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Nuovi Lettori

Tra gli argomenti di chi prevede un’inevitabile scomparsa della carta vi è il disinteresse delle nuove generazioni, dei “digital natives” verso i quotidiani stampati.

Una ricerca di Experian sui “millenials”, coloro nati tra il 1982 ed il 2002, condotta questo mese, mostra come tra i media utilizzati negli ultimi 7 giorni i giornali abbiano ancora un ruolo di rilievo nella dieta mediatica delle nuove generazioni, smentendo almeno in parte questo luogo comune.

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Al di là dei dati della ricerca la domanda da porsi è cosa sia stato fatto e cosa sia possibile fare per attrarre nuovi lettori, per attirare i giovani.

Già il mese scorso aveva avuto eco la notizia che un giornale giapponese, «The Tokyo Shimbun», uno dei principali quotidiani del Paese, aveva utilizzato un’applicazione di realtà aumentata per favorire la lettura del giornale da parte dei bambini.

Ieri «The Times», che aveva sperimentato applicazioni di realtà aumentata in una logica commerciale verso fine 2012, ha pubblicato un video educativo per spiegare ai bambini come funziona il bilancio dello Stato. Il video era visibile leggendo con smartphone e tablet o un qr code o con Aurasma, una delle applicazioni di realtà aumentata più diffuse.

Come ha dichiarato il direttore marketing del quotidiano inglese, “un ottimo esempio di come utilizzare una tecnologia innovativa per incoraggiare i lettori più giovani ad interagire, a fruire dei giornali”.

Sul tema, sulle opportunità che qr codes e applicazioni di realtà aumentata posso offrire a quotidiani e periodici, oltre alle slide del mio intervento al convegno dell’ANES, Associazione Nazionale Editoria Periodica Specializzata, di fine ottobre, da leggere il white paper: “Augmented Reality and the Future of Printing and Publishing” che offre una buona panoramica dei vantaggi sia sotto il profilo commerciale che giornalistico.

Il futuro è ibrido. Insisto.

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Veni, Video, Vici?

Grandi aspettative vi sono per i ricavi dalla pubblicità online nel segmento video ed anche in Italia la maggior parte degli editori, ed ovviamente non solo loro, si sono attrezzati per coprire adeguatamente quest’area ed ottenere i relativi benefici economici. Non a caso Audiweb da quale mese a questa parte fornisce anche Objects Video estensione della rilevazione che consente di misurare la fruizione dei contenuti video presenti su Internet.

Dopo che il «The Financial Times» ha pubblicato i prezzi medi per CPM che mostrano come il mobile sia potenzialmente più una minaccia che un’opportunità, ora il «The Wall Street Journal» pubblica un’analisi specificatamente dedicata ai video online.

Nell’articolo “Web Video: Bigger and Less Profitable” si evidenzia come a fronte di un’esplosione dell’offerta i prezzi medi per CPM siano calati tra il 10 ed il 15% nel 2012 rispetto all’anno precedente e rileva che aumento dell’offerta, con Condé Nast, ad esempio, che ha lanciato in questi giorni dei canali video per «Glamour» e «GQ»,  ed inevitabile incremento della competitività rischiano di lasciare a bocca asciutta molti di coloro che si sono inseriti in questo segmento di mercato. Negli USA le media companies che offrivano pubblicità nei video nel 2011 erano 21, oggi sono diventate 217, dieci volte tanto.

Il detto “piatto ricco, mi ci ficco” non pare dunque essere applicabile di per se stesso in questo caso ed ancora una volta l’offerta dovrà essere differenziata per reggere la competizione. Concetto che , per altro, non è una novità. La novità, negativa ahimè, e che nel 2013 ci sia chi pensa il contrario.

Online Video Sales

A margine si segnala che Spider.io, impresa dedicata a monitorare anomalie nel traffico in Rete, afferma di aver individuato un network di BOT che ha frodato gli inserzionisti per un valore pare a 6 milioni di dollari mensili. Della misurabilità del Web e del valore dei CPM. Null’altro da aggiungere.

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The State of the News Media 2013

E’ stato pubblicato ieri “State of the News Media 2013″ rapporto annuale realizzato da PEW Research Center’s Project for Excellence in Journalism sullo stato dei media, dalla televisione alla stampa passando ovviamente per il web e social media, negli Stati Uniti, giunto alla sua decima edizione.

