Due pubblicazioni hanno annunciato che ben presto chiuderanno i battenti.
Uscirà infatti a dicembre l’ultimo numero in versione cartacea di Diario, che, secondo quanto riportato, l’editore ha preferito chiudere mantenendone intatte sino alla fine le caratteristiche di indipendenza e bella scrittura piuttosto che cederne le sorti a qualche avventuriero, o peggio ancora finanziere, dell’editoria.
Stessa sorte per Fmr, lussuosa e raffinata rivista dedicata al mondo dell’arte alle stampe da 27 anni da Franco Maria Ricci che aveva l’ambizione di essere “l’Armani dell’editoria”.
Si tratta di due riviste che seppur di taglio decisamente diverso tra loro sono accomunate dall’attenzione alla qualità sia in termini di contenitore che di contenuto. Riviste che, tra l’altro, avevano prezzi di copertina decisamente superiori alla media ma che non sono bastati a rendere profittevole la loro esistenza.
Le motivazioni della chiusura, in questo come negli altri casi, spesso risiedono nella carenza di investimenti pubblicitari su queste riviste che senza gli stessi non riescono a sopravvivere.
Credo che questi esempi aprano necessariamente una riflessione sul giornalismo ed i giornali/periodici di qualità, smentendo apparentemente chi – compreso il sottoscritto – ritiene che sia invece l’assenza di buon giornalismo uno dei fattori che allontana i lettori e dunque contribuisce a determinare l’attuale stato di crisi generale dell’editoria.
Sembrerebbe che gli spazi per fare cultura siano estremamente ristretti o addirittura inesistenti e che gli investitori pubblicitari non siano interessati ad entrare in contatto con “micronicchie”, con pubblici sofisticati ed attenti.
Sono aspetti che nel dibattito sulle strade da perseguire per una corretta e redditizia ripresa dell’editoria non devono essere sottovalutati.
Si segnala, infine, che c’è chi ritiene vi possano essere spazi maggiori nella fascia media del mercato dei settimanali con una pubblicazione che si collochi a cavallo tra il duo “Espresso-Panorama” e la triade “Chi-Gente-DiPiù”; e chi, invece, garantisce che gli annunci pubblicitari posizionati all’interno della propria pubblicazione saranno ricordati di più che su quelle concorrenti.
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PierLuca,
leggendo questo post mi è tornato in mente un intervento di Sansonetti ad inizio di quest’anno a Omnibus. Si discuteva della scelta di Canale 5 di mandare comunque in onda il Grande Fratello dopo la morte della Englaro invece di una puntata speciale Matrix.
Ho ripreso i miei appunti….
Sansonetti si chiedeva se sia sempre [a dir la verità se lo chiedeva allora ma ri-attualizzo la sua riflessione] il caso di piegarsi ad una logica commerciale o non sarebbe piuttosto meglio “educare” gli ascoltatori ad una programmazione più “educativa”.
Il problema credo quindi sia culturale. Probabilmente il discorso dell’editoria [e della qualità che non paga] è diverso ma di fondo individuo delle motivazioni molto simili.
Soluzioni?
Fino a che punto è giusto educare?
E chi decide se è giusto o meno?
Che ragazzo preciso
Direi assolutamente di si.
Se leggi il commento a “unmask corruption” poco sotto……..è una possibile interpretazione.
Un abbraccio.
PLuca
Ciao PierLuca,
Il mio parere in merito a quello che scrivi. In parte è vero e in parte no. Ora ti spiego il perché credo questo.
La qualità intesa come la società economica occidentale l’ha “voluta” percepire fino ad ora non ha più strada già da parecchi anni.
Sentivo dire (ed ancora, mi si gela il cuore, quando alcune volte lo sento) “La qualità è il massimo della perfezione in tutto”.
Non è vero.
Quello che scrive Diegoli sul suo post è verissimo. In parole povere per un investimento pubblicitario su qualsiasi mezzo, gli stupidi rendono di più. E per gli stupidi non serve qualità a 360° serve un tipo di qualità che è distante anni luce rispetto a chi, invece cerca altro.
Chi cerca “altro” (e qui ci puoi mettere di tutto, dalle riviste, le abitazioni, le automobili, pannolini, ecc) è chi ha già acquisito informazioni, chi ha già fatto una propria scrematura, ci già ha sentito pareri (è il marketing che tanto si discute sul web 2.0!). Ha una forma mentale diversa rispetto alla media, e questa persona, la pubblicità classica non la guarda (come chi sul web non vede più i banner) perché la sua pubblicità già l’ha “vissuta” ne ha fatto esperienza da qualche altra parte.
Quindi?
