex che rischia di portarli all’estinzione come mostra il video sottostante nella meravigliosa animazione 3D.

Update: Il NYTimes spiega che la legge “anti Google” è passata solo al Bundestag, non al Bundesrat e quindi non è ancora ratificata. inoltre al Bundesrat hanno la maggioranza i verdi ed i socialdemocratici e quindi, per quanto “annacquata”, non è detto che passi. Credo che, comunque, il mio ragionamento resti valido. Comment is free!

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Strutturale & Chiaro-Veggente

Nielsen, come certamente molti sapranno, ha diffuso i dati degli investimenti pubblicitari per mezzo del 2012.

Rispetto al 2011 si assiste ad un calo, ad un tracollo, a doppia cifra per tutti i mezzi televisione inclusa. Anche internet, per quanto riguarda Display, Performance e Classified/Directories, frena bruscamente e dai tassi di crescita double digits del primo semestre chiude al +5,3%  il totale anno a causa delle forti flessioni dei mesi di novembre [- 8.3%] e dicembre [- 10.3%].

ADV nielsen-tot2012

Il commento ai dati di Alberto Dal Sasso, advertising information services business director dell’istituto di ricerca e rilevazione, è stato riportato, facendo copia e incolla fondamentalmente [come d'abitudine?], da tutti i principali organi d’informazione ed ovviamente dalle testate specializzate:

In termini reali vale a dire che, al netto dell’inflazione (ISTAT), si torna addirittura a livelli del 1991; questo fa quindi pensare ad un cambio strutturale e non congiunturale nella sua composizione.

Nel commento c’è un termine che è la chiave di comprensione del problema, è la parola strutturale.

Spiega il dizionario che struttura in termini economici identifica “l’insieme dei fattori che determinano le caratteristiche di un sistema economico o di un mercato e ne caratterizzano i rapporti interni”. Aspetto che la derivazione etimologica del termine consente ulteriormente di approfondire poichè spiega che in fisiologia il significato è quello di “disposizione delle parti, dei tessuti e degli elementi organici che entrano nella composizione dei corpi viventi”.

Come sempre non ne faccio una questione semantica. Cambio strutturale significa fondamentalmente che vi è un cambiamento dal quale non si torna più indietro poichè il mutamento non è momentaneo ma, appunto, strutturale.

Scrivevo a giugno 2012, nella conclusione del commento ai dati degli investimenti pubblicitari del primo quadrimestre dell’anno, che: “Il mondo cambia”.

Aspetto che ho avuto modo di approfondire verso la fine di gennaio di quest’anno a commento dei dati delle rilevazioni degli investimenti pubblicitari in Italia suddivisi per mezzo per i primi 11 mesi del 2012 ed il relativo confronto con il pari periodo del 2011, affermando: “Vi sono elementi strutturali di cambiamento nel processo di relazione e comunicazione tra persone e brand, imprese, alle quali gli attuali format di comunicazione pubblicitaria, anche online, non sono in grado di dare una risposta utile. La pubblicità diviene sempre più, nella migliore delle ipotesi, un fastidio da sopportare per poter fruire di contenuti che interessano le persone”.

Credo sia questa l’interpretazione più corretta del commento prodotto da Nielsen ai dati diffusi. Credo altrettanto che per trovare forme e format di comunicazione d’impresa, o pubblicitaria se preferite, sia necessario disintermediare l’intermediazione attuale e creare un rapporto consulenziale, uscendo dalla attuale logica di venditori di spazio e/o di pixel, tra editori ed imprese, investitori pubblicitari, che consenta di sperimentare giochini stupidi che funzionano [et similia].

New Business Model

Sempre a proposito di cambiamenti strutturali e di chiaro-veggenza, di chiarezza di visione, dice l’amico Marco Dal Pozzo che “ci ho preso” anche per quanto riguarda il NYTimes. Tema ben analizzato da Nieman Journalism Lab.

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Divieti Medievali

Come accennavo qualche giorno fa, sto lavorando, anche, alla produzione di un libercolo. Il libro, in uscita a fine marzo 2013, nasce con l’obiettivo di far conoscere la realtà di una delle reti commerciali al dettaglio di maggior capillarità nel nostro Paese descrivendo la vita di chi ci lavora, raccontando la realtà di tutti i giorni della filiera editoriale tradizionale per fare il punto della situazione su uno degli argomenti più trascurati ed aiutare il lettore a comprenderne le dinamiche.