L’edizione di quest’anno si basa in parte su 2009 interviste telefoniche ad adulti over 18, con affidabilità del campione che può avere oscillazioni dell 2,5%  in funzione della numerosità che inficia sul valore statistico, e in parte sull’aggregazione dei dati e delle evidenze di ricerche svolte nel corso del 2012 da PEW stessa e da altri istituti di ricerca e fonti diverse.

La ricerca è davvero estremamente ampia e, per coloro che sono interessati a queste tematiche, è un must la lettura completa delle diverse aree, dei diversi media che lo studio analizza. Per sintesi e focalizzazione ho concentrato la mia analisi alla parte relativa ai quotidiani, alla stampa ed al digitale.

In larga parte si confermano fondamentalmente fatti già ampiamente noti ed evidenze già emerse da altre ricerche sul tema.

La ricerca nel complesso evidenzia come l’approccio prevalente alla quantità rispetto alla qualità dell’informazione sia perdente. Il taglio dei costi, lo snellimento delle redazioni implicano una complessiva riduzione della qualità dell’informazione e le persone lo percepiscono. Il 65% del campione afferma di aver abbandonato una o più fonti d’informazione perchè non più funzionale ai propri bisogni. Nel 48% dei casi le persone affermano di percepire una minor completezza informativa rispetto al passato.

Ancora una volta il passaparola da familiari e conoscenti, amici, è il veicolo d’informazione più rilevante, il modo attraverso il quale le persone ricevono informazioni [e notizie]. I social media sono la seconda fonte attraverso la quale le persone acquisiscono informazioni. Informazioni che poi nel 77% dei casi vengono approfondite spesso o abbastanza spesso.

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Social media il cui ruolo è in costante espansione con il 19% degli americani che afferma di aver visto una notizia o il titolo di una notizia il giorno prima attraverso di questi [era il 9% nel 2010]. Twitter seppure abbia una minor penetrazione rispetto a Facebook si conferma essere la fonte alla quale le persone attingono per le “breaking news”.

Social media e crescente utilizzo della Rete in mobilità accrescono la pressione sulle fonti d’informazione e moltiplicano le sfide da affrontare in quest’ambito.

Se da un lato il numero di persone che acquisiscono informazioni online e dal digitale è in costante crescita ed è ormai la seconda fonte d’informazione dopo la televisione, dall’altro lato resta il ben noto problema dei ricavi in un mercato fortemente concentrato nelle mani di pochi players che continuano a dominare prepotentemente lasciando poco spazio all’industria dell’informazione. Per dirla in una battuta, il futuro è qui adesso ma non è equamente distribuito.

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I giornali iniziano lentamente a stabilizzarsi ed i dati del 2012 finalmente contengono elementi di positività, seppur ancora decisamente moderata.

In  particolare sono le vendite dei giornali ad dare adito ad un cauto ottimismo e spesso il paywall, come evidenziato e richiamato più volte in questi spazi, sono funzionali per aumentare le vendite della versione cartacea.

Ben diverso il panorama dei ricavi pubblicitari che nel digitale/online complessivamente sono cresciti “solo” del 3% nel 2012. Una tendenza troppo modesta per compensare  le perdite [-7,7%] del cartaceo. Per quanto riguarda l’online la continua discesa dei prezzi è ulteriore elemento di preoccupazione ed evidenza di come sia necessario trovare altre fonti di ricavo, modelli di business differenti dal passato per i giornali e l’industria dell’informazione.

Nel complesso la direzione è verso i “new” media ma gli “old” media sono ancora molto presenti e rilevanti, ben distanti dalla morte troppe volte annunciata [pour cause?].

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Molto simile a quella dei giornali la situazione dei periodici settimanali e mensili. Vendite del cartaceo e ricavi pubblicitari in calo con il digitale che cresce ma ha un peso davvero modesto e non compensa le perdite. Una tendenza che non pare avere mutamenti significativi nel medio termine come mostra il grafico di sintesi sottostante.

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“State of the News Media 2013″ è probabilmente la più esaustiva ed accurata fotografia della situazione dei media negli USA. Va però ricordato come la realtà statunitense sia spesso distante da quella nostrana e come in molti casi i fenomeni che si verificano oltreoceano non necessariamente abbiano luogo a distanza di tempo nel nostro Paese. Come tutte le fotografie è un’instantanea di un momento, utile a fissare idee e concetti ma da elaborare affinchè possa essere fonte di ispirazione. La fotografia fondamentalmente la conoscevamo già a prescindere dal contributo del rapporto comunque prezioso, il film, per continuare nella metafora, dobbiamo costruircelo noi, ciascuno per la propria specifica realtà.

