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Aperture Responsabili

Sempre meno diamo per scontato che le informazioni che ci arrivano dalle “fonti ufficiali” siano corrette sia sotto il profilo dell’imparzialità che ancorpiù della veridicità. L’era del “l’ha detto la televisione”, come sinomimo di fattualità oggettiva è sempre meno valida per una quota crescente degli italiani.

Se vengono dunque a mancare i gatekeepers chi stabilisce cosa sia “la verità“? Secondo molti questo obiettivo può essere raggiunto con una maggiore apertura, in termini di coinvolgimento e contribuzione delle persone, di quelli che ci si ostina a chiamare audience, da parte di giornalisti e giornali.

E’ proprio quello che hanno deciso di fare al «Corriere della Sera» che da ieri ha annunciato di voler aprirsi ai contributi dei lettori, dei cittadini, per la verifica dei fatti. Scelta di coraggio ed, appunto, di grande apertura quella della versione online del quotidiano milanese che ha scelto di utilizzare la piattaforma di fact checking realizzata dalla Fondazione Ahref ed attiva da maggio di quest’anno dopo la presentazione al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Iniziativa che, come spiega, Alessandro Sala, giornalista del Corsera, non sostituisce il dovere dei giornalisti di verificare fonti e fatti prima della pubblicazione [elemento che by the way non mi pare sia entrato nel dibattito-scontro in corso sul DDL diffamazione] ma arrichisce, integra l’informazione rendendola più veritiera anche solo, banalmente, grazie all’inserimento di fonti che propongano la notizia da una prospettiva diversa ed ovviamente mediante controlli incrociati di documenti e fonti non citate originariamente.

Online nel mondo ci sono alcuni esempi di piattaforme di fact checking ma tutte, o quasi, con una redazione alle spalle. Civic links invece  è la prima che prova a far collaborare la comunità per verificare un fatto. Alla base di tutto stanno i media civici di Ahref, luoghi che stanno emergendo dopo i social network e che provano a aiutare e abilitare i cittadini a fare civismo attraverso la produzione di contenuti fatti con responsabilità.

Attraverso Fact checking, dopo averne giustamente condiviso i principi di legalità, accuratezza, indipendenza e l’imparzialità, che vengono spiegati al momento dell’iscrizione della registrazione alla piattaforma, ogni utente può verificare un fatto contenuto in un articolo, in un video, in una trasmissione tv. Può verificarne l’attendibilità portando delle fonti che aumentino l’attendibilità della sua verifica.

Dietro a tutto questo sta il meccanismo della reputazione. Ogni iscritto ha un profilo e un livello di reputazione, gestita da profondi algoritmi, che aumenta con la produzione di contenuti, di commenti, di verifica, di fact checking.

Per avere ulteriori chiarimenti sulla collaborazione tra «Corriere della Sera» e Fact checking ho contattato Michele Kettmaier, Direttore Generale della Fondazione Ahref.

Il primo dubbio, che ho visto circolare anche su Twitter, è che potesse essere almeno in parte un’operazione che mascherasse collaborazioni senza che vi fosse il giusto riconoscimento economico. Perplessità alla quale Kettmaier mi risponde “qui alla base non c’è business nè per RCS e tantomeno per Ahref che è no profit”

Rimossi dunque possibili pregiudizi il Direttore Generale della Fondazione Ahref mi spiega che la piattaforma non ha un accordo di esclusiva con il quotidiano di Via Solferino e che “la piattaforma è a disposizione e personalizzabile a tutti quelli che desiderano usarla” aggiungendo che “ti dico che un altro paio di quotidiani nazionali oggi ci hanno chiamato per chiederci se potevano averla anche loro, quindi è aperta e disponibile per tutti, nessuna esclusiva per il Corsera”.

Un ulteriore aspetto che mi interessava approfondire era relativo alla possibilità di incentivare, di motivare la partecipazione all’iniziativa. Al riguardo mi si risponde che “per ora non è previsto nessun incentivo ma stiamo lavorando per poter offrire piccoli modelli di startup per giovani che ci vogliono provare” come ad esempio “un ragazzo che vuole metter in piedi una piccola redazione di fact checking può usufruire della piattaforma, personalizzarla con il suo marchio e vendere i fact chek che fa”, proseguendo “tutto da studiare, piccoli modelli di sostenibilità da provare e incentivare, non per diventare ricchi ma sostenibili un po alla volta; io credo di si, che sia giusto almeno provarci”. Se posso dirlo assolutamente anche io.

