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Tempo Vs Spazio

Contemporaneamente alle riflessioni di ieri su come il tempo speso sul sito possa essere un’indicatore quantitativo di parametri qualitativi che [di]mostrano il coinvolgimento delle persone il caso vuole, diciamo, che Chartbeat, impresa statunitense dedicata all’analisi in tempo reale dei dati di accesso sui siti web degli editori, lanci un prodotto, un servizio che consente alle testate online di vendere agli inserzionisti ciò che fondamentalmente viene chiesto in primo luogo:  l’attenzione del loro pubblico.

Dall’analisi effettuata da Chartbeat emerge come il tempo speso sul sito sia indicativo della propensione a ritornare a visitare il sito, come mostra il grafico sotto riportato. Metrica che fa emergere apprezzamento e coinvolgimento rispetto ai contenuti trovati, a quanto letto o visto, terza fase di un processo di sviluppo dell’audience che può essere suddiviso, semplificando, in quattro passaggi:

  1. I visitatori arrivano, visitano il sito web della testata
  2. Trovano contenuto che gli interessa e li coinvolge
  3. Apprezzano quello che ottengono, e scelgono di tornare nuovamente al sito
  4. Se siete fortunati, condividono anche quello che hanno trovato con gli altri

Engagement Time Return on site

E’ sulla base di tali considerazioni che è stato lanciato ieri “Engaged Time”, strumento per fornire un valore numerico che misuri effettivamente, ed efficacemente, l’attenzione catturata verso il contenuto proposto e non semplicemente il numero di persone che si trovavano ad aprire la loro pagina, il loro sito web.

Con i servizi “accessori” di marketing che diventano sempre più una fonte rilevante per generare nuove fonti di ricavo per gli editori ed in un contesto dove tutti gli investimenti debbono portare sufficiente redditività la scelta della metrica, delle metriche corrette di misurazione è elemento cruciale di analisi e sviluppo, diviene argomentazione significante nei confronti degli investitori pubblicitari, delle imprese, e non costringe alla rincorsa ai volumi di traffico.

Se la quantità è un parametro importante lo è altrettanto la qualità. E’ fuori discussione, credo davvero, che il tempo dedicato sia IL parametro principale dell’attenzione e del coinvolgimento delle persone. Chi ha tempo non aspetti tempo.

Brands Time

Sulla questione interviene Jeff Jarvis che parla appunto di “Selling ads by time, not space”. Da leggere ad integrazione.

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Gamification ed Engagement

Nel tempo speso sul sito del giornale l’industria dell’informazione ha un indicatore importante del livello di coinvolgimento effettivo del lettore. L’implementazione di tecniche riconducibili alla gamification può essere elemento di grande ausilio poiché l’applicazione all’informazione consente di approfondire l’esperienza del lettore, delle persone, crea coinvolgimento e partecipazione, migliorando complessivamente di riflesso le performance di business aziendali.

E’ una tesi che sostengo da tempo anche in questi spazi e sulla quale attualmente sto lavorando per un importante player nel video-giornalismo partecipativo.

Tema che ahimè continua a restare assolutamente marginale in Italia ed ancor più, se possibile, per quanto riguarda l’editoria italiana e che sarà trattato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia il 25 aprile prossimo nel panel “La gamification dell’informazione funziona”, di cui sarò il moderatore, in cui verranno illustrati casi concreti e testimonianze sul tema.

In attesa di quel giorno la conferma arriva da Gygia, impresa statunitense che fornisce le infrastutture per gamificare il proprio sito web, che ha pubblicato un’infografica di sintesi dei risultati dei propri clienti, tra i quali figurano, per citarne alcuni del mondo dei media, Forbes e MTV, che fornisce i dati sugli obiettivi raggiunti secondo l’analisi di un miliardo di interazioni.