Ne verrà ripercorsa la storia dalla nascita delle edicole ai giorni nostri, analizzando se e  come si è evoluta la filiera editoriale nel nostro Paese, quali sono state le criticità risolte e quali invece i problemi non affrontati ancora irrisolti, per tentare di immaginare le edicole del futuro ma anche il futuro delle edicole e di riflesso dell’editoria su carta stampata negli anni a venire.

All’interno del libro, a cavallo tra l’istant book ed il longform journalism, ho pensato di raccogliere le testimonianze degli addetti ai lavori del settore che infatti sto contattando in questi giorni. Qui sta il punto.

Grazie ad un’amica invio per mail lo schema d’intervista, una decina di domande, alla segretaria di un’importante dirigente di un distributore nazionale, coloro che si interfacciano e gestiscono la logistica tra editori e distributori locali che poi a loro volta consegnano alle singole rivendite, alle edicole, per chi non lo sapesse.

In meno di due ore ricevo la seguente risposta:

Buongiorno dott. Santoro.

Il dott. XXXX La ringrazia per la proposta e la considerazione dimostrata, ma purtroppo la policy aziendale non gli consente di rilasciare interviste.

Cordiali saluti

L’episodio è la più concreta testimonianza di quanto e come questo settore sia pervaso da logiche medievali che non a caso vivono ancora sulla tradizione amanuense.

Già due anni fa al Festival Internazionale del Giornalismo del 2011, in qualità di moderatore del panel “Chi vende le notizie. Distribuzione dell’informazione: visioni & modelli per la convergenza editoriale” avevo tentato di invitare a fornire un loro contributo al dibattito ed al confronto sul tema rappresentati dei distributori nazionali e locali ottenendo solamente dinieghi o addirittura nessuna risposta.

Ora la storia si ripete. Come si suol dire, se una volta è un caso due fanno un indizio. E’ l’indicazione di una chiusura a riccio frutto di una mentalità medievale testimoniata, anche, dal fatto che nessuna delle due associazioni che riuniscono i distributori abbia un sito web. Nè l’Associazione Distributori Nazionali A.d.n. e neppure la principale, l’A.NA.DIS, l’Associazione Nazionale Distributori Stampa hanno una presenza in Rete.

Per confronto si veda cosa succede oltralpe da parte della Société Professionnelle des Papiers de Presse, l’omologo francese delle due associazioni precitate, che ha un sito web estremamente ricco di informazioni e che mostra quale sia il livello di servizio, l’informatizzazione e le logiche al di là del confine.

E’ anche paradossalmente il segnale, nel caso specifico, di aziende, attive nel mercato dell’informazione, con logiche di controllo dell’informazione bolsceviche.

Divieti medievali sintomo, evidenza di miopia grave, di un’arretratezza culturale che non lascia sperare niente di buono per il futuro dei giornali qualsiasi esso sia.

divieti

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Sovvertire l’Ordine [dei Giornalisti]

In occasione dei 50 anni della legge istitutiva dell’ Ordine dei Giornalisti la scorsa settimana sono stati presentati i risultati della la ricerca “I giornalisti italiani, l’etica professionale e l’informazione on line” [via].

L’indagine è stata realizzata tra il 7 e il 19 gennaio 2013 tramite 1.681 interviste on line somministrate a un campione di giornalisti italiani: per il 57,9% professionisti, per il 35,3% pubblicisti, per il 6,8% praticanti o altro.

Lo studio si divide in due parti: la prima riguardante l’etica e la deontologia professionali, la seconda focalizzata sull’informazione via Internet e sulle sue conseguenze sul mondo dei media e della professione. Sul sito dell’ODG sono liberamente scaricabili sia la sintesi dei risultati che gli oltre 130 grafici di dettaglio, come sempre, se riuscite a ritagliarvi mezz’ora di tempo consiglio di leggere i secondi che consentono di approfondire.

