Archivi del mese: novembre 2012

Bevi la Coca-Cola che ti fa Bene

“CocaCola a me mi fa morire, CocaCola si, CocaCola a me mi fa impazzire, con tutte quelle, tutte quelle bollicine” cantava Vasco Rossi nel 1983. Sono passati esattamente 30 anni da allora e la più famosa bevanda gassata al mondo traccia la linea di demarcazione tra réclame e comunicazione segnando definitivamente il confine tra ciò che è stato e quel che sarà per la comunicazione d’impresa.

Le implicazioni, anche per il mondo dell’editoria, per l’industria dell’informazione, son tutt’altro che trascurabili.

Da oggi il sito web della multinazionale di Atlanta, che conta 1,2 milioni di utenti unici mensili, si traforma e, dopo la sua apertura nel 1995, diviene di fatto una testata, un hub informativo, dove la marca stabilisce quale sia il futuro della comunicazione pubblicitaria e quali le sfide da affrontare, anche,  per i giornali e le loro aspirazioni di sostenibilità economica nell’evoluzione verso il digitale.

Coca-Cola Journey, questo il nuovo nome dato alla presenza istituzionale del soft drink in onore all’internal magazine pubblicato dall’azienda nel decennio tra il 1987 ed il 1997, sarà, è, a tutti gli effetti un magazine più che un sito web, un portale di accesso al mondo proposto pro domo sua da un’azienda, da un brand.

Le ragioni sono spiegate con trasparenza e chiarezza in un articolo del 12 novembre scorso di Ashley Brown, direttore della comunicazione digitale e dei social media dell’impresa, che scrive:

We’re here because more than 1.8 billion times a day, every day, people express their love for our brands by purchasing one of our products. But those purchases are more than transactional. They’re emotional. We know because more than 50 million people have become our fans on Facebook, and millions of others have posted photos, videos and blog posts that demonstrate their passion for Coca-Cola. We’re here because our consumers allow us —and want us — to be here.

We want Coca-Cola Journey to be a place where thoughtful people indulge their curiosity about the world around them, engage in a civil discussion and hopefully learn a little more about one of the world’s best-known companies. For our part, we commit to be an open, transparent, and honest host and a thoughtful curator.

Racconta il «The New York Times» che Coca-Cola dedicherà all’iniziativa 4 persone del suo staff e 40 freelance tra giornalisti e fotografi che saranno a loro volta supportati dal personale del marketing e delle relazioni pubbliche dell’azienda.

Ieri: Portale Coca-Cola

Oggi: Coca-Cola Journey

Il passaggio da brand a media e del brand journalism che, come giustamente annotava Michele Boroni su «La Lettura» recentemente, fa diventare i brand editori di se stessi, generando contenuti esclusivi e adattando il loro storytelling all’interattività della rete e dei social media, cambia il modo di comunicare, di relazionarsi con le persone, tra impresa e pubblico.

Percorso egregiamente descritto da David Armano all’inzio di questo mese che sintetizza graficamente l’evoluzione e le caratteristiche di come i marchi aziendali divengano sempre più dei media adattando la loro comunicazione al mutamento di scenario attraverso quella che definisce the social creative newsroom.

Per le persone essere online sta divenendo sempre più un concetto “fluido”, i processi di valorizzazione, sia concettuale che economica, non possono più fondarsi sulla pubblicità, così come l’abbiamo intesa sino ad ora, a cornice del contenuto stesso, ma sulla costruzione diffusa di tale contenuto sulla base degli interessi e delle interazioni che i diversi gruppi di persone, le “tribù” hanno.

In questo contesto il modello di business attualmente prevalente dei quotidiani online è destinato a mutare drasticamente in breve tempo. I siti web dei quotidiani dovranno abbandonare la logica, perdente, del display advertising e dei CPM, per divenire, se ne saranno capaci, polo di attrazione del contenuto informativo che interessa e coinvolge il pubblico di riferimento.

Costruire un rapporto fiduciario con il lettore, coinvolgerlo attivamente, ed offrire alle imprese, agli investitori, nuove proposte di comunicazione che attraverso l’edizione online dei giornali permetta loro di unirsi al flusso informativo senza “costringerli” a divenire loro stessi editori, media, è la strada da perseguire.