Dai dati pubblicati emerge come grazie alla gamification i commenti siano aumentati del 13%, le condivisioni su Twitter, Facebook e gli altri social network del 22% e la ricerca di contenuti sia cresciuta di ben il 66% con un tasso di coinvolgimento complessivo che ha aumentato l’engagement dei visitatori mediamente di quasi un  terzo [29%].

La gamification funziona.

gamification_infographic1

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Esempi di Buona Comunicazione Aziendale su Twitter

Gli account aziendali sulla piattaforma di microblogging da 140 caratteri sono prevalentemente eccessivamente promozionali o, nella migliore delle ipotesi, ingessati, noiosi.

Fortunatamente in un panorama generale abbastanza desolante spiccano delle eccezioni che vale la pena di prendere a riferimento come buoni esempi di comunicazione corporate su Twitter.

Strettamente in ambito editoriale un esempio di buone pratiche viene da @Einaudieditore che non a caso in un paese di gente che non legge libri ha la bellezza di circa 116mila followers – in questo sabato mattina – ma soprattutto un tasso di risposte del 24% e un tasso di retweets del 41%, chiari indicatori di un buon livello di interazione e coinvolgimento [per confronto si veda quello dei principali quotidiani italiani].

Più in generale ha attirato la mia attenzione ed ottenuto il mio apprezzamento l’account del  Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali al quale sono affidati i compiti di suscitare e sostenere adeguatamente l’azione della Chiesa e dei fedeli nelle molteplici forme della comunicazione. Cosa che a mio avviso gli riesce molto bene, anche, su Twitter.

I tre esempi sottostanti credo siano il modo migliore per provare a spiegarne le motivazioni.

1. Coinvolgimento delle persone

L’esempio sottostante, assolutamente replicabile dai newsmakers, dalle fonti d’informazione che invece continuano ad utilizzare Twitter come un megafono, mostra e dimostra le possibilità di coinvolgimento delle persone

2. Tono di voce/Mood di comunicazione

Se da un account ufficiale ci si aspetterebbe un rigore nella comunicazione pari o superiore a quella bancaria, un rigor mortis di formalismo. Il tweet sottostante evidenzia come, essendo ovviamente in prevalenza i giovani coloro ai quali ci si rivolge, utilizzare codici di comunicazione adeguati all’audience di riferimento. E così che nell’annunciare a gran voce l’habemus papam si utilizza un emoticon che sta a significare, per chi non lo sapesse, “dammi il cinque”

3. Crossmedialità, chiarezza delle fonti ed attribuzione

Se per caso non seguite i due account segnalati non posso che esortarvi a farlo. C’è molto da imparare.

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Chi ha Tempo non Aspetti Tempo

Il tempo speso sul sito del giornale è, a mio avviso ma anche di molti altri, un indicatore importante del livello di coinvolgimento effettivo del lettore. Indicatore che, per essere speculativo viste le difficoltà complessive di monetizzazione, che può essere speso per aumentare il valore di vendita per CPM.

The Media Briefing pubblica i dati delle rilevazioni comScore relativamente all’informazione in Gran Bretagna e pone l’accento proprio sul tempo speso dagli internauti britannici sia sui siti web d’informazione nel loro complesso che su quelli dei quotidiani online rapportandolo al totale del tempo online. Aspetto che in uno scenario competitivo allargato quale quello digitale è elemento saliente dell’attenzione delle persone e di riflesso della posizione competitiva del segmento anche per quanto riguarda la raccolta pubblicitaria.

Dai dati emerge come i quotidiani online pesino soltanto il 2% del totale rispetto ad altre attività che le persone fanno online ed anche allargando lo sguardo e considerando più in generale i siti d’informazione, includendo dunque fonti quali, una per tutte, la BBC, si sale al 3,6% del totale come mostra il grafico di sintesi sottostante.

Tempo Online Quotidiani UK

 Se i dati pubblicati mostrano una tendenza positiva con un incremento del 18% rispetto all’anno precedente del tempo speso nel 2012 nella lettura di informazioni sui siti web dei quotidiani online, i valori restano comunque estremamente ridotti sia in assoluto che rispetto alla fruizione degli altri mezzi.