L’infografica sotto riportata riassume altri elementi del rapporto, che come sempre torno ad invitare a leggere integralmente, che non sono stati toccati dalla mia personalissima sintesi e decodifica delle informazioni rese disponibili.

Altre sintesi e letture dei dati del rapporto sono ovviamente ampiamente disponibili. Tra le tante consiglio quella del NYTimes che si concentra sulle tendenze delle televisioni locali, di Poynter che approfondisce lo sbilanciamento tra qualità e quantità dell’informazione citato in apertura e Mattew Ingram su Paid Content che parla di luci ed ombre all’orizzonte.

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Quotidiani e Twittersfera

Marco Toledo Bastos ha condotto una ricerca sulla notiziabilità all’interno della twittersfera  e sui flussi d’informazione dei principali quotidiani internazionali nella piattaforma di microblogging da 140 caratteri.

Per quattro mesi ha monitorato la diffusione degli articoli dei principali giornali di Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna, Brasile e Germania. Su Polis, della London School of Economics’ Media and Communications Department, sono stati pubblicati, anticipando i risultati definitivi della desk research, i dati relativi alle prime due settimane di ottobre del 2012. I dati forniti da Bastos sono il risultato del monitoraggio di 2.842.699 di articoli twittati nel periodo.

Nel complesso emerge come la quota di voce maggiore sia dei giornali statunitensi che pesano il 35% del totale, seguono quelli spagnoli con il 28% e gli inglesi con il 19%. Ai quotidiani tedeschi va solo il 4% di share of voice, evidenza di una bassa attività generale da parte degli stessi.

Tra le elaborazioni realizzate una delle più interessanti riguarda la comparazione tra la quota di vendite della versione cartacea e la percentuale di notizie diffuse su Twitter. Rispetto alla quota di mercato nel proprio Paese tutti i principali quotidiani considerati, da «El Pais» al «The Guardian», passando per «Die Welt» e «The New York Times», hanno una diffusione ed una quota di voce sulla piattaforma di microblogging di gran lunga superiore alle vendite come mostra il grafico di sintesi dei risultati sottostante.

Dai dati non pare emergere un effetto traino sulle vendite di copie cartacee dalla presenza su Twitter che invece sicuramente è funzionale per generare brand awareness, notorietà di marca delle testate, e accessi al sito web.

Circulation Vs Tweets

I dati pubblicati forniscono anche la distribuzione oraria, i client utilizzati e le tipologie di piattaforme diffuse [mobile, desktop].

Vengono inoltre analizzate la quota di voce complessiva sulle testate prese in considerazione, con «El Pais» a primeggiare su «The New York Times» e «The Wall Street Journal». E’ sempre il quotidiano spagnolo, seguito dai due statunitensi a primeggiare per numero di retweet. Il volume di tweet sembra dunque influenzare direttamente la sua diffusione attraverso gli utenti presenti su Twitter. Si tratta di un aspetto non trascurabile sia per quanto riguarda il modo con il quale le persone ricevono l’informazione attraverso i loro contatti che in termini più strettamente promozionali.

Twittersfera

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Houston Abbiamo un Problema

La frase “Houston, abbiamo un problema” pronunciata da Joe Kerwin che annunciava l’imminente disastro dell’Apollo 13 è scolpita nella storia dell’uomo ed quella che mi è apparsa più calzante per riassumere il meteorite mobile in arrivo sui già precari conti dell’industria dell’informazione.

Già Cory Bergman recentemente avvertiva che l’effetto della crescente  lettura delle notizie in mobilità da smartphone e tablet avrà un  effetto dirompente paragonabile a quello che Internet ha avuto dieci anni fa mettendo ulteriormente sotto pressione i ricavi delle imprese editoriali, affermando:

As audiences shift, the industry will be faced with more revenue pressure unless news organizations can create new mobile revenue streams to compensate. In many ways, this is similar to the shift from print to the Web. Just porting one business model to the other isn’t the solution. Traditional display advertising on mobile devices makes up a very small, declining fraction of total revenue.