Un percorso fatto di storie sponsorizzate e contenuti brandizzati che è già praticato da molti negli Stati Uniti, a comiciare da «Forbes», «The Atlantic» e «BuzzFeed», pioniere in tal senso, e che ora anche «The Boston Globe» ha deciso di adottare con Insight. Strada che non necessita di varcare l’oceano per verificarne l’efficacia ma che anche da noi viene già percorsa con successo, ad esempio, da «Varese News»

L’alternativa, come conferma il caso della Coca-Cola, è che le imprese insoddisfatte dalla attuale offerta e dalla sua inefficacia lo facciano per conto loro. Va da sè cosa sia meglio fare.

Ad integrazione, se vi fosse sfuggito, si consiglia caldamente la lettura dell’articolo di Vincenzo Cosenza: “Giornali: Big Bang oppure Big Data?”

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Appunti da Glocal12

Ho partecipato, quasi per intero, alla tre giorni organizzata da Varese News sul giornalismo on-line visto prevalemente da una prospettiva locale. Evento che per essere alla sua prima edizione è stato davvero ben organizzato e che, a chi come me l’ha vissuto, ha confermato la forza sul territorio di riferimento, ma non solo, della testata all digital lombarda.

Tra i diversi appuntamenti ho partecipato in qualità di relatore al panel di discussione sui i giornalisti del futuro e il futuro dei giornalisti [ed inevitabilmente dei giornali].

Ho cercato di fissare i concetti del mio intervento con alcuni appunti che credo possa essere utile condividere anche in questo spazio.

E’ noto, o almeno dovrebbe esserlo, che via sia uno stretto legame tra mercato, strategia di approccio, di penetrazione dello stesso e organizzazione del lavoro.

E’ proprio l’organizzazione del lavoro un nodo cruciale di questa fase dell’industria dell’informazione, dei giornali, che attualmente mantengono prevalentemente redazioni separate, con l’online sempre nella veste del “figlio povero” con scarse risorse dedicate sia economiche che umane. L’incertezza sulla strategia da adottare per rendere sostenibile economicamente l’evoluzione verso il digitale, che si respirava con chiarezza anche durante gli altri incontri delle tre giornate di lavoro, su quale siano le caratteristiche del mercato, del pubblico di riferimento, delle modalità più idonee di offrire comunicazione pubblicitaria agli investitori, alle imprese anzichè pixel e/o clicks,  si riflette in un’organizzazione del lavoro spesso frammentata e confusa, in rivalità tra comparti che non possono che mettere a rischio lo sviluppo.

Pescando dalla prima pagina del bigino sulla formazione in azienda ho evidenziato come per i giornalisti del futuro e il futuro dei giornalisti sia necessario intervenire su quelle che vengono comunemente definite le “tre C”: Conoscenze, Competenze, Comportamenti.

Conoscenza è l’appredere qualcosa in linea teorica, competenza è la capacità di metterla in pratica, mentre i comportamenti sono relativi all’adeguatezza degli stessi nel contesto organizzativo e più in generale al contesto sociale di riferimento.

Se, come accade, anche ai giornalisti, non viene offerto supporto, formazione, che li metta in condizione di conoscere la realtà attuale, i mezzi e gli strumenti idonei, se attraverso tempo e risorse dedicate a momenti di training on the job non vengono fornite ed affinate le competenze di utilizzo dei tool ampiamente disponibili e se, ancora, non vi è identificazione e chiarezza dei comportamenti da tenere è chiaro che l’evoluzione è lenta o nulla.

Dare per scontato che questo avvenga attraverso percorsi di auto-formazione non può che condurre al diffondersi di casi come quello che ha coinvolto Rosanna Santonocito pochi giorni fa accrescendo l’inadeguatezza di molti  giornalisti  e dunque di molti giornali che vivono e sempre più vivranno del rapporto con il proprio pubblico.

Ancora una volta, come si usa dire, sapevatelo.

Update: Da leggere l’articolo di Mario Tedeschini Lalli, anch’esso tra i relatori del panel, “Che resta del giornalismo (e dei giornalisti) nell’universo disintermediato”

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Gamification della Guerra dell’Informazione tra Israele ed Hamas

La battaglia mediatica tra Israele e Hamas ha trovato nei social media una nuova dimensione. E’ l’ennesima evidenza della disintermediazione in corso, ennesimo problema da gestire per i giornali che anche in questo modo rischiano di vedere ridimensionata la propria rilevanza nell’ecosistema dell’informazione.

Adesso il blog di IDF [Israel Defense Forces] affina le armi e introduce elementi di gamification per favorire la condivisione delle informazioni proposte sui social network.