Al momento della redazione di questo articolo sono due i temi lanciati da Corriere.it ai quali è possibile fornire il proprio contributo di questa importante iniziativa nella quale il giornale pare davvero credere, al punto da metterci la faccia del suo Vicedirettore. Al momento però, purtroppo, i contributi ricevuti sulle proposte sono scarsi, anzi nulli, e sarebbe davvero un peccato se il coraggio e la bontà dell’iniziativa dovessero essere frustrati sul nascere.

A mio avviso è necessario lavorare sulla motivazione [non in termini economici] delle persone incentivandole, spingendole a dare il proprio contributo. A monte, da quello che si ascolta dalle interviste fatte in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia su come verificano l’informazione e le notizie che leggono, è evidente che c’è un diffuso problema culturale.

Ennesima evidenza di come la maggior quantità di informazioni disponibili non corrisponda necessariamente una popolazione maggiormente informata, al quale si aggiunge il fatto che se la Rete disintermedia al tempo stesso spinge su un senso di responsabilità che in prima battuta pochi sono disposti ad accettare.  Fattori dei quali è necessario tenere conto da più di un punto di vista per intervenire adeguatamente al rispetto.

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Il Declino dei Social Readers

I social readers, le applicazioni che consentono di leggere, di sfogliare i quotidiani su Facebook, sono stati oggetto di una corsa frenetica da parte degli editori di tutto il mondo.

Apparentemente, sono applicazioni che hanno portato grandi vantaggi in termini di volumi di traffico alle edizioni online dei quotidiani. Cosa ne pensassi io sin dall’inizio credo sia sufficientemente chiaro da quanto scritto all’epoca senza bisogno di ritornarci sopra; confortato, anche, successivamente dalla visione di Frédéric Filloux che parla di “sharing mirage”, non ho cambiato idea, anzi.

Di fatto pare che i social readers stiano crollando coinvolgendo i principali quotidiani, dal «Washington Post» al «The Guardian» che tanto successo pareva aver riscosso con la propria applicazione per Facebook.

Diverse le tesi sulle motivazioni del crollo con buona parte dei professionals del settore che se ne felicitano e sostengono si tratti dell’inevitabile conseguenza dell’invasività delle applicazioni stesse e, dall’altro lato, TechCrunch e Ryan Y. Kellet, engagement producer del «Washington Post», che lo motivano con la recente introduzione dei “trending articles” da parte di Facebook. Personalmente propendo per la prima delle due ipotesi.

Qualunque sia la reale motivazione, anche per quanto ci riguarda più da vicino succedono cose strane con i social readers dei quotidiani nostrani. Aprendo un articolo, ad esempio [ma vale anche per altri giornali] del «Corriere della Sera» dalla app del quotidiano milanese su Facebook basta un click destro del mouse per vedere il codice sorgente, il codice html svelare che Nielsen Net Rating sta monitorando il numero di accessi alla pagina.

Se si tratti del test di Object, il nuovo sistema di rilevazione di Audiweb che entrerà in funzione ufficialmente a giugno, in grado di rilevare anche l’audience all’interno delle applicazioni per tablet e smartphone, le app per Facebook e gli “oggetti” nei siti come le gallerie fotografiche e gli slideshow, oggi non rilevati, o se vi sia un fine distinto è difficile a dirsi, anche se personalmente mi sfugge il senso di misurare con un sistema a a pagamento di tracking di pubblicità delle pagine su cui la pubblicità non la puoi mettere.

Comunque sia pare siano arrivati in ritardo anche in questo caso.

A margine, sempre in tema di quotidiani e applicazioni, consiglio la lucida analisi “Why Publishers Don’t Like Apps”.

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Ipse Dixit

Settimana con i direttori di giornali di casa nostra protagonisti del dibattito sulle evoluzioni dell’industria dell’informazione.

La relazione di Ferruccio De Bortoli ai giornalisti del quotidiano da lui diretto è più centrata sulla realtà del «Corriere della Sera», come era inevitabile che fosse vista la platea alla quale si rivolgeva.