Quindi queste riviste devono ringraziare i loro pochi lettori (lo zoccolo duro, come li definisce il Manifesto) se hanno campato fino ad ora.
Chi sta al comando di queste riviste non ha capito cosa è successo intorno a loro e cosa succederà nel prossimo futuro.
Prendi il caso di FMR, vendono una rivista bellissima (e anche i loro libri)
curatissima in tutti i particolari, belle foto, articoli fatti bene, bella impaginazione, splendida stampa su carta fantastica.
Chi acquista la rivista?
I “quattro amanti” dell’arte che non si possono permettere l’opera vera e tra l’altro anche sfigati perché non si posso nemmeno permettere di andare a vederla dal vero e qualche feticista dell’odore della carta stampata bene!
Gli inserzionisti che ci guadagnano a pubblicare su quella rivista? Per loro è solo un costo, … zeeeru tituli!
Il mondo se vuole vedere ed informarsi su un opera d’arte oggi ha internet. Magari se ha qualche soldo per dei regali, acquista un libro in libreria a Natale.
Il collezionista che può permettersi l’opera d’arte oggi ha internet, ha altri canali e ha già il libro nella sua libreria personale.
L’amante dell’arte che può permettersi un viaggio, pianifica su internet la vacanza, si documenta sui musei, viaggia, vede il museo, acquista il libro specifico (stampato bene come la rivista FMR) al bookshop (si fa un regalo) e ritorna a casa.
La stessa FMR ha alcuni venditori che vanno per case a proporre opere d’arte (sono libri ma quasi pezzi unici, stampati anche con antiche tecniche di stampa) e questo nella loro nicchia, piccola, ma ha mercato.
La qualità paga ma bisogna capire da che parte i bisogni vanno.
La qualità paga ma bisogna capire la differenza tra la qualità reale e la qualità percepita.
Se le aziende (di qualsiasi settore) continuano a proporre vecchi sistemi di vendita, quel tipo di qualità non pagherà più come prima, semplicemente perché la percezione di qualità nella mente del cliente è cambiata.
Se non ristrutturano i processi aziendali e continuano a vendere la stessa qualità con altri nomi la gente se ne accorge e non acquista.
Oggi tutti stanno attenti alla loro qualità!
Anche i consumatori! Clienti! … il marketing li chiami come vuole
Il Cliente “evoluto” ha imparato a chiedere la sua qualità e non quella che gli propinano le aziende.
Il cliente “medio” piano piano, ma ci sta arrivando.
Per gli tutti gli altri ci sono gli investimenti pubblicitari massivi!
Ma sempre più piccoli! E con ritorni minori!
Disastro!
Il cliente si sta spostando da stupido a medio a evoluto.
ciao
MAX
Caro Max,
Bentrovato!
Grazie del tempo investito per l’interessantissimo contributo.
Vorrei lasciare spazio ad altri interventi prima di “risponderti”.
Nell’attesa, se posso, una domanda: E se il problema fosse il conflitto ed il relativo – fallimentare? – business model conflittuale tra interessi dei lettori ed interessi del Potere e degli inserzionisti pubblicitari?
Ciao.
PLuca
chiedo scusa per il ritardo, vedo il post solo ora.
ho lavorato dieci anni per diario, che ha già conosciuto la chiusura. Il pezzo del manifesto (che credo non sia più visibile) qualcosa fra le righe la diceva. Non c’erano solo avventurieri a chiedersi se il giornale avrebbe potuto avere un futuro, ma l’editore è stato lapidario comunque. In quanto all pubblicità, non credo che la responsabilità sia proprio tutta degli inserzionisti mancati. La promozione arriva se la sai fare, soprattuttola promozione del giornale, che non si ferma all’arrivo in edicola e qualche spot a radio popolare (non esisteva praticamente più neppure il sito). Diario vendeva abbastanza, a fronte della sua invisibilità, ma il progetto editoriale nel suo complesso era piuttosto sfilacciato, nonostante la bontà dei contenuti (soprattutto fotografici, per me, che invece scrivo, è forse la perdita più grande). Forse con uno sforzo e un po’ di organizzazione ce la si poteva anche fare, ma è prevalsa la stanchezza, di un editore che da subito ha escluso qualsiasi opzione.
Io penso che il cliente è stato abituato a consumare e non a pensare, ed è ovvio che ciò che fa pensare non ha mercato.
Va educato il cliente e oggi si va tutti di fretta e si vuole tutto qui ed ora.
Se è vero che oggi non si capisce perchè un consumatore dovrebbe comprare una rivista che lo fa pensare non si capisce neanche perchè una persona qualunque dovrebbe comprare una rivista che è piena di pubblicità.
E mi sembra che le riviste gratis ma pagate dalla pubblicità facciano acqua.