Anche se, secondo quanto riportato, l’idea era stata introdotta già da luglio è soltanto da un paio di giorni che si è deciso di implementare l’iniziativa dandole evidenza.

Da giovedì dunque i lettori del blog vengono premiati per il loro supporto mediatico e per ogni condivisione sui social network si guadagnano punti e badge [medaglie] scalando la vetta sino ad arrivare ad essere “Lieutenat General”, comandante virtuale dell’esercito israeliano.

La gamification della guerra dell’informazione.

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Prove Tecniche di Gamification dell’Informazione

 

La gamification, l’applicazione di modalità e meccanismi tipici del gioco a contesti non ludici al fine di incrementare il coinvogimento delle persone è una modalità che verrà sempre più applicata in futuro.

Gartner, dopo aver individuato ad agosto di quest’anno nella sua analisi annuale sul ciclo di vita delle tecnologie emergenti come la gamification si trova al termine della prima linea ascendente ed i tempi per un’adozione di massa sono stimati in un periodo compreso tra i 5 ed i 10 anni, a fine ottobre ha rilasciato le previsioni dei trend emergenti nel prossimo triennio dalle quali emerge come entro il 2015 il 40% delle 1000 aziende più importanti al mondo utilizzerà la gamification come meccanismo primario per la trasformazione del proprio business.

Per l’industria dell’informazione, che come dicevamo ieri ha nel tempo speso sul sito del giornale un indicatore importante del livello di coinvolgimento effettivo del lettore, l’implementazione di tecniche riconducibili alla gamification può essere elemento di grande ausilio poichè l’ applicazione all’informazione consente di approfondire l’esperienza del lettore, delle persone, crea coinvolgimento e partecipazione, migliorando complessivamente di riflesso le performance di business aziendali.

Due esempi per quanto riguarda la nostra realtà nazionale ieri nell’edizione online di «La Repubblica».

Stefano Bartezzaghi ha lanciato la proposta di giocare a trovare il supertitolo di libri noti invitando le persone a fare le loro proposte su Twitter utilizzando l’hashtag #moreambitiousbooks. L’idea, in una giornata in cui sui social network il rumore di fondo delle notizie sulle proteste in corso in tutte le città d’Italia era significativo e fosse carente di meccanismi di ricompensa estrinseca, ha comunque ottenuto 1500 tweet [di]mostrando come nel gioco le motivazioni intrinseche siano un aspetto fondamentale.

Anche per quanto riguarda uno dei “temi caldi” del momento: le primarie del PD, il quotidiano on line più letto d’Italia ha proposto Politmero, gioco che permette di scoprire a quale dei sei candidati si è più vicini, politicamente più affini.

Dopo la creazione del proprio avatar e la scelta di un nickname si risponde ad un questionario a risposta multipla su diversi temi quali il lavoro e la cultura passando per ambiente ed economia scegliendo la frase che più si condivide per ciascuno degli 8 temi proposti. Processo al termine del quale appare la propria posizione rispetto ai candidati [*].

Meccanismi e modalità relativamente basici che però rappresentano sicuramente l’inizio di un percorso. Prove tecniche di gamification dell’informazione.

A margine si segnala che la versione statunitense di Google News dal luglio 2011 utilizza una parte dei meccanismi della gamification, quelli relativi a pointification e badgification, per incentivare lettura e condivisione sociale degli articoli.

[*] Disclaimer: Si prega di non tenere conto del risultato del gioco avendo risposto in maniera casuale e frettolosa al solo fine di vederne il meccanismo. Grazie.

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Creare delle Community NEL Sito del Giornale

Il tempo speso sul sito del giornale è, a mio avviso ma anche di molti altri, un indicatore importante del livello di coinvolgimento effettivo del lettore. Indicatore che, per essere speculativo viste le difficoltà complessive di monetizzazione, che può essere speso per aumentare il valore di vendita per CPM.

Uno dei modi per aumentare la permanenza sul sito è quella di coinvolgere il lettore rispetto ad attività, ad interessi che facciano appunto sì che abbia voglia di passare una parte crescente del tempo speso online all’interno del sito web della testata invece che, come avviene in maniera crescente, all’interno dei diversi social network a cominciare da Facebook ovviamente che ormai è un ecosistema a parte, a se stante.

Da questo punto di vista nella maggior parte dei casi la strategia delle testate di corsa a follower e fan è spesso indaguata sia perchè “giocare” in casa d’altri con regole arbitrarie altrui è sempre rischioso che perchè ci si è limitati ad utilizzare questi mezzi prevalentemente in una logica, estremamente parziale e riduttiva, di cross promotion.

