Archivi del mese: marzo 2012

Le 3R dell’Influenza Digitale

“The Rise of Digital Influence”, pubblicato ieri, più che un rapporto nel senso stretto del termine si propone come guida pratica, vademecum all’uso della Rete per la comprensione dei meccanismi di influenza nell’ambiente digitale.

Liberamente scaricabile, ricco di casi di studio e di esempi pratici su come utilizzare gli strumenti di monitoraggio della reputazione e dell’influenza online quali, tra gli altri, Klout o Peer Index, merita sicuramente la lettura e, perchè no, la consultazione al bisogno.

Nel rapporto, curato da Brian Solis, vengono identificati, come mostra la figura sottostante, i tre pilastri, le “3R” dell’influenza digitale:

  • Reach: Copertura
  • Resonance: Amplificazione
  • Relevance: Rilevanza

Se i primi due punti sono da sempre capisaldi della comunicazione d’impresa, seppure con gli adattamenti del caso, a partire dalla reach: la copertura netta di una campagna pubblicitaria,  ovvero il rapporto tra il numero degli individui raggiunti dal messaggio pubblicitario e il suo target audience, è l’idea di rilevanza quella di maggior impatto sui nuovi processi di relazione e di influenza nell’ambiente digitale.

Come evidenziavo pochi giorni fa, coinvolgere il pubblico di riferimento, le persone, attraverso la rilevanza ed il dialogo, utilizzare la tecnologia per fornire un’esperienza digitale personalizzata ad un costo prevedibile e stabilire modelli di business basati sul successo della relazione tra impresa e pubblico, stakeholders, sono i tre elementi chiave di successo e di creazione di valore per qualsiasi organizzazione aziendale, pubblica o privata, ivi compresa evidentemente l’industria dei media in generale, e quella dell’informazione, della carta stampata in particolare, per quanto riguarda gli argomenti prevalentemente trattati in questi spazi.

Il diagramma di flusso sottoriportato sintetizza logiche e passaggi principali della fase finale del processo di analisi strategica dell’impresa, aiutando così a definire e misurare iniziative di influenza aziendale in Rete.

Non resta che farlo.

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Fact Checking: Il Caso Mohammed Merah

In breve, quasi fosse un flash d’agenzia, l’esperienza dell’ultima ora.

Il live blogging del Guardian sull’assedio al presunto terrorista riporta di una “tweet sospetto” da parte del Media & Information Center del Kandahar.

Mando una mail di richiesta di chiarimento alla fonte e nel frattempo a ritroso verifico, in attesa di risposta, il percorso della notizia arrivando a risalire a cosa [e chi] ha generato l’affermazione.

Nel frattempo arriva la mail di risposta puntualissima e sollecita della fonte governativa del Kandahar che conferma omonimia ma nessuna attinenza. Si chiude in questo modo il cerchio dimostrando la possibilità di fare fact checking, di non contribuire alla diffusione di notizie false o  equivoche con poco sforzo e senso di responsabilità delle persone.

Mi resta solo una domanda, un dubbio, se invece del Kandahar fosse stata l’Italia avrei avuto una risposta in meno di un’ora?

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Informazione Spettacolo & Effetto Auditel

Assegnati ieri sera gli UK Press Awards, prestigioso riconoscimento del giornalismo anglosassone.

Ben 8 premi, inclusi sia quello di miglior giornale che di miglior quotidiano online, sono stati assegnati al «Daily Mail», tabloid scandalistico britannico che ha recentemente sorpassato «The New York Times» per numero di utenti unici, diventando il quotidiano online con la maggior penetrazione al mondo, giocando proprio sul terreno del gossip, dei paparazzi e border line addirittura anche sulla salute. Un orientamento spregiudicato che spesso è sconfinato nel plagiarismo o peggio.

Al «The Guardian», invece, un solo premio, quello di “Scoop of the Year”, proprio per le rivelazioni che hanno sollevato lo scandalo dei metodi usati dal «News of the World» di Murdoch per soddisfare, appunto, gli appetiti scandalistici dei propri lettori.

Si tratta della più amara delle evidenze della sopraffazione dell’informazione spettacolo sulla qualità giornalistica, dell’effetto auditel dettato dalla rincorsa, tanto spasmodica quanto scomposta, al recupero delle revenues.

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Social Media [In]Ability

Diffusi, finalmente, ieri, i risultati di “Il SocialMediAbility delle aziende italiane: un anno dopo”, seconda edizione dellla desk research effettuata dallo IULM sull’utilizzo dei social media da parte delle imprese di casa nostra.