Ora il «The Financial Times» riprende i dati di MagnaGlobal ed eMarketer per illustrare, attualizzando la situazione, quanto già emergeva dalla presentazione di metà 2012 di Mary Meeker che già mostravano come i CPM pagati per il mobile fossero 5 volte inferiori a quelli da desktop, da PC.

Secondo quanto pubblicato un paio di giorni fa infatti, se i prezzi medi per CPM da PC si attestano attualmente intorno a 4.42$ quelli da smartphone si collocano a 1.31 $ abbattendo ulteriormente il rapporto di 1:10 tra quotidiani cartacei e online come mostra il grafico di sintesi

Tariffe CPM Diversi Media

E’ l’ennesima evidenza, se necessaria, che il binomio vendite-pubblicità nel complesso non può più essere considerato un modello di business con delle prospettive.

In specifico riferimento alla creazione di ricavi dalla lettura in mobilità, sia per giornali che riviste, la soluzione che in prospettiva appare più interessante mi sembra quella di rendere quotidiani e periodici direttamente “shoppable”, di integrare attraverso applicazioni di realtà aumentata la possibilità di effettuare degli acquisti direttamente dai, sui, giornali.

Opzione che, come segnalavo nella mia rubrica per l’European Journalism Observatory, inizia ad essere esercitata da diverse testate sia a livello internazionale che in Italia, con  «Glamour», ad esempio,  che da qualche mese  ha lanciato Glamour Personal Shopper applicazione per smartphone che, anche in questo caso, integra contenuti editoriali e possibilità di fare shopping online.

Meglio iniziare a sperimentare, a testarne le opzioni possibili e l’efficacia, o meno, prima di trovarsi davanti all’ennesimo problema, all’ultima emergenza.

Mobile ADV ECOSYSTEM

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Le Attitudini degli Europei Verso la Pubblicità sui Diversi Media

Print Power, organizzazione paneuropea dedicata alla promozione dei mezzi stampati e del loro ruolo nell’ambito di  programmi e campagne di marketing integrato, che comprende un gran numero di imprese, espressione dell’intera filiera della carta stampata: produzione, distribuzione, stampa, elaborazione e consegna di contenuti editoriali attiva in 13 nazioni del vecchio continente Italia compresa, ha condotto una ricerca sulle attitudini degli europei verso la pubblicità sui diversi media.

L’obiettivo della ricerca era quello di valutare il ruolo della carta stampata nella vita quotidiana delle persone e le attitudini nei confronti della comunicazione pubblicitaria nei diversi canali, mezzi. Sono stati presi in considerazione pubblicazioni quotidiane e periodiche, televisione, radio, internet, social media, cataloghi e direct marketing.  La ricerca è stata effettuata tra aprile ed agosto 2012, i risultati sono stati pubblicati ad inizio di questo mese.

La ricerca ha identificato 4 cluster di persone:

  • Slow Bons Vivants: Prevalenza di fruizione della stampa rispetto agli altri media. I media digitali sono associati alla frenetica vita lavorativa. Ritengono gli annunci stampa molto affidabili e utili. 23% delle persone.
  • Busy Mix-and-Matchers: Utilizzo trasversale di media digitali e non. Apprezzamento per la carta stampata. Fiducia verso pubblicità su giornali e riviste. 46% dei rispondenti.
  • Tolerant Surfers: Maggior utilizzo dei media digitali. Atteggiamento positivo verso la carta stampata. Non si fidano della pubblicità su Internet e nei social media tanto quanto si fidano degli annunci sulla stampa. 19% del campione.
  • Youthful Digilovers: Utenti digitali. Non vedono alcun vantaggio nell’uso della carta stampata. Credono maggiormente agli annunci su riviste e giornali che a quelli su Internet e TV. 12% del totale.

Il grafico di sintesi sottostante mostra la statificazione per età di ciascuno dei 4 cluster.

Cluster ADV

Complessivamente il 63% dei rispondenti afferma di avere fiducia nella pubblicità sulla carta stampata contro il 41% della televisione ed il 25% dell’online.

La fiducia nei confronti di pubblicazioni periodiche e quotidiane è superiore a tutti gli altri mezzi presi in considerazione ed è trasversale, seppure certamente con accenti diversi, a tutti i 4 cluster di persone identificati.