Rare le eccezioni a questo modo di procedere se si escludono Eskup di «El Pais» e «The Guardian» con la filosofia open con l’ennesimo passo verso l’apertura ai contributi dei lettori grazie a #smarttakes, strumento di aggregazione, di curation dei contenuti per raccogliere analisi e commenti dei lettori in un unico spazio e Notice, bacheca virtuale iperlocale in continua evoluzione.

Ovviamente in funzione del posizionamento della testata e delle relative caratteristiche del lettorato le scelte di come procedere possono essere distinte. E’ il caso del «The Wall Street Journal», da un lato protetto da un paywall dal 1997, chiusura tesa alla valorizzazione dei contenuti, oltre che a generare ricavi anche da online/digitale, e dall’altro lato apertura attraverso i social media hanno creato invece di un muro una sorta di cappio di velluto che stringe dolcemente il lettore coinvolgendolo senza soffocarlo.

Il prestigioso, e di successo, quotidiano economico-finanziaro statunistense ha lanciato in questi giorni due iniziative dedicate all’area della tecnologia e delle start up: Startup Journal e The Accellerators. E’ in particolare il secondo ad essere disegnato, concepito come un forum di discussione di confronto con esperti del settore che ogni settimana propongono un tema ciascuno.

Brillante iniziativa verticale, specialistica, che mostra come creare una comunità, come aggregare lettori su temi di loro interesse all’interno del sito della testata. Da prendere ad esempio, adattandone le caratteristiche e le tematiche.

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Investimenti sulla Carta

Caltagirone Editore Spa, è il secondo gruppo editoriale in Italia, con quasi 6 milioni di lettori nel giorno medio detiene il 26.4% della readership di quotidiani nello stivale. Controlla «Il Messaggero», «Il Gazzettino», «Il Mattino», «Il Corriere Adriatico», «Il Nuovo Quotidiano di Puglia», la social free press «Leggo» e la concessionaria di pubblicità Piemme.

Nonostante un risultato gestionale nei primi 9 mesi di quest’anno all’insegna della negatività, come tutto il comparto editoriale nel suo complesso, ha effettuato un rinnovamento profondo del suo quotidiano più importante: «Il Messaggero».

Rinnovamento che ha visto la luce il 9 novembre scorso e che manda dei messaggi importanti da cogliere sull’attualità dell’informazione ed il futuro dei giornali.

Ne parlo nella mia rubrica settimanale per l’European Journalism Center. Buona lettura.

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E’ il Web, Bellezza

Gli editori, alla disperata ricerca di fonti di ricavo, vogliono far pagare Google per la pubblicazione dell’anteprima dei loro contenuti. Si tratta di una vecchia storia tornata prepotentemente alla ribalta dalla seconda metà di ottobre in poi.

In Brasile 150 giornali, che rappresentano circa il 90% del lettorato nazionale, hanno deciso di uscire da Google News dopo che il più importante motore di ricerca si era rifiutato di dare loro una compensazione economica per la pubblicazione. Decisione che avrebbe avuto un impatto modesto, con un calo degli accessi alle edizioni online dei quotidiani brasiliani di soltanto il 5% e che successivamente ha portato ad un accordo di natura sperimentale per il quale durante i prossimi sei mesi Google pubblicherà solamente titolo dell’articolo e una sola riga di anteprima invece delle tre che riporta usualmente.

Anche in Europa il fronte degli editori ha deciso di [ri]aprire la partita contro l’azienda di Mountain View.

In Francia il Presidente Hollande ha incontrato Eric Schmidt, Presidente di Google, “invitandolo” a trovare un accordo entro la fine di quest’anno con gli editori transalpini pena una legge nazionale che sancirebbe un fee, una royalty da versare alle testate. Ipotesi relativamente alla quale la posizione di Google è chiara.

In Germania è in corso di approvazione una legge che estenderebbe il copyright alla pubblicazione di estratti di articoli nei risultati dei motori di ricerca imponenedo un canone agli aggregatori, come Google News, in una forma analoga a come opera attualmente la SIAE nel nostro Paese per, ad esempio, la riproduzione di brani musicali. Ipotesi che secondo molti, a prescindere da altre considerazioni, finirebbe per beneficiare esclusivamente i grandi editori penalizzando il diritto d’autore dei giornalisti favorendo la formazione di monopoli.