Si tratta dell’evidenza di come sin ora, sbagliando, ci si sia concentrati sull’attirare audience, sui volumi di traffico, nel disperato tentativo di  riuscire a rendere sostenibile economicamente la versione digitale dei giornali.

Se la quantità è un parametro importante lo è altrettanto la qualità. E’ fuori discussione, credo davvero, che il tempo dedicato sia IL parametro principale dell’attenzione e del coinvolgimento delle persone. Come scrivevo  a dicembre nelle mie previsioni su quali aspetti lavorare nel 2013, a quali leve dare priorità, è questo attualmente uno dei più gravi problemi dei quali soffre l’informazione. Forse il principale tallone d’achille.

Come ho avuto modo di sottolineare a più riprese, in tal senso, a mio avviso, le leve su cui operare sono fondamentalmente due.

Creazione, ed alimentazione, di comunità d’interesse all’interno del sito del giornale e implementazione di tecniche riconducibili alla gamification, che può essere elemento di grande ausilio poichè l’ applicazione all’informazione consente di approfondire l’esperienza del lettore, delle persone, crea coinvolgimento e partecipazione, migliorando complessivamente di riflesso le performance di business aziendali.

Senza engagement non c’è partita, non c’è, qualunque esso sia, un futuro dei giornali. Deve essere questa la priorità assoluta, credo davvero, per il 2013.

Chi ha tempo non aspetti tempo.

Tempo per Mezzo UK

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Le 3 C dell’Informazione per il 2013

La fine dell’anno si sa è epoca di bilanci e di previsioni per il futuro. Il bello di fare delle previsioni scritte è che poi restano lì ed è possibile a distanza di un anno verificarne fondatezza o meno. Mettete pure dunque, se credete, questo articolo tra i preferiti così da venirmi a tirare per la giacchetta se del caso l’anno prossimo di questi tempi.

Ho provato a raccogliere i pensieri, a mettere insieme i vari pezzi del puzzle di un anno tanto stimolante concettualmente quanto deprimente economicamente per l’industria dell’informazione e, come anticipa il titolo, sono arrivato a credere che il 2013 sarà caratterizzato fondamentalmente da “3 C”:

  • Convergenza
  • Coinvolgimento
  • Citizen Journalism

Convergenza

Come ricordavo nel mio speech al convegno dell’ Associazione Nazionale Editoria Periodica Specializzata, un racconto è convergente quando vengono distribuiti gli stessi contenuti all’interno di piattaforme diverse.

Credo non possa esserci dubbio che, in prospettiva, il futuro dei quotidiani si giocherà sulla capacità di realizzare sinergie, convergenza, tra le versioni digitali e quelle tradizionali, utilizzando ciascun mezzo, ciascuna versione a supporto dell’altra. I diversi supporti non sono, non saranno, alternativi ma complementari.

Convinzione che, oltre che dai risultati dello studio della The Professional Publishers Association, che mostra come le due piattaforme [tablet e carta] si combinino tra loro per ampliare il repertorio di lettura, viene ulteriormente rafforzata dalla pubblicazione, solo di ieri di ben due ricerche.

Una prima, realizzata dal The Pew Research Center’s Project for Excellence in Journalism, pubblicata ieri, mostra come anche coloro che leggono le notizie in mobilità su tablet e smartphones prevalentemente prediligano, anche nel caso degli under 40, dei giovani, un’esperienza di lettura che è simile a quella della carta. Studio, tra l’altro, conferma quanto precedentemente emerso circa la preferenza di lettura da browser, dal web, invece che attraverso le app.

La seconda, realizzata dall’ Online Publishers Association a giugno di quest’anno, che ricorda la bassa propensione all’acquisto di applicazioni dedicate e che consiglia dunque la proposta di pacchetti che includano la versione cartacea.