Le evidenze raccolte, a proposito di social media e buzz, sono state sintetizzate in un’infografica. Personalmente avrei preferito un maggior dettaglio informativo ed una forma diversa; insomma più sostanza e meno forma, ma tant’è [#].

 La definizione, l’inquadramento che normalmente viene fatto di social media mi appare troppo generale e rischia di diventare una delle tante “parole scatolone”, termine tanto omnicomprensivo da diventare privo di significato. Ritengo possa essere di gran lunga più corretto ed interessante ragionare in termini di earned, owned, paid e shared media, ai quali, correttamente, Brian Solis suggerisce di aggiungere i promoted media quali ad esempio i promoted tweet introdotti recentemente da Twitter o le shared stories di Facebook.

Si basa sul presupposto tutt’altro che scontato che le imprese abbiano risorse per utilizzare il mix possibile dei canali di comunicazione e, soprattutto, che abbiano volontà e capacità di portare, in una logica di comunicazione integrata, messaggi personalizzati a persone diverse.  Ipotesi di lavoro che complessivamente, allo stato attuale, appare ben distante dalla realtà secondo le evidenze raccolte dall’Osservatorio Social Media dello IULM.

In particolare sono le piccole e le medie imprese, che di fatto costitutiscono l’ossatura imprenditoriale del nostro Paese, a dimostrare la maggior social media inability. Si tratta evidentemente di un approccio culturale ed organizzativo inevitabilmente orientato al breve periodo che ha ricadute sulla capacità di comunicazione, di proposizione da parte delle stesse. Si tratta altrettanto, credo sia giusto dirselo, di uno stuolo infinito di [sedicenti] web agency sul territorio che propongono la “paginetta e la app per Facebook con comodo pagamento dilazionabile a soli 120€ al mese” ingannando pro domo propria imprese ed imprenditori sui possibili risultati derivanti da questo tipo di logiche.

La maturità, il vero asset di questo mezzo di comunicazione, potrà essere davvero tale solo nel momento in cui sarà compiuto il passaggio da socievole a sociale. Non è un problema di terminologia ma di approccio.

Update: Arriva ora il contributo di Gianluca Diegoli sul tema.

[#] Mi viene segnalato inoltre nei commenti che è possibile richiedere la ricerca completa compilando questo form al quale si arriva seguendo un percorso non esattamente immediato. Grazie, comunque, della precisazione che doverosamente riporto.

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State of the News Media 2012

Rilasciato questa mattina “State of the News Media 2012″ rapporto annuale realizzato da PEW Research Center’s Project for Excellence in Journalism sullo stato dei media, dalla televisione alla stampa passando ovviamente per il web e social media, negli Stati Uniti.

L’edizione di quest’anno si basa in parte su 3,016 interviste telefoniche ad adulti over 18, con affidabilità del campione che può avere oscillazioni dal 2 al 7,5% in funzione della numerosità che inficia sul valore statistico, e in parte sull’aggregazione dei dati e delle evidenze di ricerche svolte nel corso del 2011 da PEW stessa e da altri istituti di ricerca.

La ricerca è davvero estremamente ampia e, per coloro che sono interessati a queste tematiche, è un must la lettura completa delle diverse aree, dei diversi media che lo studio analizza. Per sintesi e focalizzazione ho concentrato la mia analisi alla parte relativa ai quotidiani, alla stampa ed al digitale.

Dai risultati emerge, si conferma, che i quotidiani e la carta stampata in generale siano il media che registra il peggior andamento in assoluto tra tutti i mezzi presi in considerazione.

E’ una situazione paradossale poichè nel complesso il rapporto evidenzia un crescente interesse per le notizie, per l’informazione nel suo insieme, che da un lato i quotidiani nella loro versione cartacea non riescono più a sfruttare, in particolare in termini di ricavi pubblicitari e, dall’altro lato, come emergeva già dallo studio rilasciato da PEW stessa non più tardi della scorsa settimana, fonte delle difficoltà a compensare il crollo della carta stampata con il digitale.

Difficolta’ che, al di là degli aspetti sottolineati in precedenza,  è da attribuirsi ad un’estroimissione, o comunque una marginalizzazione dei quotidiani online da parte dei pure players, Facebook e Google in primis evidentemente, che assorbono la fetta principale dei ricavi, delle revenues dal digitale anche nella categoria display, quella attualmente privilegiata nei siti web dei giornali.

Un aspetto che avevo già evidenziato con chiarezza nella mia personale analisi di quali modi e modalità potessero essere realistici per una sostenibilità economica dell’informazione online.