Le motivazioni sono ben riassunte nell’articolo di ieri pubblicato sul Corsera e redatto da Serena Danna: da un lato molti sostengono che — mostrando titoli e anteprime degli articoli — Google riduca la possibilità per ogni pezzo di essere letto sul sito d’origine e dall’ altro lato si ritiene che il celebre motore di ricerca si arrricchisca, con i proventi derivanti dall’ advertising, grazie ai contenuti che gli editori. Da qui in buona sostanza la richiesta di un esborso economico, di una compensazione.

Per chi volesse comprendere come funziona l’algoritmo di Google News e quali siano i 10 fattori chiave nella scelta della rilevanza attribuita a ciascuno articolo, a ciascuna testata, esiste un’area dedicata allo scopo che, se posso, consiglio assolutamente di visitare.

Top 10 Most Important Google News Ranking Factors

Al di là degli aspetti tecnologici, quale sia la rilevanza in termini di ingressi pubblicitari per Google dalle notizie è ben spiegato da Frédéric Filloux che ha analizzato le ricerche effettuate dagli utenti e le keywords, le parole chiave di maggior valore, vendute a maggior prezzo da Google. Analisi [qui tradotta in italiano] secondo la quale il valore apportato dagli editori sarebbe scarso o nullo.

Anche i timori che le anteprime mostrate dall’aggregatore di notizie di Google limitino le visite ai siti web sembrano assolutamente infondati. Secondo i dati pubblicati da PEW Internet infatti mediamente circa il 30% delle visite arriverebbe proprio da Google. Una realtà della quale recentemente sembra essersi accorto anche Rupert Murdoch che per anni aveva combattuto un’aspra battaglia contro il motore di ricerca.

Le motivazioni degli editori sono pressochè inconsistenti oltrechè anacronistiche.  Inconsistenti sotto il profilo del vantaggio economico portato ed anacronistiche sia poichè non tengono conto della cultura della circulation, processo che i social media hanno reso inarrestabile, che perchè, comunque vada a finire la disputa con Google nelle diverse nazioni, quando e qualora riuscissero ad ottenere una compensazione economica si inserirebbero [ancora una volta?] in un segmento di mercato, per così dire, calante. Infatti, nonostante le continue migliorie, gli aggiornamenti che Google produce, anche, per Google News, il ruolo dell’aggregatore è destinato a calare soppiantato sempre più da aggregatori sociali di seconda generazione quali, per citarne alcuni, Zite, Flipboard e Prismatic oltre che da realtà editoriali emergenti, quali, uno per tutti Buzzfeed.

Come scrivevano Don Tapscott e Antony D. Williams già nel 2007 in “Wikinomics” è la creazione di valore [aggiunto] per il cliente, per le persone, NON il controllo la risposta da dare nella digital economy. Che molti editori, molte testate, a cinque anni di distanza non l’abbiano ancora compreso è oltremodo preoccupante.

Questa non è la stampa, è il Web, bellezza!

Ad integrazione, sempre in tema ovviamente, si consiglia la lettura di: We Can Save Newspapers by Destroying The Web e Does Google Even Need Newspaper Publishers?

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#NoalEredelPais

Il licenziamento di 129 giornalisti, su un totale di 44o, ad «El Pais» è una pagina triste, dolorosa e dannosa, per il quotidiano spagnolo e più in generale per il giornalismo, non tanto per le discutibili modalità di inviare comunicazione agli interessati un sabato per posta elettronica quanto per le motivazioni e le implicazioni che questa decisione comporta.

Il gruppo Prisa, che nella carta stampata controlla «El Pais», il quotidiano sportivo «AS» e quello economico «Cinco Dias», secondo il rapporto annuale, ha chiuso il 2011, nel suo complesso , assommando tutte le attività che non riguardano solo la stampa, come mostra il grafico sottostante, con un EBIT positivo per 273 milioni di euro [-18.7% vs 2010] e i dati del primo semestre 2012 presentano un EBIT di 109,5 milioni di euro [-25.8% vs stesso periodo 2011].

L’area della carta stampata, le cui vendite pesano il 6% dei ricavi complessivi del gruppo, nel primo semestre di quest’anno genera 169 milioni di euro di ricavi [-20.6% vs stesso periodo 2011], ai quali si aggiungono 25 milioni di ricavi dell’area digitale principalmente riconducibili alla raccolta pubblicitaria per l’edizione online di  «El Pais» e «AS», ed un EBIT di 6,5 milliuoni di euro [-75.5 vs stesso periodo 2011].

