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Il Tirreno Aumentato

L’edizione di oggi di «Il Tirreno», quotidiano locale del gruppo editoriale Espresso-Repubblica, è interattiva.

Grazie ad un applicazione di realtà aumentata tutta italiana, puntando il proprio smartphone o tablet [sia android che iOS] dopo pochi istanti partirà il video di una canzone di Rondelli, quindi da un menu potranno essere scelti altri contenuti multimediali: foto, video oltre che collegamenti al sito del giornale e alla pagina Facebook della testata.

Che il futuro sia ibrido, che i codici QR e la realtà aumentata siano una parte del futuro, dell’evoluzione del prodotto cartaceo così come l’abbiamo conosciuto sin ora, e che queste tecnologie possano essere sfruttate sia per quanto riguarda la comunicazione pubblicitaria, restituendo appeal alla carta per gli investitori, che per i contenuti giornalisti, integrando i contenuti e rendendo l’esperienza di lettura più interessante è una tesi che sostengo da tempo e che fa parte delle conclusioni del mio libro.

Finalmente qualcosa si muove anche in Italia.

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Effetto Pagine Viste

Proseguiamo il ragionamento proposto nei giorni scorsi grazie al breve video di Epipheo, pubblicato in questi giorni, che intervista Ryan Holiday, autore di “Trust Me, I’m Lying”.

Nel breve filmato viene efficacemente descritta la generale scarsa qualità dell’informazione online. Notizie che non lo sono, gossip, congetture, rumors raccolti attraverso i social media e diffusi al solo scopo di fare pagine viste alla spasmodica ricerca di ricavi pubblicitari.

Come dicevo l’altro giorno, le versioni online non sono la fedele trasposizione del giornale di carta, non hanno gli stessi contenuti, e vengono “arricchiti” invece in molti casi della colonna destra con “boxini morbosi” che barattano traffico al posto della reputazione di marca della testata svilendo complessivamente il newsbrand.

L’effetto pagine viste sta avendo risultati disastrosi sulla qualità dell’informazione online e sul valore delle testate che rischiano di perdere il vantaggio competitivo acquisito negli anni con il lettore che identifica il brand della testata a prescindere se sia in versione cartacea o digitale, a pagamento, oppure online gratuitamente. Non tenerne conto potrebbe portare a risultati ben più gravi che la perdita di quale spicciolo raccolto con audience inesitabile.

Autocelebrativo

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Attenzione e Coinvolgimento nell’Informazione

Le pagine viste sono morte, lunga vita al coinvolgimento, scrive Paps Shaikh, General Manager Europa di Say Media, in una interessante disamina su come le pagine viste, il parametro attualmente più utilizzato come metrica per la vendita pubblicitaria online, non siano un indicatore di qualità, non siano indice da tenere in considerazione nè per gli editori nè per gli investitori pubblicitari, per le aziende.

Che sia invece il tempo speso il principale elemento da tenere in considerazione,  l’aspetto di valore in termini di attenzione e coinvolgimento è una tesi che anche il sottoscritto ha ribadito a più riprese e che molti adottano, come mostra il grafico tratto dalla presentazione di Chiara Galli, Head of Business Development Italy di ComScore, sulle caratteristiche e le tendenze del mercato pubblicitario sul Web italiano, che mette in diretta relazione engagement e tempo speso per categoria evidenziando, tra l’altro, come la categoria delle notizie, dell’informazione sia ai minimi livelli e come, in particolare, i quotidiani online italiani siano al fondo, ultimi tra le diverse categorie prese in considerazione per tempo speso.

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Che il tempo sia un indicatore quantitativo che rappresenta in realtà altri elementi qualitativi lo ricorda, come sempre, egregiamente Mathew Ingram commentando i dati diffusi da Fast Company sui risultati in termini di tempo speso, appunto, grazie ad una maggior attenzione a proposte di long-form journalism.