Ne spiega molto bene le implicazioni Felix Salomon che argomenta, come sempre egregiamente, perchè non avremo un “tablet-native journalism”, un giornalismo specificatamente dedicato e realizzato esclusivamente a questa piattaforma, a questo device.

La capacità dunque di realizzare un prodotto editoriale che sia apprezzato, di qualità, e fruibile in egual maniera indipendentemente da dove è distribuito, complementare anche ai diversi momenti di lettura dell’informazione che, ancora una volta, si integrano tra loro, sarà, è, uno dei punti chiave.

Giornalaio Pubblico 9 Dic 2012

Coinvolgimento

E’ questo attualmente uno dei più gravi problemi dei quali soffre l’informazione. Forse il principale tallone d’achille.

Se i tempi di permanenza sui siti dei quotidiani online sono un chiaro indicatore del basso livello di coinvolgimento, aspetto che si conferma anche dalla elevata percentuale di lettori che arrivano dai motori di ricerca [e dai social network?] indice di scarsa fedeltà alla singola testata, i dati pubblicati da eMarketer ieri sul tempo speso anche per quanto riguarda le diverse categorie di applicazioni chiudono il cerchio.

Emerge come a livello mondiale la categoria delle applicazioni di notizie rappresenti solamente il 2% del totale, con giochi e social network ad assorbire oltre due terzi del tempo.  Chiaro ulteriore indicatore del problema.

Come ho avuto modo di sottolineare a più riprese, in tal senso, a mio avviso, le leve su cui operare sono fondamentalmente due.

Creazione, ed alimentazione, di comunità d’interesse all’interno del sito del giornale e implementazione di tecniche riconducibili alla gamification, che può essere elemento di grande ausilio poichè l’ applicazione all’informazione consente di approfondire l’esperienza del lettore, delle persone, crea coinvolgimento e partecipazione, migliorando complessivamente di riflesso le performance di business aziendali.

Senza engagement non c’è partita, non c’è, qualunque esso sia, un futuro dei giornali. Deve essere questa la priorità assoluta, credo davvero, per il 2013

Tempo per App

Citizen Journalism

Lo spiegava a chiare lettere alla tre giorni sul giornalismo digitale organizzata da «Varese News» recentemente, con tanta semplicità quanta efficacia, Angelo Cimarosti, co-fondatore di YouReporter, affermando che “nessuna testata al mondo può avere 40mila collaboratori sparsi sul territorio a raccogliere, filmare, fotografare, le notizie in tempo reale”. Basta guardare un qualunque telegiornale nazionale per verificare quanto sia vera questa affermazione, con la copertura di eventi atmosferisci, terremoti e tantissimi altri fatti di cronaca che senza il giornalismo partecipativo sarebbe nulla o tardiva.

Un’informazione di qualità e partecipata, open, che convinca e coinvolga il lettore, le persone, è il terzo elemento discriminante che può fare la differenza sia in termini di rapporto costi/ricavi che a livello di value proposition, la proposta di valore che offriamo alle persone.

Un processo di co-creazione che dovrebbe essere l’essenza di quello che comunemente si racchiude nella definizione di Web 2.0 per troppo tempo colpevolmente trascurato, anche, dai giornali e ricercato sempre più dalle persone.

Il 2013 sarà, dovrà essere, l’anno in cui provi rimedio hic et nunc.

Labirinto Borges

Ne riparliamo, anche, alla fine dell’anno prossimo.

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Lezioni di Guida per i Giornali

L’automotive, nel quale ho lavorato a lungo, è un settore che a mio avviso ha molte similitudini con quello editoriale. In tutti e due i mercati è il channel leader, l’editore o la casa automobilistica, a governare, ad influenzare pesantemente tutta la catena a valle con le proprie scelte, le proprie politiche.