Se dunque la situazione è certamente preoccupante vista la forte tendenza negativa generale ed anche della stampa, sia il gruppo che l’area della carta stampata continuano ad essere profittevoli. Una situazione rara di questi tempi che certamente non giustifica le dichiarazioni del Direttore del «El Pais», Javier Moreno, che parla di una situazione nella quale il gruppo Prisa è alla rovina nel tentativo di motivare la richiesta di ERE, di licenziamento.

La crisi del giornale spagnolo non è tanto, o solamente, un problema di business, di ricavi, di audience e di irruzione dei [ex] nuovi media sul mercato, ma è una crisi giornalistica e morale. Una breccia tra impresa, direzione, redazione e pubbblico.

I giornalisti da giorni hanno attivato tutti i canali possibili per manifestare le loro ragioni, aprendo un blog, un canale su YouTube e, in ultimo uno spazio su Change.org dove invitano le persone a firmare una petizione ed a inviarla al Direttore del quotidiano, cosa che, al momento della redazione di questo articolo, è già stata fatta da quasi 8mila persone. Ieri, dopo la diffusione della notizia della comunicazione dei licenziamenti, su Twitter l’hashtag #NoalEredelPais ha ottenuto 4500 mention molte delle quali contengono anche l’invito “unfollow” @elpais.

Adesso il futuro di «El Pais» sarà ancora più difficile. Non per colpa di Internet o del calo delle vendite ma per la rottura della conversazione con i giornalisti e con il pubblico, che assiste e partecipa. Conversazione senza la quale qualunque prodotto, qualunque giornale non ha i presupposti per proseguire.

Come diceva Walter Lippmann ” la qualità delle notizie nella società moderna è un indice della sua organizzazione sociale”. Quando il contratto sociale con i lavoratori, si tratti di giornalisti o altro, con le persone, con il pubblico viene rotto questo diviene un pericoloso segnale di decadenza che va al di là degli aspetti economici ma comporta un impatto anche economico-finanziario.

Che la vicenda del giornale iberico sia, speriamo, di monito, d’insegnamento a quanti stanno rischiando di seguire lo stesso percorso.

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Il Paywall Rinforza la Carta?

In un’infografica realizzata da un’agenzia di comunicazione internazionale sono riassunte le readership dei principali quotidiani del Regno Unito suddivisi tra solo digitale, solo carta ed entrambi i formati.

L’adozione di un paywall, “metered” [con un numero mensile di articoli fruibili gratuitamente] o meno, pare abbia spesso rilanciato le vendite, o comunque i ricavi derivanti dalla versione cartacea.

Tra i quotidiani presi in considerazione, il «The Times», protetto anch’esso da un paywall, mantiene il 91% del proprio lettorato per la versione cartacea. Il paywall rinforza la carta?

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La RCS Periodici Vuole Cantarle a Scott Jovane

Le indiscrezioni sul piano industriale che il nuovo Amministratore Delegato e Direttore Generale , Pietro Scott Jovane, sta approntando per salvare RCSMediagroup dai debiti in cui rischia di affogare, con un risultato netto del primo semestre 2012 in negativo per 427 milioni di euro [Vs - 19,5 del 1° sem 2011], parlano della chiusura di almeno dieci testate, da «Il Mondo» ad «A», su trentacinque, che comporterebbe il taglio come minimo di sessanta persone, mentre per l’intero gruppo si ipotizzano 500 esuberi: 400 impiegati e 100 giornalisti.

Piano definito “lacrime e sangue” che ad inizio mese ha già portato alle dimissioni del Direttore Generale della Divisione Quotidiani dell’RCSMediagroup, Giulio Lattanzi, ed anche il Direttore Generale della divisione Periodici, Matteo Novello, sarebbe pronto a dimettersi in polemica con gli orientamenti del nuovo Amministratore Delegato.

In questo clima, in attesa del piano industriale, che dovrebbe arrivare tra novembre e dicembre, dopo aver recentemente definito un piano di scioperi di 15 giorni, i giornalisti di Via Rizzoli, quelli, appunto, della divisione periodici, hanno deciso, letteralmente, di cantarle a Scott Jovane.

Sottoriportato il testo, circolato su Twitter ieri in tarda serata. Sulle note di “Non sarà un’avventura” di Lucio Battisti, i giornalisti suggeriscono di vendere la sede di Via Solferino – una delle ipotesi al vaglio che ha, altrettanto, incontrato forti resistenze – e rivendicano le loro capacità e competenze.

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