Per quanto riguarda l’etica e la deontologia professionale dei giornalisti dei sedici comportamenti analizzati nessuno è presente in misura rilevante secondo la maggioranza dei giornalisti: anzi, in 15 casi su 16 non si raggiunge il 29% e in 11 casi addirittura il 19%. Dunque, a parere di gran parte della categoria in Italia il lavoro giornalistico non è messo in grado di rispettare adeguati standard etico-deontologici. Lo conferma la valutazione dell’etica relativamente ai diversi media – espressa tramite voto da 1/minimo a 10/massimo – secondo la quale solo la radio ottiene un voto medio di sufficienza [6.2] mentre i periodici specializzati arrivano a 5.7, i quotidiani a 5.4, Internet a 5.3, i periodici non specializzati a 5.1, la televisione pubblica a 4.8, la televisione privata a 4.1.

Colpisce la differenza, in molti casi davvero significativa, tra le persone, i lettori, ed i giornalisti relativamente a quali siano le azioni necessarie per accrescere l’etica. Come mostra la tavola di sintesi sottostante l’opinione di cosa sia necessario fare è davvero molto diversa. Un possibile indicatore della attuale distanza tra pubblico, tra “clienti” [i lettori] ed “i fornitori” [i giornalisti].

Miglioramenti Etica Giornalismo

Una distanza che si aggrava pesantemente per quanto riguarda l’importanza delle diverse caratteristiche dell’informazione, delle notizie. Da parte dei giornalisti viene attribuita una forte rilevanza alla comodità di fruizione delle notizie, con il 76,2% dei rispondenti che ritiene molto o abbastanza importante che le notizie siano facili da trovare, veloci da trovare e comode da leggere e, per contrasto, nel 51,8%   dei casi ritiene che sia poco o per niente importante che siano vere, verificate, serie ed affidabili, aspetto quest’ultimo che, giustamente, è invece rilevante per il 75,7% della popolazione.

Anche su livello di approfondimento delle notizie, sulla loro affidabilità e, significativamente, sul rispetto della dignità delle persone la divergenza di opinioni non è trascurabile come illustra una delle due tabelle di sintesi dei risultati sul tema riportata qui sotto. La tavola sinottica degli indici – slide 55 – mostra come solo per il 12,3% dei giornalisti sia molto importante l’utilità dell’informazione fornita; percentuale che scende al 10,8% per quanto riguarda l’approfondimento. Sono tutti aspetti pericolosamente preoccupanti, credo davvero, sulla deriva dei professionisti dell’informazione.

Importanza caratteristiche notizie

Sono aspetti che vengono confermati nell’analisi del profilo d’immagine dei diversi media. In particolare per quanto riguarda Internet e l’informazione online, giudicata molto o abbastanza in crescita dal 95% dei rispondenti, emerge forte concentrazione sul contenitore e sul modo di porgere e scarsa importanza del contenuto. Non sorprende che dunque, di riflesso, solo il 37,1% del campione ritenga che nei prossimi cinque anni sempre più italiani saranno disposti a pagare per avere su Internet notizie e commenti di qualità o comunque da da loro desiderati – vd slide 122 -.

Distanza che è confermata dal profilo ideale dei diversi media che era emerso dall’indagine “Ping pong tra carta e rete”, realizzata sempre da Astra Ricerche, a metà ottobre 2012.

E’ davvero necessario sovvertire, urgentemente, l’ordine [dei giornalisti].

Profilo d'Immagine Internet

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La Crisi è Economica o di Valori?

A metà di questa settimana Nielsen Media Research ha rilasciato i dati delle rilevazioni degli investimenti pubblicitari in Italia suddivisi per mezzo per i primi 11 mesi del 2012 ed il relativo confronto con il pari periodo del 2011.

Se già nel progressivo dei primi undici mesi dell’anno scorso la situazione era davvero critica con  gli investimenti in televisione  che registrano una flessione del -15,3% e quotidiani e periodici rispettivamente al -16,9% e – 17,8%, anche l’advertising online [display+ performance+ classified] per la prima volta dopo anni di crescita in calo dell’8,3%.

Arrivano ora i dati dell’ Osservatorio FCP Assointernet relativi a tutto il 2012. Il mese di dicembre registra una flessione del -10,3% confermando e peggiorando la performance del mese di novembre e  portando il totale del 2012 ad una crescita del 5,3%.