Personalmente, come ho avuto modo di affermare a più riprese, sono convinto che le leve su cui operare siano fondamentalmente due: creazione, ed alimentazione, di comunità d’interesse all’interno del sito del giornale e implementazione di tecniche riconducibili alla gamification, che può essere elemento di grande ausilio poichè l’ applicazione all’informazione consente di approfondire l’esperienza del lettore, delle persone, crea coinvolgimento e partecipazione, migliorando complessivamente di riflesso le performance di business aziendali.

Sul tema sono stati diffusi in questi giorni dei dati emergenti da una ricerca condotta da McKinsey che mostrano come il 35% del tempo dedicato al consumo di informazione sia per i giornali [di carta], il 16% per la radio, il 41% per la televisione mentre tablet e smartphone peserebbero solo il 2% e desktop, il pc, il 4%, come mostra il grafico sottostante.

Time spent per media information

A commento, sia l’autore dell’articolo che, ancora una volta Mathew Ingram, obiettano che il minor tempo dedicato alla lettura di informazione online non sia necessariamente un indicatore di una performance negativa ma che anzi potrebbe essere indice di maggior efficienza informativa e che il valore aggiunto risieda nella partecipazione, attraverso commenti e social media, generando complessivamente un’esperienza migliore rispetto alla lettura “passiva” che avviene sul cartaceo.

Tesi che, nonostante l’indubbia autorevolezza di entrambi, mi appare poco supportata da evidenze fattuali che invece parrebbero dimostrare il contrario, con allo stato attuale l’esperienza di lettura digitale, per usare un eufemismo, ampiamente migliorabile sia in termini di lettura ed attenzione che di proposta di contenuti. Aspetti ancora più veri e validi nel nostro Paese dove, contrariamente agli Stati Uniti, le versioni online non sono la fedele trasposizione del giornale di carta, non hanno gli stessi contenuti, e vengono “arricchiti” invece in molti casi della colonna destra con “boxini morbosi” che barattano traffico al posto della reputazione di marca della testata svilendo complessivamente il newsbrand.

Insomma quel che appare certo è che non avremo tempo per annoiarci, il lavoro da fare è ancora davvero molto.

one minute

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Diffusione ed Utilizzo di Codici QR

A fine 2015 RCS Mediagroup si attende di generare il 21% dei propri ricavi dal digitale, di riflesso questo significa che il cartaceo anche nel medio periodo continuerà a pesare ben oltre i due terzi del totale.

Con dati in picchiata della raccolta pubblicitaria anche nel primo trimestre di quest’anno e vendite dei giornali il cui calo non è certamente compensato dalle copie digitali resta il problema di come affrontare il processo di convergenza e di come tenere i ricavi della carta.

Se in generale il mio libro “L’edicola del futuro, il futuro delle edicole. Ovvero che fine farà la carta stampata” tratta a tutto campo l’argomento chi frequenta questa TAZ con assiduità sa quanto volte è stato affrontato l’argomento dell’utilizzo dei QR codes e della realtà aumentata come elemento di svecchiamento, di rinnovamento del prodotto cartaceo, sia in chiave pubblicitaria che in termini di miglioramento dei contenuti più strettamente giornalistici e, di riflesso, di recupero contributivo.

I codici QR sono la tecnologia più conosciuta tra le diverse soluzioni che offrono interattività ma molti nutrono dubbi sul loro effettivo utilizzo. A fornire i dati sulle dimensioni di quale sia l’uso di questa tecnologia arrivano ora due ricerche.

La prima, di ScanLife, il leader globale nella fornitura di soluzioni di connessione mobile cloud-based che portano  vita ai prodotti ed  alle informazioni, I dati, riassunti nell’infografica sottostante, si riferiscono ai primi tre mesi di quest’anno e mostrano la crescita costante con oltre 18 milioni di scansioni in solo nel primo trimestre del 2013, e con un picco nel solo mese di marzo con 6,7 milioni di scansioni nel mondo.