La visione del direttore del quotidiano milanese e la prospettiva, l’angolazione dalla quale osserva evoluzioni e complessità dell’ambiente, dello scenario di riferimento, emerge con chiarezza quando afferma: ” I giornali di carta, con le loro edizioni online e digitali, restano il presidio della credibilità e dell’autorevolezza, sono i moderni radiofari dell’identità, i certificatori che una notizia è vera e importante; sono in grado di selezionare, fornire al lettore o al navigatore un metodo per capire la complessità che lo circonda. Compongono l’agenda critica di una persona globale.”

Prospettiva che, personalmente, mi appare assolutamente naturale per il ruolo ricoperto da Ferruccio De Bortoli. Sorprende invece, eventualmente, l’utilizzo intensivo del termine soprattutto, come evidenzia la word cloud che ho realizzato partendo dalla sua relazione, forse teso ad enfatizzare i concetti espressi.

Da prospettiva ben diversa parte Luca Sofri, direttore del «Post», che stranamente utilizza altri spazi per veicolare gli appunti dell’intervento tenuto al Festival Internazionale del Giornalismo appena conclusosi.

In “Il mondo salvato dai giornalisti”, questo il titolo del suo intervento, il direttore della testata all digital, pur concentrandosi logicamente sul suo quotidiano si esprime a tutto campo sull’evoluzione in corso. Riferimenti sia alla realtà nazionale, con i quotidiani italiani accusati di essere “dilettanteschi e arretrati”, che richiami a fonti estere con un excursus su aggregazione ed aggregatori, e le ipocrisie vere o presunte del sistema giornalistico sul tema, passando per “traffic-whoring” ed approdando più volte all’aspetto commerciale della funzione dei mezzi di informazione, al dilemma del prigioniero che continua a connotare nel complesso la fase attuale.

In tema di revenues Luca Sofri afferma che: “[....] la pubblicità – non ha fatto il minimo sforzo per creare formati alternativi e nuovi dedicati alla rete e alle nuove tecnologie”, visione che mi sento assolutamente di condividere e che avevo espresso, più o meno, negli stessi termini nella mia personale analisi sul tema.

Una bella analisi che, come nel caso di Ferruccio De Bortoli, tradisce inevitabilmente la posizione del direttore del «Post» soprattutto nelle conclusioni che, se sono apprezzabili per l’ottimismo che infondono, stridono per la parte dei costi di gestione e delle logiche che sottostanno all’aggregazione che non sarebbe possibile senza qualcuno che produce i contenuti da aggregare sopportandone i costi; processo che rischia di generare un loop, l’hamsterization dell’informazione in Rete se non si trova il bandolo della matassa.

Come sempre, naturalmente, non esiste a mio avviso LA soluzione ma esiste certamente una soluzione adatta e specifica per ciascuna realtà. Credo sia davvero questo il punto nodale della [ri]partenza.

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Correlazioni: Il Dato è Tratto

A complemento e completamento della visione che emerge dalle elaborazioni realizzate nell’ultima settimana, sollecitato da una mail a commento dei dati, inviatami da un professionista del settore di cui ho stima e considerazione,  ho deciso di paragonare i dati precedemente prodotti relativamente all’online con quelli delle vendite  [edicola + abbonamenti pagati] dei quotidiani nella loro versione cartacea.

Obiettivo dell’analisi verificare il mercato contendibile, quello di chi va a comprare in edicola ed ha la possibilita’ di scegliere una qualunque testata, e ogni volta che compra un giornale fa una scelta, come avviene altrettanto ogni volta che punta un browser ad un indirizzo di un sito web di un quotidiano online.

L’elaborazione realizzata si basa sui dati aggiornati a settembre di quest’anno per le edizioni online, mentre i dati delle vendite sono aggiornati a luglio 2011. Il totale del mercato è riportato a 100 in maniera “fittizia” per rendere il più omogeneo possibile il confronto tra i due segmenti che sappiamo essere molto più articolati e complessi di quanto rappresentato dalla tabella di sintesi sottoriportata. In base a questa, minima, precisazione metodologica, per inquadrare i contorni generali è possibile contestualizzare meglio il panorama generale e le singole specificità.