In entrambi i casi le reti distributive si accollano l’onere imprenditoriale, il rischio d’impresa, ma sono governate, o perlomeno fortemente condizionate, dal produttore che determina assortimento, prezzo e politica commerciale nel suo insieme. Entrambe sono, da tempo, in fortissima sofferenza e come non si contano le chiusure di concessionarie di auto così avviene altrettanto per le edicole. Entrambe, ancora, le reti di distribuzione vendono, in mancanza di scelta di alternative reali, prodotti obsoleti nati più di un centinaio di anni fa e mai sostanzialmente mutati ma al massimo “rinnovati”.

Anche per questo motivo credo possa insegnare qualcosa all’industria dell’informazione la recente iniziativa di Mercedes Benz che ha lanciato due spot televisivi per la nuova classe A in cui le persone sono invitate a scegliere, a suggerire come dovranno essere i prossimi filmati pubblicitari della storia attraverso Twitter utilizzando l’hashtag #YOUDRIVE.

Per ogni spot le persone sono invitate al canale specifico creato su YouTube per l’iniziativa, che ha già oltre 3,7 milioni di visualizzazioni, dove possono creare la loro storia. Anche i dati sulle preferenze espresse attraverso la piattaforma di microblogging da 140 caratteri saranno inseriti nello spot co-creato in questo modo con le persone.

Alimentando la conversazione e stimolando la co-creazione i brand hanno la possibilità di attivare maggiori, e soprattutto migliori relazioni con il proprio pubblico, con le persone.

Sono lezioni di guida, anche, per i giornali dalle quali sarebbe colpevole non trarre insegnamento.

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Analisi dell’Audience delle Fonti d’Informazione su Twitter

SocialFlow, società di servizi di social analytics, ad inizio di questo mese ha pubblicato i risultati di un’analisi effettuata su sei fonti d’informazione internazionali. Sono stati presi in considerazione i comportamenti dei followers su Twitter di «Al-Jazeera», «BBC News», «CNN», «The Economist», «Fox News» e «The New York Times».

Lo studio ha preso in considerazione più di 20 milioni di tweets da parte di 7 milioni di follower tra i quasi 18 milioni di utenti che complessivamente seguono le sei fonti d’informazione citate.

Al momento della redazione di questo articolo @AJEnglish ha 1.237.728 followers, @BBCNews 896.848, @CNN 5.739.709, @TheEconomist 2.264.613, @FoxNews 1.807.812 e @NYTimes 5.964,604.

Dai risultati della desk research emerge, come è naturale che fosse, una bassa sovrapposizione dei followeers dei diversi account con «The New York Times» e «The Economist» al 28,7% che presentano il massimo livello di accavallamento. Soltanto 663 persone dei 7 milioni presi in considerazione seguono tutte le sei fonti informative.  Distinti, altrettanto, per le diverse fonti d’informazione sia gli argomenti discussi che i termini che hanno generato il maggior numero di click – e dunque traffico – verso il sito web come mostra la word cloud sottostante.

– Top keywords che hanno generato traffico da Twitter -

Emerge con chiarezza, ed è una conferma tanto interessante quanto importante, come non sia la quantità di followers a fare la differenza e, a livello speculativo, a generare il maggior numero di click e di retweet.

Se i retweet servono a fare brand awareness, a creare notorietà di marca e misurano in qualche modo la fiducia nella fonte d’informazione, i click, al di là dell’aspetto speculativo di generare traffico al sito, indicano il livello di coinvolgimento e di adesione tra temi proposti ed adesione da parte dell’audience, del pubblico di riferimento.

Il grafico di sintesi dei risultati sotto riportato indica chiaramente come non siano «CNN» e «The New York Times» – le due fonti ad avere il maggior numero di followers tra quelle esaminate – ad avere nè il maggior numero di click verso il proprio sito web e neppure di retweet.

Insomma, con buona pace di chi ama credere che il numero di followers, o di fans, sia un attributo importante, emerge come invece siano la capacità di coinvolgere le persone e di avere la loro fiducia gli attributi giusti.

– Click e Retweet per Fonte d’Informazione -

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Le 5 W del Giornalismo nel 2012

Le 5 W del giornalismo sono alla prima pagina del bigino per prepararsi all’abilitazione professionale.