ScanLife_TrendReport_Q1.2013

La seconda, di Forrrester, mostra l’utilizzo nell’ultimo mese offrendo il dettaglio di USA e della UE7, Italia compresa, con valori che si assestano intorno ad una media del 6% di coloro che posseggono uno smartphone  [oltre il 55% di coloro che hanno un telefonino nel nostro Paese]. Media che In Italia si assesterebbe oltre il 10%,

Come conclude l’analista della nota società di ricerche di mercato: “Nonostante la loro diffusione ancora limitata oggi, i codici a barre QR/2D hanno un grande futuro davanti a loro”, proseguendo “”L’integrazione di smartphone con la scansione di codici a barre 2D integrati come funzionalità di base della fotocamera [....] aiuterà a scalare le opportunità offerte dai codici a barre nei prossimi due o tre anni”.

Agli editori ancora una volta la scelta di perseguire, o meno, questa opportunità.

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Brutti Tempi per l’Informazione Online

Il tempo speso sul sito del giornale è, a mio avviso ma anche di molti altri, un indicatore importante del livello di coinvolgimento effettivo del lettore. Indicatore che, per essere speculativo viste le difficoltà complessive di monetizzazione, che può essere speso per aumentare il valore di vendita per CPM o, ancora meglio, identificare altri elementi e forme di ricavo.

Secondo quanto pubblicato da eMarketer gli internauti del Regno Unito, fatto cento il tempo trascorso online. dedicherebbero alla lettura delle notizie solamente tre minuti per ogni ora dedicata alla Rete, pari al 5% del tempo complessivo.

Come ho avuto modo di sottolineare a più riprese, in tal senso, a mio avviso, le leve su cui operare sono fondamentalmente due.

Creazione, ed alimentazione, di comunità d’interesse all’interno del sito del giornale ed implementazione di tecniche riconducibili alla gamification, che può essere elemento di grande ausilio poichè l’applicazione all’informazione consente di approfondire l’esperienza del lettore, delle persone, crea coinvolgimento e partecipazione, migliorando complessivamente di riflesso le performance di business aziendali.

Senza engagement non c’è partita, non c’è, qualunque esso sia, un futuro dei giornali. Deve essere questa la priorità assoluta. Chi ha tempo non aspetti tempo o, in alternativa, non si stupisca dei brutti tempi, e delle relative difficoltà economiche, dell’informazione online.

Time spent online UK

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Internet Pesa Meno del 2% degli Investimenti Pubblicitari nel Mondo

Nielsen ha rilasciato la sintesi degli investimenti pubblicitari nel mondo suddivisi per medium contenuti nel report Global Adview Pulse.

L’Europa è l’unico continente dove gli investimenti pubblicitari sono in calo [-4,2%], con le nazioni del mediterraneo, ad esclusione della Francia che cresce del 2,5%, in fortissima flessione Italia compresa. Trend che in specifico riferimento al nostro Paese è ulteriormente peggiorato nei primi due mesi di quest’anno passando dal -14,5% del 2012 ad un -16,5% nel primo bimestre del 2013.

La tendenza complessiva a livello mondiale è invece di una crescita del 3,2%. Il grafico di sintesi sottostante illustra le dinamiche per mezzo nei diversi continenti.

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Sempre a livello mondiale è solamente la carta stampata a registrare una flessione degli investimenti con periodici in calo del 1,6% e giornali al -0,2%; tutti gli altri mezzi registrano una crescita.

La televisione è il medium che attrae la quota maggiore di investimenti con il 62,8% sul totale; una smentita secca a chi parla di anomalia italiana per la pubblicità in TV.

Nonostante gli investimenti pubblicitari su Internet crescano del 9,9% [search non inclusa] ed insieme all’outdoor sia il mezzo che mostra una tendenza positiva in tutte le macroaree, in tutti in continenti, il peso sul totale è inferiore al 2% – 1,9% -. Nonostante il calo, gli investimenti sulla carta stampata continuano ad attirare oltre un quarto della spesa complessiva con buona pace per i sostenitori della morte della carta. Amen!

Quota Media Investimenti ADV 2012

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La Matrice del Native Advertising

Ultimamente si parla molto di native advertising e il dibattito tra gli entusiasti, coloro che ne vedono il lato positivo, le opportunità in termini di comunicazione d’impresa e di ricavi per il comparto editoriale, e chi invece ne teme le ripercussioni sul giornalismo a volte è aspro o quantomeno acceso.