Complessivamente, tra le testate prese in considerazione, si evidenzia, ad esclusione di  «Gazzettino» e «Messaggero», entrambi dello stesso gruppo editoriale [Caltagirone], andamento negativo per le vendite della versione cartacea alle quali corrisponde invece positività per numero di utenti unici che accedono al sito web corrispondente alla medesima testata.

L’andamento negativo dei quotidiani tradizionali è confermato, anche se solo in forma aggregata, dai dati FIEG che sono aggiornati a settembre 2011.  Seppure in maniera meno accentuata rispetto ad altre nazioni, anche in Italia dunque si assiste ad un  progressivo spostamento verso l’online. Tendenza che, visti dati di permanenza sul sito e per singola pagina, al momento, a mio avviso si concentra sui lettori deboli di quotidiani tradizionali, su coloro, per dirla in una battuta, che comunque già prima non compravano quotidianamente il giornale in edicola.

Sono portato a ritenere che invece per gli “heavy users”, per chi fruisce di informazione con continuità, si tratti di duplicazione, di sovrapposizione tra piattaforme diverse, anche, in funzione di momenti diversi della giornata. E’ una sensazione, un’ ipotesi di lavoro, che pare essere confermata dallo share, dalla quota che ciascuna testata ha nei due formati.

Proprio dall’analisi dello share sulle diverse piattaforme emerge come «La Repubblica» ed «Il Corriere della Sera» siano molto sopra la loro quota di mercato cartaceo, beneficiando sia di  investimenti realizzati in ambito digitale certamente superiori alle altre testate che del fatto di essere generalisti e nazionali.

A livello di singola pubblicazione si evidenzia, da un lato, la forza relativa del «Fatto Quotidiano» in Rete con una quota quasi doppia rispetto all’edizione cartacea e, dall’altro lato, un allineamento “perfetto” tra edizione digitale e cartacea del «Sole24Ore» contrariamente a quanto avviene per gli altri quotidiani presi in considerazione.

Forse il dato più interessante che emerge dall’analisi realizzata è relativo a come, complessivamente, l’informazione online sia decisamente più concentrata rispetto a quella cartacea con le prime 4 testate che raccolgono il 65% degli utenti contro il 49% delle vendite. Una concentrazione che contribuisce a spiegare ulteriormente la difficoltà di emergere da parte delle nuove iniziative editoriali, dei cosidetti “superblog”. Sotto questo profilo sembrerebbe dunque che la vantata pluralità della Rete sia distante dalla realtà delle cose. Aspetto che, evidentemente, impatta direttamente non solo sulla qualità dell’informazione ma anche sulle prospettive di ottenere ricavi dall’online da parte degli “outsider”.

Se a commento dei dati Audiweb sono state mosse perplessità da più parti, personalmente resto decisamente più dubbioso sull’attendibilità dei dati Audipress che ho incluso nella tavola di sintesi che che preferisco, per questo motivo, astenermi dal commentare.

Sempre in  tema di commenti, in conclusione, ancora una volta, ogni commento è gradito, auspicato, nonchè gratuito.

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I Dati Audiweb dell’Informazione Online in Italia

Sono stati pubblicati ieri i dati Audiweb relativi al mese di settembre di quest’anno.

Emerge con chiarezza come fondamentalmente il digital divide sia dovuto a fattori culturali con le fasce della popolazione italiana di istruzione più bassa che hanno livelli di penetrazione, di tasso di utilizzo della Rete infinitesimali rispetto alla media del Paese e, ancor di più ovviamente, rispetto a coloro che hanno una laurea o istruzione superiore.

Ho voluto aggiornare la situazione dell’andamento dei quotidiani online per fotografare l’evoluzione.

In termini di utenti unici e pagine viste, escludendo i portali quali Virgilio o altri, sono sempre “i soliti noti”, «Repubblica» & «Corsera», a dominare il panorama dell’informazione online in  Italia con valori immensamente più grandi rispetto agli altri.

Spiace verificare che i new comers, le nuove proposte, quali «Il Post» & «Lettera43», stentino ad aquisire posizioni significative nel panorama dell’informazione.

Escludendo Class Editori, poichè il dato disponibile è aggregato sul totale delle testate del gruppo,  si conferma essere «Il Gazzettino» [complimenti all'amico Carlo Felice Dalla Pasqua] il quotidiano online con la maggior permanenza media sul proprio sito.