Se, non avendo a disposizione il questionario dell’indagine, è possibile eccepire rispetto al fatto che i risultati della ricerca siano funzionali all’obiettivo di fondo di Print Power, una recente ricerca condotta da Adblock Plus, tool per bloccare pop up ed annunci online, ha evidenziato comunque come la stragrande maggioranza delle persone abbia scarsa o nulla fiducia nei confronti dell’advertising online. Risultato confermato in numerosissime indagini sul tema a cominciare da quella condotta da Nielsen nello stesso periodo di quella effettuata da Print Power.

Print Media

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L’Efficacia dei Giochi per l’Advertising Online

Di innergame advertising, della comunicazione pubblicitaria all’interno dei giochi, e più in generale del valore dei giochi come medium, parlo dal 2005 avendone sperimentato l’efficacia negli ultimi dieci anni.

In questi giorni MediaBrix, società statunitense che offre soluzioni di comunicazione pubblicitaria in-app e in-game social e mobile, ha pubblicato i risultati di uno studio sugli annunci per appunto social gaming e mobile gaming.

“The Social e Mobile MediaBrix”, questo il nome del rapporto, è stato realizzato nel periodo dal 1 luglio, 2012 al 31 Dicembre 2012. I benchmark sono stati  calcolati da MediaBrix facendo la media dei dati raccolti da 100 azinede/brand che hanno realizzato delle campagne pubblicitarie di social gaming e mobile per un totale di oltre un miliardo di impression. I dati degli annunci sono stato poi confrontati con i benchmark di riferimento del settore forniti da eMarketer ed altri. Una metodologia che non dovrebbe dare adito a perplessità su quanto emerge.

Secondo i risultati gli annunci social gaming e mobile generano una media percentuale di click [CTR] del 3%, risultato di gran lunga superiore alla media dello 0,1% per i banner standard e vari altri parametri di riferimento citati nello studio forniti da fonti esterne, da eMarketer come detto, compresi i banner su mobile  che ottengono un CTR 0,86%  e gli annunci di Facebook, 0,11%.

Inoltre, il CTR per i “value exchange ads”, annunci pubblicitari in cui gli utenti ricevono una ricompensa per la visualizzazione completa dell’annuncio, generano un CTR medio del 11%.

Media CTR ADV Online

Anche in termini di engagement i giochi ottengono un risultato straordinario. Lo studio riprende i dati di Vitrue che mostrano come le brand pages di Facebook hanno una media di tasso di engagement di 0.50%, e quelli di Videohub, secondo i quali gli annunci pre-roll hanno tassi di coinvolgimento che vanno dal 0,7% al 3,64%. Per social e mobile gaming il tassi di engagement sonoè invece mediamente circa il 20%, il più alto di tutti in assoluto.

Faites vos jeux!

Tassi di Engagement

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Osservatorio sulla Pubblicità – Risultati della Prima Edizione

L’AGCOM, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, ha diffuso i risultati della prima edizione dell’Osservatorio sulla Pubblicità.

L’indagine consente di approfondire quanto emerso dall’indagine conoscitiva sulla raccolta pubblicitaria pubblicata da AGCOM a fine novembre 2012.

Purtroppo i risultati vengono diffusi ad un anno di distanza dalla data in cui è stato effettuato lo studio [perchè?], ma visto che l’Autorità acquisisce informazioni e dati nell’ambito dell’annuale comunicazione all’informativa economica di sistema e dunque dispone di dati non altrimenti reperibili il rapporto contiene comunque informazioni d’interesse, in particolare per quanto riguarda l’online per il quale vengono forniti gli ordini di grandezza sia per l’above the line [search, display, social network, mobile e video] che per il below the line [direct mail, web marketing].

Dal rapporto emerge come le imprese prevalentemente non adottino un mix di comunicazione nell’above the line concentrando nel 60% dei casi il proprio investimento solo su un mezzo. Si conferma l’inconsistenza, l’inutilità dei listini pubblicitari che nel migliore dei casi, per la televisione, rappresentano base di negoziazione nel 30% dei casi e sono riferimento praticamente assente per quotidiani e periodici. I meccanismi di negoziazione e di formazione dei prezzi della pubblicità sono condizionati, si basano fondamentalmente sulle relazioni storiche tra cliente e concessionaria.