Personalmente ne vedo più le opportunità che i rischi. I timori che vengono posti avranno una giustificazione, ed il mio assenso, il giorno che leggerò, ad esempio, una recensione negativa di una prova su strada di un’automobile.

Comunque la si pensi – ancora una volta lo spazio dei commenti è a disposizione senza censure di sorta – la matrice realizzata da Felix Salomon è di ausilio per iniziare a capire, almeno, di cosa stiamo parlando e quali le distinzioni da fare per un confronto fattuale e non ideologico.

Native Matrix

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Correlazioni

Mark J. Perry, professore di economia e finanza alla School of Management dell’ University of Michigan, che recentemente aveva prodotto un interessante grafico sull’andamento dei ricavi pubblicitari, sia carta che online, dei quotidiani statunitensi, ora ha prodotto un altro grafico in cui mette in relazione l’andamento dei ricavi pubblicitari con il livello occupazionale.

Come ci si potrebbe attendere al calo della raccolta pubblicitaria corrisponde, in maniera più che proporzionale, un calo nel livello di occupazione all’interno dei giornali statunitensi. Un fenomeno che, come noto, non è caratteristico soltanto di quanto avviene oltreoceano ma che è altrettanto evidente, anche, nel nostro Paese come testimonia il SurvivalCamp che si terrà durante l’edizione 2013 del Festival Internazionale del Giornalismo la prossima settimana.

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Si tratta di fenomeni che hanno attraversato altri comparti, altri segmenti di mercato, nel passato più o meno recente.

Se il taglio dei costi in periodi di crisi diviene spesso un male inevitabile, la sfida resta quella di come generare ricavi poichè è evidente come altrimenti l’involuzione sarebbe inevitabile.

Restando alla nostra realtà nazionale sorprende la dicotomia tra dichiarato e realizzato che emerge da una frase del Presidente di FIEG[*] Giulio Anselmi durante il convegno “Carta e Web: l’integrazione tra scelte strategiche e tecnologiche”:

La carta rappresenta sempre il 90% dei ricavi del settore editoria – dice Giulio Anselmi, presidente della Fieg – L’editoria nel 2012 presenta dati in rosso per il quinto anno consecutivo nonostante l’integrazione in atto con il digitale, che dà segnali positivi. La filiera della carta occupa 213mila addetti, pari al 5% dell’occupazione nel settore manifatturiero, che diventano 740mila con i 527mila addetti dell’indotto. Serve un sostegno forte per un settore strategico per l’informazione e per l’economia del paese”.

Il mondo del web “rappresenta il nostro naturale interlocutore come via d’uscita da questa situazione – aggiunge Anselmi – ma la carta resta il nostro punto di riferimento. Non lo dico da nostalgico e non nativo digitale, ma lo dico guardando i numeri. L’online è il futuro, ma oggi la carta resta il nostro cuore

Dichiarazioni che stridono, come avevo già rilevato, rispetto allo scarso impegno, ed ai risultati nulli, relativamente all’informatizzazione delle edicole, tema al quale è dedicata una parte rilevante del mio libro pubblicato scorsa settimana.

Se le correlazioni tra calo dei ricavi e taglio dei costi del lavoro sono evidenti, restano invece inconsistenti quelle su un’area che potrebbe non solo garantire saving significativi ma anche produrre virtuosismi del sistema, della filiera editoriale, in grado di rilanciarlo.

copertina libro PLS

[*] Via 

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Nuove Fonti di Reddito per i Giornali

La NAA, Newspaper American Assciation, ha pubblicato ieri i dati aggregati dei ricavi di 17 editori statunitensi di giornali.

Nel complesso, le entrate totali per i giornali degli Stati Uniti sono diminuite del 2% nel 2012 rispetto all’anno precedente. In totale i giornali hanno avuto ricavi per  38,6 miliardi dollari nel 2012 rispetto ai 39,5 miliardi dollari di fatturato nel 2011.