Se i criteri basici di questa regola, che risale addirittura all’Ottocento, ai tempi della trasmissione di notizie e articoli attraverso il telegrafo, restono certamente ancora oggi validi, altrettanto certamente le evoluzioni dell’ecosistema dell’informazione ne richiedo un’interpretazione in chiave di coinvolgimento del lettore da parte dei giornalisti e dei giornali.

E’ quello che propone Ike Pigott, ex giornalista televisivo ora votato alla comunicazione d’impresa, che suggerisce una rivisitazione della regola focalizzando l’attenzione su coinvolgimento e gli elementi esperienzali del lettore.

Le 5 W diventano dunque:

  • Who are we trying to communicate to? – A chi stiamo cercando di comunicare – Elemento di base di riflessione sul gruppo di persone, sul pubblico di riferimento al quale si comunica.
  • What do they want to talk about? – Di cosa [qs persone] vogliono parlare – Si ribalta l’approccio ed invece di imporre un’agenda, dei temi, si ascolta, si comprende quali temi interessano il gruppo, i gruppi di persone che si vogliono coinvolgere.
  • Where are they going to be receiving this information? – Dove riceveranno questa informazione – E’ un riferimento sia al luogo fisico nell’epoca della mobilità che di tipo di supporto sul quale le persone riceveranno l’informazione, le notizie. Dalla carta al PC passando per smartphones e tablets.
  • When are we delivering it? – Quando la esprimeremo, la “consegneremo” – In un ambiente multipiattaforma quando [e come inevitabilmente] scegliere un format piuttosto che un altro.
  • Why should they care about receiving it from us? – Perchè [le persone, il pubblico] dovrebbero essere interesssate a riceverla da noi – Qual’è la value proposition, la proposta di valore che offriamo alle persone.

5 W alle quali Pigott aggiunge anche la H di How: How will we deliver it? – Come la esprimeremo, la “consegneremo” – Attraverso quale piattaforma e forma esprimeremo la notizia, l’informazione.

Nell’attuale momento con giornalismo partecipativo e social media che assumono una rilevanza crescente all’interno dell’ecosistema dell’informazione sono domande alle quali dare una risposta è divenuto un requisito basico da soddisfare. Credo davvero.

Ad integrazione, sempre in tema, si consiglia la lettura di “Journalism That Matters: An Emerging Cultural Narrative”, non recentissimo ma assolutamente ancora attuale.

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Nativi Digitali

J-Lab: The Institute for Interactive Journalism ha condotto una ricerca sull’utilizzo dei social media da parte delle startup all digital dell’informazione negli Stati Uniti.

Lo studio ha coinvolto 783 “digital-first” news startups selezionate dalla Directory of Community News Sites, del The Media Consortium e dell’ Association of Alternative Newsmedia. 239 hanno completato il questionario fornendo, tra l’altro, 1,300 risposte aperte. La grande maggiornanza dei rispondenti sono fonti d’informazione locali o iper-locali, dedicati ad una specifica comunità.

Impossibile non rilevare la differenza dello status quo tra la ricchezza di associazioni e risorse dedicate negli Stati Uniti e, pressoché, il vuoto assoluto italiano; credo possa, debba, essere questo un elemento di riflessione nel corso del prossimo incontro nazionale sul sul giornalismo digitale in Italia, al quale, per inciso, parteciperò [aggiornamenti a breve].

Il rapporto dei risultati evidenzia quattro livelli di coinvolgimento dei lettori, delle persone:

  • Promozionale: Il più diffuso e utilizzato, per portare le persone a consumare i contenuti, a visitare il sito web.
  • Reazione: Che provoca una reazione – commenti, condivisioni, “like”, chat.
  • Partecipazione: Che provoca la partecipazione delle persone -  contributi alle notizie, tempo dedicato, sovvenzioni/raccolta fondi.
  • Partecipazione Civica: Che attiva nelle persone interesse e partecipazione nei confronti di istanze sociali [locali e non].