Nella sottostante tabella riepilogativa delle principali fonti di informazione online realizzata, ho inserito anche un “corpo estraneo”: quello di  Spil Games Network che, come evidenziato, oltre ad avere un numero di utenti unici e pagine viste superiore a molti dei quotidiani online presi in considerazione, ha il tempo di permanenza più elevato in assoluto con oltre 22 minuti di tempo medio trascorso dall’utenza.

Che il convolgimento sia LA strada maestra per il futuro digitale dell’informazione e che i giochi, la gamification, nel senso più ampio del termine, siano certamente un mezzo per raggiungere l’obiettivo è una tesi che mi pare di sostenere da tempo.

Non ho altro da aggiungere per oggi. Comment is free.

Fonte: Audiweb Settembre 2011 - Elaborazione: "Il Giornalaio" -

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Fermate le Rotative

La notizia della morte di Steve Jobs ha iniziato a diffondersi mentre in Italia erano circa le 02 del mattino. Un orario nel quale ormai tutti i quotidiani sono già stampati pronti alla distribuzione.

Tra tutti solo il Corriere della Sera è oggi in edicola con la notizia in prima pagina nell’edizione stampata.

Chapeau!

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L’Uragano dell’Informazione

Come faccio quasi ogni mattina, stavo dando un’occhiata alla versione online dei principali quotidiani quando, arrivato al terzo, qualcosa ha iniziato a stridere, perfino ad infastidirmi, spingendomi ad approfondire.

Ho così verificato che l’apertura, il primo titolo in testa, delle home page di tutti i maggiori giornali europei è dedicata a Irene l’uragano che sta colpendo gli Stati Uniti. Non c’è quotidiano per il quale la notizia principale non sia relativa a questo evento atmosferico eccezionale.

Jeff Jarvis parla di #stormporn ridicolizzando la qualità della copertura giornalistica, ed in particolare quella televisiva, dell’uragano.

Se è possibile comprendere che i giornali inglesi dedichino tanta rilevanza ai fatti poichè per loro la quota di traffico, di visite, che arriva dagli USA è una quota rilevante, che questo avvenga anche per i giornali italiani, francesi e spagnoli desta in me più di qualche perplessità e preoccupazione.

Se la teoria complottista potrebbe rilevare una strategia della disattenzione rispetto ad altri fatti che certamente hanno rilevanza superiore nei rispettivi Paesi, personalmente propendo per una non meno preoccupante omologazione al ribasso.

L’audience driven journalism, il giornalismo che punta tutto sull’attrazione dell’audience, si evolve, pare ad ogni latitudine, in karaoke journalism annullando di fatto le potenzialità di pluralità di visione e di pensiero della Rete in nome degli accessi da vendere agli investitori pubblicitari.

Tutto cambia, nulla muta.

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Precario

Secondo la definizione del dizionario etimologico, precario deriva dal latino prex: preghiera, la cui preposizione è perciò ottenuto per preghiera. Attività dunque, che si esercita con permissione, per tolleranza altrui; quindi che non dura sempre ma quanto vuole il concedente.

E’ questa, in buona sostanza, la risposta che Paola, giornalista al Corriere della Sera da 7 anni, ha ottenuto alla sua richiesta di spiegazioni.

Sono situazioni sempre più diffuse, anche, in ambito giornalistico, che la professionista del quotidiano diretto da De Bortoli ha deciso di non voler più condividere nè sopportare iniziando uno sciopero della fame e della sete per protesta.

“Il Giornalaio” è con lei.

Ne parlano: Michele BoroniGigi CogoFriendFeed,  Alessandro Gilioli,  Vittorio Pasteris,  Nicola MattinaDelymith,  Che cosa ci faccio io qui?,  Blaster’s Home,  Infoservi,  Non guardo la tivù,  Telcoeye,  I divagatori scientifici,  Wally’s weblog,  Batchiara……

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Studio sulla Correlazione tra Advertising e Copertura Giornalistica

In molti spesso si sono chiesti quale fosse la reale indipendenza e quale invece il legame tra informazione e potere politico ed economico. Domanda che in una nazione quale l’Italia, dove la concentrazione da una lato del potere e dall’altro dell’editoria è superiore ad altri paesi, assume un ruolo di importanza primaria per il futuro del giornalismo e della nazione stessa.