La dimensione aziendale riveste un’importanza cruciale nello spingere gli inserzionisti ad investire, per cui la comunicazione pubblicitaria si conferma un’attività per medie e grandi imprese. Come era già emerso dall’indagine di novembre, un’attività per pochi dunque visto il tessuto imprenditoriale italiano. Se per mezzi quale la televisione si tratta di una questione di soglia d’accesso al mezzo, in termini di livello d’investimento, la bassa penetrazione di altri media, Internet incluso, che comunque ha la maggior quota di aziende che svolge attività di comunicazione pubblicitaria [22,7% degli investitori e 5,7% del totale aziende], dimostra come il problema sia fondamentalmente culturale, di approccio.

Per quanto riguarda l’above the line per la pubblicità su Internet è la search il formato maggiormente richiesto, seguita da display e classified/directories come mostra la tavola di sintesi sotto riportata.

Ripartizione Investimenti Online

Anche la ripartizione degli investimenti pubblicitari dell’on line in base alla categoria pubblicitaria evidenzia la medesima ripartizione con al primo posto il search, inteso come annunci pubblicitari che compaiono sulla pagina che elenca i risultati di una ricerca [pay per click], seguito da display advertising e dalla pubblicità directory/classified. Meno rilevante, ma in forte espansione, appare l’investimento in pubblicità diffusa attraverso i social network, che nel 2011 già pesava il 10%. . Il 7% della spesa complessiva sul web è assorbita, infine, dalla pubblicità di tipo video che soffre del condizionamento dato dalla scarsa diffusione della banda larga nel nostro Paese. Sono ancora le forme più tradizionali di comunicazione pubblicitaria a fare la parte del leone online.

Infine, secondo l’AGCOM, il 49.2% delle imprese italiane ha un proprio sito web. Dato che se messo a confronto al 5.7% di aziende che investono in pubblicità online mostra certamente le enormi potenzialità ed opportunità di crescita ma anche l’attuale deficienza [nel senso del latino deficere, ma non solo].

In conclusione, il rapporto, che come d’abitudine invito caldamente a leggere integralmente, è la fotografia di un Paese, il nostro, [a]normale sia sotto il profilo della raccolta pubblicitaria che della propensione alla comunicazione da parte delle imprese. Istantanea le cui implicazioni  evidenziano un sistema che ha ancora molta strada da compiere, anche, sotto questo profilo.

Ripartizione ADV Online per Categoria

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Sponsored Stories

Le sponsored stories, sono sempre esistite e non c’è nulla che indichi che cesseranno di esserlo, in gergo, in maniera volgare ma efficace, vengono comunemente chiamate “marchette”. In maniera più o meno velata, dal box redazionale su una determinata azienda/marca vicino alla pagina pubblicitaria acquistata dalla stessa a forme più sofisticate, o più subdole, a seconda dei punti di vista, la copertura giornalistica è da sempre influenzata dalla comunicazione pubblicitaria.

Da tempo le sponsored stories, parte di quello che viene chiamato native advertising, hanno preso piede nei siti d’informazione con HuffPost US ad introdurlo già nel 2010 ed i casi più recenti di Forbes, Atlantic e BuzzFeed a seguire, solo per citare i più noti.

Secondo un sondaggio di fine 2012 negli Stati Uniti il 50% circa degli investitori pubblicitari quest’anno sperimenteranno questo format di comunicazione e da oggi «The Washington Post» rompe il tabù sulla questione da parte dei grandi quotidiani nazionali introducendo per la propria edizione online BrandConnect, spazio a disposizione delle imprese all’interno del sito web del quotidiano per veicolare i propri contenuti. E se il quotidiano statunitense non si occuperà della creazione dei contenuti di marca altri, a cominciare dal già citato HuffPost US, che produce 1,600 articles al giorno, pari ad un “pezzo” ogni 58 secondi, sfruttano quest’abbondanza fornendo direttamente alle aziende i contenuti.

Il principale motivo di questa tendenza è legato all’inefficacia dell’advertsing display, quelli che chiamiamo banner per semplificare, che si traduce in un costante calo del valore riconosciuto per CPM legato esclusivamente alla logica dei volumi di traffico, delle pagine viste ed ha, giustamente, sempre minor appeal presso gli investitori pubblicitari.

BeyondDisplay_charts

Un numero crescente di siti d’informazione, con modalità e format diversi, sta dunque cavalcando l’onda delle sponsored stories come modo di recuperare contribuzione.

Si tratta a mio avviso, al di là delle singole specificità, dell’unica risposta sensata che l’industria dell’informazione può pensare di dare al brand journalism ed allla tendenza che vede le aziende sempre più  diventare loro stesse media companies.