Conferma dell’utilizzo inadeguato che i mainstream media ed i quotidiani fanno dei social media è l’incidenza di questi come refferrals, come fonti di traffico, con un peso complessivo generale del 9% contro il 32% degli utenti che arriva alle edizioni online dei quotidiani attraverso una ricerca. Emerge un ruolo diverso tra Facebook e Twitter, con il secondo che per l’ennesima volta pare essere in grado di coinvolgere e convincere l’utenza, le persone, con il ruolo riconosciuto di newswire,  ed il primo che invece ha un ruolo prevalentemente di rivale, di concorrente dei quotidiani online per quanto riguarda la raccolta pubblicitaria.

Si evidenzia inoltre uno scollamento, una differenza, in alcuni casi anche sostanziale tra quelli che paiono essere gli interessi delle persone, sulla base degli argomenti trattati nei blog e su Twitter e l’agenda setting, le tipologie di informazioni proposte dai media. Un elemento di distanza che non e’ da sottovalutare per la portata che puo’ assumere nel tempo.

Se le tendenze che il rapporto evidenzia non saranno invertite definitivamente il più rapidamente possibile molti giornali potrebbero passare nel medio – lungo periodo, da qui ad almeno cinque anni, alla sola edizione domenicale stampata lasciando all’online il ruolo dell’informazione quotidiana. La “settimanalizzazione” dei quotidiani avrebbe inevitabilmente una ricaduta pesante sui periodici che sono altrettanto in sofferenza qanche se l’idea, allo stato attuale, pare più il frutto di mancanza di alternative concrete che una scelta ragionata alla quale in realtà potrebbero davvero accedere in pochi.

Personalmente su quale più realisticamente sia la strada ho una visione abbastanza precisa. Magari lo schema concettuale sottoriportato può aiutare ulteriormente il processo.

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Nuovi Modelli di Business e Nuove Definizioni per l’Editoria

Quest’oggi all’interno della mia colonna settimanale per conto dell’ Osservatorio europeo di giornalismo – European Journalism Observatory [EJO]  partendo dalla domanda, tanto provocatoria quanto efficace per descrivere la situazione attuale generale, se siamo tutti editori vengono analizzate nuove definizioni per l’editoria e possibili nuovi modelli di relazione e di business.

E’ venuto fuori un articolo lungo ma mentre scrivevo mi rendevo conto che era necessario riprendere ed ampliare determinati concetti per chiarirli adeguatamente. A me il pezzo [so che non dovrei dirlo] piace molto, è di analisi strategica, forse addirittura “visionario”, rispetto all’attuale contesto.

Se avete voglia, dopo averlo letto, di farmi sapere cosa nel pensate, lo spazio dei commenti è a disposizione, qui o lì come preferite.

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Top Manager sulla Carta

“Decision Dynamics” è uno studio internazionale a cadenza annuale sulle attese, i criteri di presa decisionale e l’utilizzo dei media da parte dei top manager di tutto il mondo che Doremus, agenzia di comunicazione e ricerca internazionale, conduce, in collaborazione con il «Financial Times», dal 2003.

L’edizione della ricerca di quest’anno ha ottenuto 628 risposte da altrettanti top managers di imprese di dimensioni e settori di appartenenza diversi in USA, Europa ed Asia.

Per quanto riguarda il consumo mediatico e di informazioni, i risultati evidenziano un insaziabile appetito per l’informazione utilizzando nell’arco della giornata tutti i tipi di strumenti, di supporti per essere informati.

Emerge con chiarezza come, anche per quanto riguarda la fascia d’età sotto i 45 anni, vi sia una marcata preferenza nella lettura su carta rispetto alle altre opzioni disponibili.  La principale motivazione pare essere legata alla preoccupazione, all’incertezza relativamente al mantenimento di standard giornalistici adeguati online che genera una maggior fiducia nei confronti di quanto viene letto su carta.

Orientamento che, come mostra il grafico di sintesi dei risultati sottoriportato, è trasversale ad ogni tipo di pubblicazione da quelle specialistiche ai quotidiani.

Nonostante l’utilizzo a fini lavorativi di tutti gli strumenti ed i supporti offerti dal digitale, allo stato attuale pare che i top manager restino sulla carta.