Diverse le forme di coinvolgimento, incluse quelle non online. Tra tutte primeggiano i social media come strumento di coinvolgimento del pubblico di riferimento ritenuti estremamente importanti allo scopo dall’84% dei rispondenti.

Una rilevanza alla quale non corrisponde altrettanta attenzione in termini di monitoraggio e misurazione dei risultati. Sono infatti utenti unici e pagine viste i parametri di riferimento, mentre solo il 35% utilizza strumenti di misurazione  dei commenti agli articoli e si scende al 25% per le interazioni su Facebook [commenti, "likes", condivisioni] per precipitare al 13% di coloro che analizzano il numero di tweets e retweets.

Solamente il 21% monitora e misura il tasso di conversione dei visitatori al proprio sito, non identificando quanto e come avvenga l’evoluzione, il passaggio da visitatore occasionale a persona coinvolta e partecipattiva [non è un è un refuso], che compie le azioni desiderate.

Una situazione creata dalla mancanza di cultura di conoscenza dei social media e delle modalità di coinvolgimento delle persone, aggravata dalla carenza di risorse, di un ruolo all’interno dell’organizzazione, dedicate allo scopo, che emerge dalle dichiarazioni di alcuni rispondenti che affermano: “We pay a lot of attention to social media but in the end it’s all about the journalism” evidenziando mentalità, estrazione culturale e approccio di fondo. Una mentalità ancora “broadcast”.

Il rapporto, che consiglio assolutamente di scaricare e leggere con attenzione, dopo aver esaminato diverse case studies, fornisce l’elenco di diversi strumenti gratuiti e/o open source di misurazione; tra tutti il più interessante mi pare essere ThinkUp. Jan Schaffer, Direttore del J-Lab’s Institute for Interactive Journalism, conclude: “These small sites can measure interaction with their content, but they don’t have good tools to measure meaningful engagement. This affects both the future of their operations and the impact they can have in their communities”.

Essere nativi digitali non basta.

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Le Proteste Popolari Insegnate da un Videogioco

Se si dovesse scegliere tra tutti gli avvenimenti del 2011 quello che nel suo insieme è il più rappresentativo dell’anno che volge al termine, molto probabilmente la scelta cadrebbe sulle rivolte popolari in tutto il mondo.

A sancirlo non è soltanto l’ultimo numero del «Time» che quattro giorni fa ha eletto simbolicamente “The Protester” come personaggio dell’anno, ma la diffusione del fenomeno con una contaminazione reciproca tra quella che è stata definita la rivolta araba e il movimento occupy/indignati nel mondo occidentale. Proteste che non accennano a placarsi come testimoniato dai drammatici avvenimenti in corso in questi giorni in Siria ed Egitto e da quanto riportato da Occupy Togheter, l’associazione che riunisce tutti i movimenti di protesta del cosìdetto primo mondo.

“People Power” è un videogioco, del genere strategico, che consente a chiunque lo desideri di calarsi nei panni del leader di una protesta civile.

Il gioco, realizzato a novembre di quest’anno, insegna a scegliere le tattiche ed i mezzi della protesta simulando diverse situazioni, diversi scenari con i quali cimentarsi per riuscire a raggiungere l’obiettivo. Una volta scaricato il videogame [con una donazione di 10$] si entra a far parte di una community sia per lo sviluppo di nove mappe di gioco, nuovi scenari, che di persone con quest’interesse in comune, costruendo così di fatto un network tra coloro che vogliono apprendere la resistenza civile e strategie non violente.

In tale ambito, si segnala inoltre, seppure di fattura decisamente inferiore anche “Occupy The Game” che ruota intorno allo stesso tema focalizzandosi sulle proteste del movimento Occupy Wall Street come suggerisce il nome.

Se le proteste non sono un gioco, ancora una volta i giochi sono media per comunicare e apprendere.

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