Secondo i dati resi disponibili la quota maggiore dei ricavi resta alla pubblicità sulla carta stampata che ha un incidenza del 46% sul totale, in calo mediamente del 9% rispetto all’anno precedente.

In crescita i ricavi dalle vendite e dagli abbonamenti  [+5% Vs 2011] con un esplosione degli abbonamenti alle edizioni digitali ed in particolare al bundle, all’abbinata carta + digitale/online [+499% Vs 2011].

Una crescita che non può però essere presa ad esempio, non può alimentare speranze eccessive in Italia, sia perchè nel nostro Paese la quota di abbonamenti è tradizionalmente bassa, estremamente contenuta, che perchè la struttura dei siti web dei quotidiani statunitensi offre gli stessi contenuti della versione cartacea, contrariamente a quanto avviene da noi, ed infatti i dati dell’Audit Buerau of Circulation considerano copie lette, vendute anche quelle del solo online mentre ADS solo la “replica” digitale [il PDF] del giornale cartaceo.

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Interessante, e concettualmente replicabile anche alle nostre latitudini invece, la voce “nuovi ricavi” che crescono dell’8% complessivamente e raggiungono un’incidenza sul totale dell’8%. Ricavi che sino a pochi anni fa non esistevano.

Il dettaglio di questa voce consente di apprezzare come gli introiti da agenzia digitale e servizi di marketing delle nove società che hanno fornito lo spaccato di quest’area siano cresciuti ben del 91% nel corso del 2012 e le entrate e-commerce siano aumentate del 20% rispetto al 2011.

Il passaggio da venditori di colonne e/o pixel a quello di consulenti di comunicazione per le imprese, per gli investitori pubblicitari, come affermato a più riprese in questi spazi, costituisce elemento fondamentale per generare nuovi ricavi  ed il recupero tanto ricercato della redditività. I dati della NAA fugano eventuali dubbi a chi ne avesse ancora al riguardo.

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 In tema, da leggere: “Sponsors Now Pay for Online Articles, Not Just Ads” dal NYTimes di un paio di giorni fa.

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Ci Vediamo al Club

La questione del modello di business, di come rendere sostenibili economicamente giornali e giornalismo nell’era post industriale resta centrale e prevalentemente irrisolta.

Si assiste ad una serie di sperimentazioni, più o meno indovinate, ma fondamentalmente ci si continua a basare sul modello storico del binomio vendite-pubblicità.

Se le vendite, i paywall, possono servire a frenare e stabilizzare il declino delle copie cartacee, come dimostra il caso del «The New York Times» ma anche i dati recentemente diffusi per quanto riguarda i quotidiani del Regno Unito,  la pubblicità, il display advertising, con il calo costante del valore per CPM, sarà sempre meno in grado di compensare le perdite del cartaceo. Il perchè lo spiega egregiamente l’articolo pubblicato sul «The Guardian» ieri suggerendo soluzioni che anche il sottoscritto qualche mese fa aveva immaginato essere sensate.

In particolare l’autore dell’articolo scrive:

So back to our failing newspapers and online magazines. They were all based on the premise of advertising revenue. But there is no advertising revenue, because advertising in an online interactive world, really doesn’t make sense. It’s a left-over from the linear print world.

Che fare dunque? Come sempre la risposta è tanto semplice quanto complessa, articolata: stabilire una relazione “privilegiata” con i lettori, con le persone.

E’ in tal senso che si stanno muovendo alcuni dei principali quotidiani dell’America Latina, ma non solo, creando dei club per i propri lettori. E’ il caso di «La Naciòn» in Argentina o di «El Mercurio» in Cile che offrono, appunto, la possibilità di iscriversi al club del giornale ed ottenere vantaggi economici, offerte esclusive – sulle quali evidentemente ottengono un ricavo economico –  o, in modo diverso, dello spagnolo all digital «El Diario».

Un altro pezzo del passaggio dal piedistallo allo sgabello. Ci vediamo al club?

NatesNightClub1930s

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