Pur restando l’unico mezzo con una variazione positiva, il calo a due cifre del mese di dicembre, mese in cui tradizionalmente la spesa pubblicitaria cresce per incentivare i consumi natalizi, fa riflettere.

Seppure l’assenza di dati sul valore della search, di Google, e di Facebook nel nostro Paese non  consenta di avere un quadro completo della situazione, resta la negatività del dato, che certamente non lascia ben sperare per gennaio 2013, e induce inevitabilmente a riflettere sulle possibili cause ed implicazioni dello stesso.

Ovviamente la costante crisi economica che stringe, anche, l’Italia è inevitabilmente una concausa del calo degli investimenti pubblicitari che inizia a colpire anche l’online ma non credo che da sola basti a spiegare.

Con CTR che hanno valori nell’ordine dello zero virgola zero zero l’inefficacia della comunicazione online nella sua forma più tradizionale, display, è ampiamente dimostrata da tempo. Il trasferimento di forme e formati della comunicazione pubblicitaria all’online è assolutamente fallimentare, inadeguata come proposta, come confermato dal report  Nielsen: “Global Trust in Advertising and Brand Messages” che ha evidenziato come le forme più tradizionali di comunicazione pubblicitaria online [e mobile] sono quelle che godono di minor fiducia, e dunque impatto e valore, da parte delle persone.

Vi sono elementi strutturali di cambiamento nel processo di relazione e comunicazione tra persone e brand, imprese, alle quali gli attuali format di comunicazione pubblicitaria, anche online, non sono in grado di dare una risposta utile. La pubblicità diviene sempre più, nella migliore delle ipotesi, un fastidio da sopportare per poter fruire di contenuti che interessano le persone.

La crisi è economica ma anche di valori. Sarà meglio lavorarci sopra alla svelta.

Ads Don't Work

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L’[Un]Social Media Marketing dell’Informazione Italiana

Terminata la pausa natalizia ritorna la mia rubrica per l’European Journalism Observatory. Si inaugura il 2013 con un’analisi di un campione di alcune testate nazionali, sia all digital che non, cercando di verificare comportamenti, strategie messe in atto e livello di coinvolgimento delle persone su Facebook e Twitter.

L’infografica sottostante sintetizza i principali risultati mentre i dati completi ed il commento agli stessi sono disponibili sul sito dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo.

Infografica Engagement Informazione Italiana

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Le 10 Prime Pagine che Hanno Fatto il Giro del Mondo nel 2012

233 Grados, “superblog” specializzato sull’attualità dei media e del mondo editoriale, ha pubblicato prima di Natale le 10 prime pagine che hanno fatto il giro del mondo per la loro rilevanza o anche per le polemiche che hanno generato.

Nella speciale classifica, che in qualche modo riassume anche l’anno informativo, figura la copertina del settimanale satirico francese «Charlie Hebdo» che ridicolizzava il profeta Mahoama e che generò proteste e violenze nel mondo arabo e, sempre per restare in Francia, la prima pagina di «Liberation» che a caratteri cubitale “consigliava” a Bernard Arnault “chasse-toi riche con” [vattene ricco coglione], o ancora la recente prima pagina del «New York Post» che decise di mettere a tutta pagina la foto di un uomo che stava per essere investito dalla metropolitana.

Il podio della classifica, il primo posto spetta però ad «Il Giornale» del 3 agosto di quest’anno che sopra la fotografia delprimo ministro tedesco Angela Merkel recava a caratteri cubitali la scritta “quanto reich” con chiaro riferimento al nazismo e che ovviamente fece infuriare i tedesci e fu ripreso in tutto il mondo non esattamente come esempio di eccellenza giornalistica, per usare un eufemismo.

No comment!

Il Giornale 4° Reich

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Canta che ti Passa?

Se solo una settimana era stata l’intera redazione del «Financial Times Deutschland» a salutare nel giorno della chiusura del quotidiano con irriverenti riverenze e una prima pagina il cui colore dominante era il simbolo di un futuro nero, è ora quella del «The Daily», il quotidiano per tablet lanciato in pompa magna da Murdoch che con oggi cessa le pubblicazioni, a dire addio ai propri lettori.