Una prima risposta a queste tanto legittime quanto rilevanti questioni, è stata fornita verso la fine del 2009 da uno studio pubblicato sul numero di novembre del “Journal of Marketing” che analizzando la spesa pubblicitaria e la copertura giornalistica di 291 imprese italiane della moda sulle pubblicazioni di 123 editori in Italia [61], Francia [15], Germania [15], Gran Bretagna [16] e USA [16],concludeva perentoriamente che “ci sono le prove di una forte influenza <<positiva>> della pubblicità sulla copertura giornalistica”.

Arriva ora la conferma da una ricerca specificatamente dedicata all’Italia sul rapporto tra copertura giornalistica e pubblicità condotta da Marco Gambaro, professore di Economia della Comunicazione al dipartimento di Scienza Economiche, Aziendali e Statistiche dell’Università Statale di Milano, e Riccardo Puglisi, ricercatore all’Università di Pavia.

Lo studio, articolato su un periodo di di due anni, si è concluso nel dicembre 2009 ed i risultati sono stati rilasciati recentissimamente. Sono stati presi in esame gli articoli pubblicati ogni giorno nel biennio da 6 quotidiani italiani su 13 società quotate in borsa analizzando complessivamente 56mila articoli che sono stati confrontati sia con i comunicati stampa diffusi che con gli investimenti in advertising [secondo i dati Nielsen] delle società prese in considerazione.

Le testate analizzate sono state: Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, Resto del Carlino, Tirreno e Mattino di Padova. Le aziende prese in considerazione a campione: Campari, Edison, Enel, Eni, Fiat, Finmeccanica, Geox, Indesit, Luxottica, Mediolanum, Telecom Italia, Tiscali e Tod’s.

L’analisi conferma come il ritorno, in termini di articoli pubblicati, sia direttamente correlato al crescere degli investimenti pubblicitari, aumentando sia in funzione dei comunicati stampa diffusi che del livello di investimento in comunicazione pubblicitaria delle imprese.

Fonte: “WHAT DO ADS BUY? DAILY COVERAGE OF LISTED COMPANIES ON THE ITALIAN PRESS” Working Paper Dicembre 2009.

Un ulteriore effetto che emerge è quello che deriva dalla proprietà dei quotidiani, con “La Stampa” che ha un rapporto quasi doppio rispetto agli altri quotidiani oggetto dello studio nelle citazioni, negli articoli, sul proprio azionista: la Fiat.

I ricercatori segnalano come queste dinamiche abbiano un impatto non solo in chiave strettamente di marketing di valorizzazione, o perlomeno di accrescimento di notorietà, del brand, ma anche sulla probabilità di acquisto dei titoli in borsa delle società esaminate che trarrebbero un vantaggio anche in chiave finanziaria dalle dinamiche emergenti.

Una delle argomentazioni più ricorrenti propone una visione secondo la quale i giornali rappresentano un pilastro indispensabile per la democrazia per il ruolo di custodi della correttezza di informazione che rivestirebbero. Diceva Norberto Bobbio “la democrazia vive di buon e leggi e buoni costumi”. E’ un periodo questo in cui pare che manchino entrambi.

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Nuove prospettive sul futuro dell’ informazione – Contributi da Giornalaio

“Siamo tutti in un fosso, ma alcuni di noi fissano le stelle”.

La frase di Oscar Wilde credo riassuma perfettamente la situazione attuale, e le speranze di rinascita, sia in termini generali che con specifico riferimento al comparto editoriale.

Luca De Biase, nell’articolo Nuove prospettive sul futuro dell’informazione, con la competenza e la professionalità che lo distinguono dalla massa di molti suoi colleghi, sintetizza in tre punti quelli che sono a suo avviso gli aspetti salienti e qualificanti per un futuro – redditizio – dell’editoria.

Visione che viene integrata e specificata dalle interessantissime postille di Marco Formento.

Uno degli aspetti che emerge è relativo alle nuove professionalità richieste per soddisfare l’evoluzione dell’utenza, elemento che peraltro viene specificato con chiarezza anche nel successivo articolo che, in qualche modo, integra il precedente, richiamando con maggior vigore la massima di Wilde qui riportata.