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Il Nulla, Più Velocemente

Ieri in prima serata Pierferdinando Casini ha postato su Twitter la foto di gruppo con Alfano, Bersani e Monti seguita dal commento” “Siamo tutti qui! Nessuna defezione!”. Esattamente 6 minuti dopo «Il Post», vincendo il palmares della rapidità tra le redazioni, l’aveva già [ri]pubblicata sul suo sito nonostante, pare, il suo Direttore non abbia apprezzato la mossa del leader dell’UDC.  Con tempi di reazione più o meno rapidi hanno fatto seguito tutti i principali organi di informazione nazionali nelle loro edizioni online, nessuno escluso, agenzie di stampa e ovviamente blog e superblog.

Esemplare sotto questo profilo Piero Vietti in suo recente articolo di autocritica giornalistica sul feticcio della rete scambiata per realtà che conclude: “C’è anche questo tweet, che andrebbe stampato nei manuali per l’esame di giornalismo: Giornalisti basta pezzi su quello che la gente scrive su Twitter. Non è una notizia e se voglio saperlo apro Twitter”.

Sempre ieri si è svolto a Milano presso lo IULM un convegno sulla SocialMediAbility, presentazione dei risultati dell’Osservatorio creato dall’Università sull’uso dei social media da parte delle aziende italiane.

In attesa che vengano diffusi i risultati completi della seconda edizione dell’indagine non resta che affidarsi alle parole di commento del Direttore Scientifico del Master che dichiara: “In sintesi, la ricerca mostra come le aziende italiane, anche di piccole e medie dimensioni, utilizzino sempre più spesso i social media nelle loro attività di comunicazione e marketing,[....] Ma i risultati ottenuti testimoniano anche come essi siano ancora molto spesso gestiti in maniera un po’ improvvisata e poco consapevole delle logiche comunicative e dei linguaggi propri di ciascuno di tali canali”.

Elemento confermato dalle sintesi effettuate da chi era presente alla presentazione dei risultati,  che, a titolo di curiosità, pare aver colpito gli organizzatori stessi che hanno sbagliato l’hashtag ufficiale dell’evento, #sma2011, inserendo l’anno passato.

Senza il giusto messaggio, senza la giusta strategia ed approccio di comunicazione, che si tratti di informazione giornalistica o di comunicazione d’impresa, Twitter, come tutti i mezzi, non è migliore del vecchio fax. Resta solo il nulla, più velocemente.

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Crowdfunding & Crowdsourcing per Migliorare l’Informazione

In questi giorni si è parlato parecchio di «Matter», progetto di due giornalisti statunitensi che abbinano long form journalism a giornalismo di qualità.

Una teoria che, per come è stata spiegata, personalmente mi convince poco per la carenza di dettagli significanti e l’automatismo del binomio che non mi pare così vincolante in linea di principio. Dubbi non solo miei quanto non complessivamente condivisi visto che il crowdfunding per la realizzazione di Matter ha raccolto la somma minima necessaria in sole 38 ore ed adesso, dopo nove giorni dal lancio, ha raggiunto la non trascurabile somma di $121mila. Oltre il doppio della cifra originariamente ritenuta necessaria all’implementazione dell’idea forse anche grazie al meccanismo incentivante creato per realizzare la raccolta di fondi con livelli diversi [9 in totale] e distint riconoscimenti e gratificazioni a seconda dell’importo versato.

Ricompense adottate altrettanto da «Fixmedia», tool, strumento che nasce sull’onda delle numerose bufale diffuse dai media e che, appunto, si propone come potenziale rimedio alle stesse.

Non è solo la finalità del progetto ma anche, se non soprattutto, la concezione a renderlo, a mio avviso, estremamente interessante. Si tratta infatti di una concezione che vede la notizia come un processo aperto, al quale lo strumento si pone come supporto concreto per la realizzazione della redazione liquida. Aspetti che l’idea di creare una comunità di persone interessate a migliorare concretamente l’informazione che viene prodotta e consumata e l’utilizzo libero e gratuito dello strumento sottolineano e confermano.

Grazie a Fixmedia qualunque persona in soli due click potrà segnalare errori ed omissioni in un luogo comune dove gli apparteneti alla comunità potranno stabilire valore e significato dell’errore e delle correzioni, eventualmente, da apportare, rendendolo non  solo sociale ma anche fattuale invece che, come potrebbe essere, ideologico, fornendo potenzialmente un grande contributo all’ecologia dell’informazione e alla partecipazione attiva delle persone nel processo di produzione delle notizie.

Io ho deciso di dare il mio contributo all’iniziativa speranzoso che la sua effettiva realizzazione sia, come promette a partire dal nome scelto, di ausilio a guarire uno dei mali attuali più gravi del giornalismo. Forse è davvero finita l’era delle lettere al direttore.

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