La nota diffusa dai vertici aziendali non chiarisce quante delle 120 persone che lavoravano al progetto perderanno il posto di lavoro e quanti saranno invece riassorbiti al «New York Post», sempre di News Corporation e collocato nel medesimo edificio, e i dipendenti allora diffondono su YouTube “Karaoke the News: So Long, Farewell” in cui cantano il loro addio, il loro speranzoso arrivederci:

We’re done and gone  – Siamo finiti e spacciati
We gave it a good try – Abbiamo dato una buona prova

So long, farewell – Addio, arrivederci
We’re trying not to cry – Stiamo cercando di non piangere
[I need to leave, There’s something in my eye] – [Ho bisogno di andar via, C'è qualcosa nel mio occhio]

So long, farewell – Addio, arrivederci
It was one crazy ride – E’ stata una folle giostra

So long, farewell, we need to dull the pain – Addio, arrivederci, dobbiamo intorpidire il dolore
I know a way, let’s drink some cheap Champagne – Conosco un modo, andiamo a bere un po’ di Champagne a buon mercato

Anche se cercano di scherzarci sopra traspare l’amarezza ed è chiaro che in quest’occasione cantare non basterà. Speriamo serva almeno da lezione.

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Fai la Riverenza

«Financial Times Deutschland», come ampiamente annunciato, chiude, cessa le pubblicazioni completamente scegliendo di non passare ad una versione all digital, solo online. Indicazione non trascurabile.

La versione tedesca del prestigioso quotidiano economico-finanziario anglosassone nel commiato sceglie una foto davvero inusuale con l’intera redazione del giornale inchinata e la scritta “scusate”.

Ancor più sorprendente, e rivelatore, il testo che accompagna la foto, la didascalia che recita: “Scusate cari azionisti per aver bruciato così tanti milioni. Scusate cari investitori pubblicitari per aver fatto informazione in maniera critica sul vostro business. Scusate cari portavoce, cari addetti stampa, per non aver seguito i vostri suggerimenti. Scusate cari politici per evervi creduto così poco. Scusate cari colleghi per avervi fatto lavorare tante notti e fine settimana. Scusate cari lettori se queste sono le ultime righe del FTD. Ci dispiace. Ci scusiamo senza riserve. Ma se dovessimo ricominciare daccapo, lo faremmo esattamente allo stesso modo. Stefan Weigel, Steffen Klusmann, Sven Clausen [nella foto, in prima fila, da sinistra a destra]“.

Financial Times D Riverenza

Secondo quanto riporta Reuters, la chiusura del «Financial Times Deutschland», che genererà 40 milioni di euro di costi per Bertelsmann, la controllante, causerà la perdita di 330 posti di lavoro. Pare che abbiano voluto togliersi qualche sassolino dalle scarpe prima di salutare definitivamente. Irriverenti reverenze.

Si segnala infine la scelta fatta per l’ultima prima pagina del quotidiano alla quale sono state tolte alcune lettere al nome della testata così da leggere “Final Times” [ultimi giorni], e che pezzi del quotidiano in questione, che nonostante fosse arrivato a vendere sino 100mila copie  ha accumulato dalla nascita, nel 2000, al momento della chiusura 250 milioni di euro di perdite, sono in vendita su eBay.

Ennesima pagina triste per l’industria dell’informazione.

Final Times

L’ultimo paragrafo dell’articolo è stato corretto il 10.12 poichè originariamente era spiegata in maniera erronea l’ultima prima pagina del giornale.

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E’ il Web, Bellezza

Gli editori, alla disperata ricerca di fonti di ricavo, vogliono far pagare Google per la pubblicazione dell’anteprima dei loro contenuti. Si tratta di una vecchia storia tornata prepotentemente alla ribalta dalla seconda metà di ottobre in poi.

In Brasile 150 giornali, che rappresentano circa il 90% del lettorato nazionale, hanno deciso di uscire da Google News dopo che il più importante motore di ricerca si era rifiutato di dare loro una compensazione economica per la pubblicazione. Decisione che avrebbe avuto un impatto modesto, con un calo degli accessi alle edizioni online dei quotidiani brasiliani di soltanto il 5% e che successivamente ha portato ad un accordo di natura sperimentale per il quale durante i prossimi sei mesi Google pubblicherà solamente titolo dell’articolo e una sola riga di anteprima invece delle tre che riporta usualmente.