Per quanto riguarda le professionalità richieste credo che una lettura dell’ Observatoire des métiers de la presse, ed in particolare all’area della Cartographie des métiers de la presse che mappa con estrema precisione l’elenco di tutte le funzioni coinvolte nel processo di realizzazione di un prodotto editoriale, suddividendole per aree di competenza [dalla elaborazione e produzione di contenuti sino alla logistica], sia elemento di straordinaria chiarificazione al riguardo. Sotto questo profilo vale anche la pena di ricordare come la carta stampata sia il settore che assorbe attualmente circa il 70% dei giornalisti impiegati.

Sempre in termini di completezza di informazione e di visione, credo possa valere la pena di riprendere i passaggi salienti dei direttori dei principali quotidiani riportati dalla rivista che ho già avuto modo recentemente di citare. In sintesi:

  • Ferruccio De Bortoli – Corriere della Sera: “[....]Meglio guardare in faccia la realtà e riboccarci le maniche. Tutti insieme. Noi che confezioniamo l’informazione quotidiana e voi che la distribuite nella società. Voi [gli edicolanti] che rimanete sempre il punto di riferimento principale per le aziende editoriale e, soprattutto, per i lettori.”
  • Ezio Mauro – La Repubblica: “L’edicola….è un luogo dove si incontrano l’offerta di informazione e il diritto consapevole di essere informati. I lettori fermano l’automobile, scendono dal tram per cercare in edicola proprio questo. Questo luogo dove si cerca e si offre informazione”.
  • Carlo Verdelli – La Gazzetta dello Sport: “[....] La cosa che mi fa più felice come direttore è vedere qualcuno, la mattina, che si avvicina al chiosco verde, posa un euro e se ne va con una copia della Gazzetta sotto braccio. Quel gesto, il posto dove avviene, è il fulcro di tutta l’attività giornalistica…..L’edicola di nuovo al centro del sistema dell’informazione scritta: ecco secondo me la vera sfida che ci aspetta”.
  • Gianni Riotta – Il Sole 24 Ore: “E’ possibile una democrazia senza giornali quotidiani? No. Sono immaginabili, in Italia, giornali quotidiani senza edicole? Credo di no.”

Certamente sono parole adattate al contesto ma non posso , non voglio, pensare che siano solo questo; spero davvero che riflettano anche effettivamente l’opinione, il sentimento, di quelli che sono i direttori dei principali quotidiani del nostro paese.

Legittimamente ciascuno osserva la situazione dalla propria prospettiva, come disse Konrad Adenauer “viviamo tutti sotto il medesimo cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte”, ma non posso che esprimere il mio sconcerto ed il mio rammarico per il silenzio che vige sul ruolo di giornalai ed edicole anche da parte di persone nei confronti delle quali nutro sincera stima e considerazione.

Mentre in altri settori di mercato la distribuzione ha un ruolo determinante nelle politiche delle imprese fornitrici, gode di meritato rispetto e di dovute attenzioni, in campo editoriale a nessun livello vi è traccia di interesse, di una benché minima progettualità che coinvolga la distribuzione.

Non esiste, ad oggi, nel nostro paese, convegno, festival, conferenza o incontro che tratti i temi dell’informazione e del suo futuro con il contributo dei protagonisti della distribuzione commerciale dei prodotti editoriali. Tutto il settore appare disinteressato alla costruzione di percorsi di rivitalizzazione dell’editoria attraverso la partecipazione della distribuzione, si immaginano, si progettano, nuovi prodotti e nuovi scenari senza menzione o considerazione alcuna del ruolo dei punti vendita, perpetuando il loop di nuovi mezzi e vecchi problemi. L’unica eccezione alla attuale desolazione è rappresentata dalle raccomandazioni di Econsultancy che, vivaddio, all’interno dei 5 punti cardine per un modello di successo [e redditizio] delle pubblicazioni editoriali include anche il suggerimento esplicito: “Think like a Retailer”.

Continuare il dibattito sul futuro dell’informazione e dell’editoria senza ascoltare la voce, senza dare spazi, alla distribuzione è portare avanti un discorso monco sin dall’inizio che inevitabilmente porterà a conclusioni altrettanto tanto parziali quanto provvisorie. Mi pare la si chiami visione strategica, torneremo a parlarne ben presto, statene certi.

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