Ovviamente, come dimostra il caso Atlantic-Scientology sono necessarie le opportune attenzioni e, altrettanto, l’opportuna chiarezza nei confronti del lettore per evitare l’effetto boomerang, ma si tratta sicuramente di un filone che apre diverse prospettive consentendo di monetizzare i volumi di traffico e  di instaurare, finalmente, un rapporto tra editori ed aziende che non sia quello da venditore di pixel ma di consulente di comunicazione a tutto campo.

Se gestite in maniera adeguata credo davvero che le storie sponsorizzate, e tutto quello che può ruotarci attorno, possano essere parte del futuro dei giornali online entrando a pieno titolo nel mix di comunicazione delle imprese.

Native ADV

Bonus track: “Giornali che fanno soldi (in USA). nessuna formula magica solo talento, leadership e qualità” – da leggere.

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Il Corriere della Sera e l’Innovazione

Poco più di un mese fa, il 25 gennaio per l’esattezza, il «Corriere della Sera» ha lanciato un nuovo progetto: «Ci – Corriere Innovazione» un magazine di 48 pagine, un sito internet, una rete di eventi, realizzando di fatto un sistema editoriale integrato tra carta, web e territorio.

La rivista mensile viene distribuita gratuitamente in tutto il triveneto in allegato a Sette e in alcune sezioni vengono offerti contenuti in realtà aumentata che utilizzando un’applicazione per smartphone  consentono di visualizzare video e immagini che vanno ad arricchirne il contenuto. Ulteriore elemento di integrazione editoriale.

Interessato all’iniziativa ho intervistato Luca Barbieri, caposervizio della redazione online del Corriere del Veneto e coordinatore editoriale dell’iniziativa, per approfondire, per comprendere quale fosse la concezione del progetto da parte di RCS.

Barbieri, oltre ad aver risposto alle tre domande poste, riportate di seguito, spiega che “ l’idea di base è quella di considerare Corriere Innovazione come una start-up: e quindi, essendo inseriti in un gruppo ben più ampio, abbiamo come mandato anche quello di sperimentare nuove modalità per dare profondità e verticalità all’informazione, iniziare ad utilizzare nuovi strumenti che possano poi essere applicati anche ad altre realtà editoriali”.

Si tratta insomma di un incubatore per sperimentare, per fare innovazione in ambito editoriale e verificare idee, intuizioni da applicare poi all’interno del gruppo RCS e fornire al territorio di riferimento un ritorno in termini di aggregazione e sviluppo su tutto quello che è innovazione.

Ho voluto approfondire perché fosse stato scelto proprio il tema dell’innovazione, come mai la scelta fosse caduta sul triveneto e quali gli obiettivi di marketing dell’operazione. Domande alle quali ho avuto risposte chiare e convincenti [grazie].

1) Perché è stato scelto il tema dell’innovazione?

> Perché è al centro dell’agenda politica e culturale del paese, è l’unica strada percorribile in un contesto di crisi come quello attuale per rimettere al centro la capacità di fare impresa e di trovare nuove soluzioni tipica del nostro Paese. A questo si è aggiunta la necessità di creare una rete fra tutti gli operatori che fanno innovazione affinché vi fosse un luogo di incontro unico in cui affrontare tutti i temi e renderli pubblici.

2) Perché è stato scelto il triveneto?

> Perché sede naturale di alcuni tra i maggiori protagonisti del fare innovazione a livello nazionale e perché culla storica di un certo modo di fare imprenditoria innovando continuamente. In più Corriere della Sera da anni presidia quotidianamente questi territori attraverso l’informazione locale dei suoi dorsi: Corriere del Veneto, Corriere del Trentino e Corriere dell’Alto Adige)

3) Quali gli obiettivi di marketing dell’operazione

> Mettere al centro il lettore utente, puntare ad una crescita in termini di audience allargata a più piattaforme – carta+online+eventi –  con nuove proposte di business aperte sia ai potenziali utenti pubblicitari [che troveranno un vero sistema attraverso cui fare comunicazione], che ai lettori/utenti che troveranno proposte commerciali sempre più profilate rispetto ai propri interessi.

Un’ottima iniziativa, alla quale non posso che augurare tutta la fortuna possibile, da prendere a riferimento nel convulso, e confuso, panorama editoriale italiano.

Corriere Innovazione

Bonus track sul tema dell’innovazione un articolo del «The Wall Street Journal»: “The Power of Imagination”

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