Anche in Europa il fronte degli editori ha deciso di [ri]aprire la partita contro l’azienda di Mountain View.

In Francia il Presidente Hollande ha incontrato Eric Schmidt, Presidente di Google, “invitandolo” a trovare un accordo entro la fine di quest’anno con gli editori transalpini pena una legge nazionale che sancirebbe un fee, una royalty da versare alle testate. Ipotesi relativamente alla quale la posizione di Google è chiara.

In Germania è in corso di approvazione una legge che estenderebbe il copyright alla pubblicazione di estratti di articoli nei risultati dei motori di ricerca imponenedo un canone agli aggregatori, come Google News, in una forma analoga a come opera attualmente la SIAE nel nostro Paese per, ad esempio, la riproduzione di brani musicali. Ipotesi che secondo molti, a prescindere da altre considerazioni, finirebbe per beneficiare esclusivamente i grandi editori penalizzando il diritto d’autore dei giornalisti favorendo la formazione di monopoli.

Le motivazioni sono ben riassunte nell’articolo di ieri pubblicato sul Corsera e redatto da Serena Danna: da un lato molti sostengono che — mostrando titoli e anteprime degli articoli — Google riduca la possibilità per ogni pezzo di essere letto sul sito d’origine e dall’ altro lato si ritiene che il celebre motore di ricerca si arrricchisca, con i proventi derivanti dall’ advertising, grazie ai contenuti che gli editori. Da qui in buona sostanza la richiesta di un esborso economico, di una compensazione.

Per chi volesse comprendere come funziona l’algoritmo di Google News e quali siano i 10 fattori chiave nella scelta della rilevanza attribuita a ciascuno articolo, a ciascuna testata, esiste un’area dedicata allo scopo che, se posso, consiglio assolutamente di visitare.

Top 10 Most Important Google News Ranking Factors

Al di là degli aspetti tecnologici, quale sia la rilevanza in termini di ingressi pubblicitari per Google dalle notizie è ben spiegato da Frédéric Filloux che ha analizzato le ricerche effettuate dagli utenti e le keywords, le parole chiave di maggior valore, vendute a maggior prezzo da Google. Analisi [qui tradotta in italiano] secondo la quale il valore apportato dagli editori sarebbe scarso o nullo.

Anche i timori che le anteprime mostrate dall’aggregatore di notizie di Google limitino le visite ai siti web sembrano assolutamente infondati. Secondo i dati pubblicati da PEW Internet infatti mediamente circa il 30% delle visite arriverebbe proprio da Google. Una realtà della quale recentemente sembra essersi accorto anche Rupert Murdoch che per anni aveva combattuto un’aspra battaglia contro il motore di ricerca.

Le motivazioni degli editori sono pressochè inconsistenti oltrechè anacronistiche.  Inconsistenti sotto il profilo del vantaggio economico portato ed anacronistiche sia poichè non tengono conto della cultura della circulation, processo che i social media hanno reso inarrestabile, che perchè, comunque vada a finire la disputa con Google nelle diverse nazioni, quando e qualora riuscissero ad ottenere una compensazione economica si inserirebbero [ancora una volta?] in un segmento di mercato, per così dire, calante. Infatti, nonostante le continue migliorie, gli aggiornamenti che Google produce, anche, per Google News, il ruolo dell’aggregatore è destinato a calare soppiantato sempre più da aggregatori sociali di seconda generazione quali, per citarne alcuni, Zite, Flipboard e Prismatic oltre che da realtà editoriali emergenti, quali, uno per tutti Buzzfeed.

Come scrivevano Don Tapscott e Antony D. Williams già nel 2007 in “Wikinomics” è la creazione di valore [aggiunto] per il cliente, per le persone, NON il controllo la risposta da dare nella digital economy. Che molti editori, molte testate, a cinque anni di distanza non l’abbiano ancora compreso è oltremodo preoccupante.

Questa non è la stampa, è il Web, bellezza!

Ad integrazione, sempre in tema ovviamente, si consiglia la lettura di: We Can Save Newspapers by Destroying The Web e Does Google Even Need Newspaper Publishers?

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